BOSSI-BERSANI/ Quali squilibri? Il federalismo lombardo è più “solidale” di quello del Pd

- Luca Antonini

LUCA ANTONINI (componente dell’Alta Commissione di studio sul federalismo fiscale) spiega come il presupposto “egualitario” col quale Bersani e certa sinistra affrontano un punto essenziale del federalismo, cioè l’entità delle risorse finanziarie disponibili, che dovrebbero essere perequate per garantire uguali condizioni a tutte le Regioni, rivela un equivoco ideologico duro a morire

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La recente polemica, sollevata da Bersani contro il modello lombardo di federalismo fiscale presentato dalla Lega e l’insistenza sulla necessità di partire invece dal testo approvato dal precedente Governo, ben rappresenta il livello di inquinamento ideologico che purtroppo ancora contamina il dibattito sul federalismo fiscale. Quando il Ministro ombra sostiene la necessità di tutelare i diritti dei cittadini, siano essi calabresi o emiliani, perché questi devono godere di eguali garanzie e sarebbero inaccettabili distanze nelle posizioni di partenza rispetto a prestazioni sanitarie o di scuola, riflette una convinzione diffusa, quanto infondata.

In base a questa convinzione l’uguaglianza dei cittadini delle diverse Regioni dipenderebbe quasi esclusivamente dalle risorse finanziarie disponibili, per cui una forte perequazione sarebbe sufficiente a garantire l’eguaglianza dei servizi in tutto il Paese. Questo è un postulato ideologico che non trova fondamento nella realtà, che confonde eguaglianza e egualitarismo, che dirotta enormi quantità di risorse a finanziamento di situazioni di efficienza sottraendola a quelle aree dove quelle stesse risorse avrebbero una resa produttiva altamente maggiore a beneficio di tutto il Paese. Viene da chiedersi come mai nemmeno situazioni come quella dei rifiuti di Napoli possano riuscire a scalfire l’ideologia dell’egualitarismo!

È evidente che dopo decenni di finanziamento fortemente egualitario la sanità della Calabria o della Campania non garantisce assolutamente gli stessi livelli di assistenza del Veneto o della Lombardia. Lo dimostrano i dati sulle migrazioni sanitarie. Lo stesso vale per la scuola: la scuola statale fornisce risultati diversissimi nelle diverse aree geografiche nonostante l’impiego di risorse (come misurato dalla spesa per alunno, dal rapporto alunni/docenti, dalla dimensione delle classi) sia stato identico per decenni. La rilevazione delle conoscenze con la metodologia standardizzata PISA mostra che gli alunni del Nord si collocano sulla media OCSE, il Centro sotto la media e il Mezzogiorno a distanza enorme dalla media (si veda ministero dell’Economia e delle finanze – ministero della Pubblica istruzione, Quaderno bianco sulla scuola, Roma, settembre 2007).

Il disegno di legge approvato dal precedente governo – cui fa riferimento Bersani – strutturava, lo ha recentemente dimostrato Buratti nella rivista Federalismo fiscale, un modello di finanziamento non troppo dissimile da quello che si sarebbe avuto con un sistema di finanza derivata. Nonostante i richiami ai costi standard, in realtà la gran parte della spesa delle amministrazioni regionali risultava infatti garantita da una sostanziale copertura integrale dei fabbisogni, senza che venissero messi in campo reali incentivi all’efficienza; l’autonomia sui tributi propri veniva inoltre soffocata impedendo anche alle Regioni più avanzate ogni seria possibilità di sviluppare politiche innovative a vantaggio delle imprese o della “welfare society”.

Il modello proposto da Bossi, invece, questa possibilità la valorizza con vigore, assieme ad una potenzialità diretta a sviluppare meccanismi incentivanti delle pratiche virtuose; rispetto alla perequazione, infine, quel modello non esclude la possibilità di un periodo transitorio diretto a rendere graduale l’entrata a regime del meccanismo. D’altronde, per rispondere ad una situazione che è diventata negli anni gravissima, il Sud, più che di assistenzialismo, ha bisogno di formule nuove, come ad esempio potrebbero essere misure di fiscalità regionali di vantaggio, che paradossalmente solo la proposta Bossi renderebbe compatibili con il divieto europeo di aiuti di Stato. La stessa popolazione meridionale, come recentemente evidenziato dal Rapporto 2007 di Fondazione per la Sussidiarietà, è favorevole al federalismo fiscale, perché ben comprende la rovina cui ha condotto la logica dell’egualitarismo.

È senz’altro auspicabile un accordo bipartisan sul federalismo fiscale, tuttavia dal disegno di legge del precedente governo si può raccogliere qualche spunto; è un po’ troppo pensare di farlo diventare l’asse portante del nuovo federalismo fiscale. Il valore costituzionale della solidarietà merita grande attenzione, ma proprio per questo occorre altrettanta considerazione dei principi costituzionali di responsabilità e di buona amministrazione – implicitamente richiamati anche da Draghi nel suo recente intervento – senza dei quali tutto si risolve in una retorica ideologica che non responsabilizza una certa classe politica, a danno di tutto il Paese.

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