Mantica: per affrontare la crisi alimentare va abbandonata la “logica dell’emergenza”

- int. Alfredo Mantica

La cultura dell’emergenza ha senso per rispondere ad un problema immediato. Occorrono invece misure a medio e lungo termine

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È iniziato ieri a Roma il Summit della Fao, che intende occuparsi della crisi alimentare che rischia di aumentare il numero delle 862 milioni di persone che soffrono di sottonutrizione.
ilsussidiario.net ha raccolto, su questo tema, il commento del Sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica.

Il vertice della Fao, iniziato ieri, affronta una crisi che rischia di mettere in ginocchio i Paesi sottosviluppati, ma che colpisce anche le economie più avanzate. Quali sono secondo lei le cause e la reale portata di questa situazione?

Per rispondere citerò le prime cinque righe del libro di Tremonti, in cui si dice che viviamo in una realtà dove bastano 19 euro per andare a Londra, mentre con la stessa cifra non si riesce ad acquistare nulla al supermercato. Questo è un dato di fatto: il mondo sta cambiando. Occorre prendere atto che nel mondo globalizzato il miglioramento delle condizioni di alcune aree come l’India e la Cina ha sicuramente portato un maggior numero di persone ad avere bisogno di alimenti: in Cina, per esempio, si mangia più di vent’anni fa.
I paesi africani e più arretrati di fronte a questa situazione sono sicuramente come vasi di coccio tra vasi di ferro: non hanno la forza della Cina e dell’India che hanno un certo tipo di rapporti internazionali.

Vede altre cause di questa crisi?

Vi è senza dubbio la questione del bioetanolo. Lula sostiene che aver dedicato anni alla produzione di carburanti che hanno origine dall’agricoltura non influisca sulla produzione agricola, ma credo che i dati relativi agli ettari di superficie dedicati al bioetanolo e non all’alimentazione in parte smentiscano la sua tesi. Anche in Africa si stanno coltivando numerosi ettari di terreno, ma non certo per dare da mangiare alla popolazione africana, ma perché diventino una materia prima importante, anche a causa della crisi del petrolio.
Un altro problema è quello relativo agli ogm: io non sono un tecnico, però mi domando se il rifiutarli a priori sia una soluzione o un errore.
Ma credo che la cosa più importante da chiarire sia perché il settore primario, l’agricoltura, è quello che sta pagando il maggiore squilibrio rispetto alla realtà precedente. Credo che su questo si debbano incentrare le attenzioni e devo dire che il fatto che se ne occupi la Fao in questo vertice mi lascia perplesso.

Come mai questa perplessità?

Perché la Fao aveva già da tempo, prima dell’opinione pubblica, segnali di questa situazione, dato che opera in questo settore. Dovrebbe essere quindi l’ente che spiega ciò che è successo, non l’ente che chiede soluzioni: dovrebbe essere lei stessa ad indicare strade. Ho molte perplessità sul fatto che in sede Fao questo tipo di ragionamento possa trovare le risposte più opportune. Inoltre, i vertici Fao hanno invitato personaggi che hanno una storia politica che li ha visti distruggere il proprio paese, come Mugabe: il fatto che partecipi a questo vertice sulla crisi alimentare del mondo fa parte dell’ironia dei meccanismi legati al sistema.

Nei diversi interventi di ieri è stata evidenziata la necessità di interventi immediati su scala internazionale. Secondo Lei cosa andrebbe fatto?

Come sempre non esiste la soluzione al problema, ma esistono una serie di interventi diversi da paese a paese. Anche noi nel mondo occidentale abbiamo avuto aumenti del pane o del riso fuori da ogni logica: in Italia si parla del +20%. Credo tuttavia che fare dell’emergenza l’unica risposta sia un errore.
L’emergenza è un problema che può essere affrontato dando delle scadenze. La cultura dell’emergenza nei paesi africani ha già fatto più danni che bene: la politica ha tolto alle popolazioni africane la capacità di affrontare da sole i problemi, a volte peggiorandoli. Se l’abitudine di distribuire una manciata di riso alla popolazione diventa una prassi, si rischia di togliere all’agricoltura, allo sviluppo, intere popolazioni e farle dipendere da organizzazioni umanitarie. Queste operazioni sono adatte e vanno fatte assolutamente di fronte a delle tragedie come la siccità, lo tsunami e i terremoti.
A mio parere bisogna creare le risposte per il medio e lungo periodo, altrimenti nasce la cultura della sopravvivenza che distrugge anche l’energia giovanile. La cultura dell’emergenza ha senso per rispondere ad un problema immediato, ma poi la risposta non può essere che a medio e lungo termine.

E in questo senso come si dovrebbe agire?

Occorre il coraggio di rivedere gli obiettivi di sviluppo del millennio. Credo anche che la soluzione del problema non sia neanche nell’avere più risorse a disposizione: certo i soldi servono sempre e vanno aumentati, ma non è questa l’unica soluzione. Occorre provvedere al recupero di nuove terre per la produzione agricola e nella misura in cui anche questa si globalizza – ha ragione Ban Ki-Moon – i sistemi protezionistici vanno abbandonati, perché non si può pensare di aumentare le superfici di produzioni mondiali se poi le regole del “gioco” non vengono modificate. Se le balle di cotone degli Stati Uniti costano meno di quelle del Malawi, è un problema di sistemi di dumping o protezionistici che alterano fortemente il mercato.
Tutto questo mi sembra un problema non da Fao, ma da Onu, da G8, da organizzazioni internazionali che possano affrontare il problema non solo in chiave di emergenza e di fame.

Come vanno interpretate le parole di Berlusconi che ha chiesto di non “conteggiare gli aiuti negli impegni di bilancio che gli Stati assumono con l’Ue”?

Sono parole che condivido pienamente. Se i paesi europei sono chiamati a uno sforzo aggiuntivo, rispetto a quelli che già si fanno in termini di cooperazione e sviluppo – che, come sostengo da tempo, non sono una liberalità, ma un investimento -, non si può far rientrare un surplus degli aiuti nei vincoli dei parametri di Maastricht, soprattutto ora che l’economia europea vive un periodo di crisi.

Cosa pensa dell’appello di Benedetto XVI sulla necessità di “globalizzare la solidarietà”?

Non mi permetto di interpretare le parole del Santo Padre, ma credo che “globalizzare la solidarietà” significhi considerare i problemi della giustizia sociale nel mondo come uno degli elementi necessari e prioritari nei modelli di sviluppo che stiamo affrontando.
Occorre considerare, tra le ricadute della globalizzazione, anche il problema della giustizia sociale: per questo vanno fatte politiche per sostenerla. In questo senso, se gli aiuti, come ho già detto, venissero considerati un investimento al pari delle infrastrutture, si compirebbe già un salto di qualità.

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