Cattolici e politica: la storia insegna che l’ “etichetta” non basta

- Giorgio Vittadini

Una certa difesa della presenza cattolica in politica può essere semplicemente la difesa di un tentativo di egemonia con contenuti fondamentalmente “non cattolici”. Avvenne dagli anni ’50 in poi, quando i “dossettiani” della Dc, vincenti, si discostarono progressivamente da una concezione sussidiaria della politica nell’illusione che bastasse, come cattolici, gestire lo Stato perché lo statalismo diventasse “buono”. Ne abbiamo visto i risultati

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Nel nuovo governo, accanto a nomi di spicco e di grande esperienza, vi sono persone con un curriculum e una personalità più modesta che lasciano preoccupati sulla loro effettiva capacità di affrontare alcuni dei gravi e urgenti problemi che attanagliano il nostro Paese. Sempre a proposito della composizione del nuovo governo, molti organi di stampa, in modo stranamente trasversale, hanno scatenato anche il tema della emarginazione dei cattolici dal governo. Cosa è condivisibile e cosa no di questa polemica? Per rispondere torna di attualità un’intervista a don Luigi Giussani di Pierluigi Battista, pubblicata per la prima volta su La Stampa il 4 gennaio 1996 e ripubblicata nel libro L’io, il potere, le opere. A un certo punto il giornalista chiede a don Giussani: «Ma lei si sente più garantito da un cristiano al governo?». E don Giussani risponde: «No. Il problema è la sincera dedizione al bene comune e una competenza reale e adeguata. Ci può essere un cristiano ingolfato nei problemi ecclesiastici la cui onestà naturale e la cui competenza possono lasciare dubbi. Preferisco che non sia così. Come, secondo me, non è così per De Gasperi, La Pira, Moro e Andreotti».

La risposta di don Giussani ci suggerisce che una certa difesa della presenza cattolica in politica può essere semplicemente la difesa di un tentativo di egemonia con contenuti fondamentalmente “non cattolici”. Basti ricordare quando, dagli anni ’50 in poi, i “dossettiani” della Dc, vincenti, si discostarono progressivamente dalla concezione sussidiaria della politica, tesa alla difesa e allo sviluppo delle realtà sociali ed economiche di base, allora sostenuta da De Gasperi e Sturzo, nell’illusione che bastasse, come cattolici, gestire lo Stato perché lo statalismo diventasse “buono”. Tale concezione, come si è visto fin nell’ultimo governo, è all’origine della gran parte dei mali attuali del nostro Paese. Perciò, una presenza di cattolici negli organi di governo è utile e doverosa solo se ha a cuore e richiama tutti a perseguire contenuti quali la difesa della vita, una sussidiarietà realizzata nell’ottica della solidarietà, la libertà di educazione in una scuola competitiva, la libertà di scelta in un welfare efficiente. Chi si dichiara preoccupato della scarsa presenza cattolica nelle istituzioni dovrebbe incalzare il governo su questi temi, come fa ad esempio il manifesto in 10 punti della Regione Lombardia. Ma ci si sbaglierebbe, da cattolici, se ci si sentisse appagati in politica da un governo che si ispirasse astrattamente a valori cristiani. Come dice ancora don Giussani nella stessa intervista, per un cristiano lo scopo ultimo di tutta la storia è «nella costruzione, nella storia stessa, della gloria umana di Cristo attraverso non egemonie ricercate a ogni costo, ma la potenza enigmatica di Dio». Passare dall’egemonia alla presenza e alla testimonianza, nella vita personale e sociale, per sperimentare da subito una novità di vita: questo è il passo che è chiesto innanzitutto a ciascuno di noi se vogliamo che nei tempi che saranno necessari, il nostro essere cristiani sia per noi stessi, per la vita del popolo e per il potere foriero di duraturi cambiamenti.

(Foto: Ansa)


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