Secchi: si preannuncia un mix di provvedimenti che vanno nella giusta direzione

- int. Carlo Secchi

Il risanamento dev’essere giustamente perseguito con forti tagli alla spesa. La Robin Hood Tax può andare solo se concepita come strumento di emergenza. E sul fronte liberalizzazioni è necessario creare vera concorrenza fra gli erogatori di servizi

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Questo Consiglio dei Ministri è di una certa rilevanza: dovrebbe varare provvedimenti da un lato volti a esigenze di rigore, dall’altro a favore dello sviluppo e per ricapitalizzare le esigenze della classe media, mantenendo il potere d’acquisto delle famiglie. C’é una manovra che si preannuncia almeno in questa prima tranche di 13,1 miliardi, per il 2009: qual è la sua opinione su tutto questo?

L’impressione è che ci sia un mix di operazioni finalizzate al risanamento del bilancio pubblico, per far fronte agli impegni presi e ribaditi recentemente anche all’ultimo Ecofin, che consistono in primi tagli alla spesa e in una revisione del carico fiscale. I tagli alla spesa mi pare vadano nella giusta direzione, per quanto riguarda le ipotesi fatte: non c’è dubbio che per tagliare bisogna agire sulle grandi voci di spesa, la spesa pubblica, partendo dal personale e dai Ministeri, dove questo è in misura maggiore. Quindi i tagli devono essere incisivi. Poi vi sono operazioni sul piano della fiscalità che mirano a un aumento del gettito, in parte per far fronte a recenti decisioni come lo sgravio dell’Ici sulla prima casa, in parte come premessa, spero, per una revisione dell’attuale sistema impositivo. In particolare penso alle famiglie, che con le riforme introdotte da Visco nel governo Prodi si sono ritrovate con un notevole aggravio a livello di Irpef. Il  passo importante per dare respiro e sollievo alla classe media, con un occhio verso i redditi più bassi che sono stati penalizzati dalle riforme di Visco, è quello di riequilibrare il carico fiscale, come premessa per un alleggerimento a loro favore.

Cosa ne pensa della Robin Hood tax? Ha destato qualche scalpore il fatto che sia stata la proposta di un’esponente come Tremonti, perché si tratta comunque di una sorta di inasprimento fiscale.

Sembra una tassa di guerra: punisce profitti elevati dovuti a circostanze esogene, come nel caso specifico le tensioni del mercato del petrolio. Il pensare, come si faceva ai tempi di guerra, di tassare i profitti ritenuti eccessivi rispetto alla normalità può avere un certo senso, però si introducono degli elementi distorsivi nel funzionamento del mercato, e c’é il rischio che questo ricada sui consumatori dei beni di cui trattasi, in questo caso i derivati del petrolio; quindi è da guardare con attenzione e da ritenere un provvedimento di carattere eccezionale. Altrimenti poi si scoraggiano gli investimenti e c’è tutta una serie di conseguenze negative. È chiaro l’effetto di annuncio sul piano politico; ma un conto è quello, e un conto è capire dal punto di vista tecnico e di funzionamento economico del meccanismo quali possono essere le ripercussioni. Vediamo come verrà congegnata; immagino rispetterà i requisiti di eccezionalità.

Nel giugno del 2006, all’indomani dell’insediamento del governo Prodi, si parlava di liberalizzazioni, le famose lenzuolate, e ne parliamo ancora adesso. La new entry è rappresentata dalla voce “pacchetto energia”, di cui il nucleare è una parte importante. Una sua riflessione su queste due voci?

C’é stato un effetto di annuncio importante rispetto alle liberalizzazioni del Governo Prodi, che furono abbastanza modeste, e in taluni casi si sono rivelate dei veri e propri boomerang, che hanno portato un aumento dei prezzi anziché una diminuzione. Occorre aumentare la concorrenza nel sistema. Basti per tutti il caso della distribuzione della benzina: noi siamo il Paese col maggior numero di distributori, e guarda caso i prezzi sono i più elevati, e per di più non è consentito distribuirla a taluni soggetti che potrebbero farlo a condizioni vantaggiose – come nel caso dei supermercati – e di poterlo fare su ampia scala. Il sistema Italia ha bisogno di più concorrenza in tutti i settori, e quindi ci vogliono misure che vadano in quella direzione. Un modo diverso di chiamare le liberalizzazioni è il termine “privatizzazioni”: se questo significa dismissioni di beni che non servono più alla proprietà pubblica, ben vengano anche queste, perché sono fonte di oneri e costi e non portano vantaggio alla collettività. Poi non è che si debba privatizzare per il gusto di privatizzare: tante cose è bene che siano pubbliche, altre che siano affidate al mercato. L’importante è che ci sia concorrenza nell’erogazione di servizi pubblici. Altrimenti si vede il caso di servizi di pubblica utilità che continuano a rincarare perchè non c’é concorrenza, non perchè sono pubblici o privati. Il nucleare, ben venga: il nostro Paese è talmente “demente” da acquistare energia prodotta a pochi chilometri dai confini, invece che produrla in proprio.

Quando si passerà al merito del problema ci sarà una battaglia per ragioni culturali in un Paese come il nostro.

Per ragioni di sottocultura. L’energia nucleare è un’energia rinnovabile, un’energia sicura, come è ampiamente dimostrato. La tecnologia oggi ha fatto passi da gigante rispetto al recente passato; abbiamo sprecato decine di migliaia di miliardi di vecchie lire per il referendum, di cui paghiamo ancora le conseguenze da vent’anni, e abbiamo l’energia più cara d’Europa. Questo non ha nessun senso; il nucleare è il modo per affrancarsi rispetto alla servitù rappresentata dal petrolio e dalle forme di energia non rinnovabile. Questo non vuol dire che non vadano bene eolico o fotovoltaico: ma la vera risposta viene dal nucleare.

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