La corsa inarrestabile di Barack Obama

- Alberto Simoni

Se Hillary Clinton non riuscirà a convincere i dirigenti del partito e la Commissione interna, allora le sue possibilità di raggiungere il rivale e quindi di poter ambire alla nomination svaniranno

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Barack Obama ha fatto un balzo forse decisivo verso la nomination del Partito democratico. La vittoria a valanga in Nord Carolina e la sconfitta di misura in Indiana hanno messo un macigno sulle speranze di rimonta di Hillary Clinton. Nello staff della ex first lady circolano voci che la senatrice di New York potrebbe anche farsi da parte. Un’ipotesi finora smentita dall’interessata che ha anche attinto al suo patrimonio personale per prestare 6 milioni di dollari al suo comitato politico.

Ma i numeri sono decisamente dalla parte del giovane candidato dell’Illinois. Al di là del mero conteggio (Obama ha 1.836 delegati contro i 1.685 della rivale), la notte elettorale ha ridimensionato la strategia sulla quale Hillary Clinton faceva conto di impostare la rincorsa. Ovvero la sua forza negli Stati più grandi e industriali. L’Indiana, che seppur su scala ridotta ha una demografia simile alla Pennsylvania e all’Ohio, i due Stati con forte presenza di tute blu e pensionati ed esigua presenza di afroamericani, infatti non ha seguito l’esempio di Filadelfia e Cleveland e si è divisa equamente fra Obama e la Clinton. Il team di Obama ha avuto gioco facile nell’affermare che il senatore dell’Illinois è competitivo ovunque.

Hillary può sostenere il contrario, ma quanto successo in Indiana non gioca a suo favore. Infatti subito, gli strateghi della senatrice hanno cambiato rotta. Ora faranno di tutto per far conteggiare alla Convention di Denver (25-28 agosto) anche i delegati di Michigan e Florida, i due Stati privati della rappresentanza alle assise del partito per aver anticipato le primarie in gennaio. In Florida e Michigan la Clinton ha vinto le primarie e vorrebbe incamerare i 300 delegati messi in palio. Obama ovviamente si oppone a riconsiderare il voto nei due Stati ribelli. Se Hillary non riuscirà a convincere i quadri del partito e la Commissione interna, allora le sue chance di raggiungere il rivale e quindi di poter ambire alla nomination svaniranno. Anche perché pure il gioco di affidarsi ai superdelegati non funziona. Obama ha ormai il sostegno di 255 superdelegati, appena 15 in meno della senatrice: ne restano appena 240. Per rovesciare il verdetto la Clinton avrebbe bisogno del sostegno di almeno altri 200 quadri del partito. Impresa ardua.

Come notava il New York Times, per frenare Obama ci vorrebbe ora un evento esterno, qualcosa di imprevedibile. Un ostacolo insormontabile e decisamente più alto delle polemiche suscitate dalle dichiarazioni incendiarie del reverendo nero della Trinity United Church of Christ Jeremiah Wright. Il padre spirituale di Obama è uscito nuovamente allo scoperto la scorsa settimana ripetendo il campionario di accuse e di “deliri” anti Usa ma non ha scalfito più di tanto l’immagine di Barack. I suoi effetti però si potranno percepire meglio quando lo scontro sarà con McCain. Obama intanto per la prima volta dallo scorso febbraio (quando sembrava invincibile) è tornato a parlare da unico candidato democratico e ha incrociato la spade con McCain. Il fatto che lo abbia fatto proprio nella notte dell’Indiana e del Nord Carolina dimostra che il senatore ha ripreso fiducia e ora sente veramente la vittoria a portata di mano. Le prossime tappe di questa lunga, estenuante e ora quasi noiosa corsa alla nomination, mettono in palio appena 217 delegati. Pochissimi per rimettere Hillary in carreggiata.

Il problema più grande per Obama è rinfrescare il messaggio. Da settimane lo scontro sui contenuti ha lasciato il passo alle polemiche e agli attacchi personali. Alzi la mano chi ricorda una proposta politica degna di tal nome sul fronte democratico. Anche il Financial Times ha di recente bacchettato i duellanti, rei di aver lasciato fuori dal dibattito i contenuti. Ora Obama non potrà più permettersi di nascondersi dietro un’elegante e ficcante retorica. Dietro i grandi disegni ideali, le visioni, i sogni. L’America ha bisogno di risposte concrete. La sfida con McCain si gioca sul terreno reale, non solo sull’idea di America che il senatore Obama vuole proporre. Di recente Karl Rove, architetto dei successi elettorali di Bush, ha detto che il messaggio di Barack Obama è scontato e ha bisogno di essere rinnovato. La lunga maratona con la Clinton ha non solo prosciugato le energia fisiche ma logorato la mente. Questo è il punto interrogativo per i democratici. Dopo otto anni di Bush, hanno la possibilità concreta di tornare alla Casa Bianca. Perché l’America ha voglia di cambiamento. Ma il conflitto intestino certo ha reso in salita un percorso che sembrava facile.

(foto Ansa)


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