Una nuova via per far fronte alla fame, valorizzando i corpi intermedi

- Alberto Piatti

L’Italia crei e finanzi 1.000 scuole agricole vicine alla gente e gestite in accordo con le comunità locali – già questo sarebbe un bel cambiamento di rotta – e si adoperi per una riforma adeguata ai tempi degli Organismi internazionali

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Dopo i proclami del Presidente iraniano che hanno rischiato di distogliere gravemente l’attenzione dal contenuto proprio del vertice Fao, si è entrati nel merito dell’agenda. Per capire le dimensioni del fenomeno fame voglio ricordare che nel vertice del 1996 ci si era dati l’obbiettivo di dimezzare da 800 milioni a 400 milioni le persone sofferenti. Dobbiamo constatare che il numero di persone che soffrono la fame ad oggi è aumentato di circa il 9%.
È indubbio che un vertice come quello in corso ha la grande valenza di portare a conoscenza dell’opinione pubblica, e quindi della coscienza di ciascuno di noi, la gravità della situazione, ma ci costringe anche a capire perché la situazione è peggiorata.
Ci aiuta un passaggio del messaggio che il Santo Padre, Papa Benedetto XVI, ha fatto pervenire ai partecipanti al vertice in corso attraverso Il Segretario di Stato Cardinale Tarcisio Bertone: «È urgente superare il paradosso di un consenso multilaterale che continua a essere in crisi a causa della sua subordinazione alle decisioni di pochi». Anche in questa situazione si assiste ad un consenso unanime sulla gravità della situazione e ad un altrettanto pressoché totale disaccordo sui rimedi possibili.
In questo contesto non sarà il consenso che cambierà la situazione, ma la decisione fare qualcosa di diverso rispetto alle analisi e alle ricette fino a qui sentite. Un nuovo, anzi antico punto di partenza, la dignità dell’essere umano. Ricollocare la persone al centro delle azioni e non quei “sistemi cosi perfetti” dove nessuno morirà più di fame.

Sono certamente fondamentali interventi di emergenza che risolvano la contingente crisi, e sono incoraggianti le proposte di Berlusconi (svincolare gli aiuti alle popolazioni nei Paesi in via di Sviluppo dai parametri economici Europei) e gli impegni assunti dal Ministro Frattini sia nell’immediato che nella prossima Presidenza italiana del G8.
Ci aspettiamo che queste disponibilità e il ruolo che l’Italia si sta ritagliando con questi impegni, arrivino anche a rivedere i meccanismi di spesa e di uso delle risorse messe a disposizione. Non possiamo più permetterci di staccare un assegno ad un qualunque Organismo internazionale senza pretenderne trasparenza e qualificazione della spesa o peggio, come prevede il Consenso di Parigi, veicolare l’aiuto bilaterale o multilaterale sul bilancio degli Stati. Questi meccanismi non pongono al centro la persona, ma le burocrazie con tutte le note inefficienze e corruzioni.
Cerchiamo di condizionare il nostro aiuto alla valorizzazione di quei corpi intermedi che nei paesi sono presenti, vicini alla gente e che conoscono i reali problemi. Facciamo leva su queste forme organizzate, aiutiamole e sosteniamole nelle loro attività. Il 17% delle terre irrigue produce il 40% del cibo al mondo: non è sempre necessario costruire un nuova diga di Assuan, bastano nell’immediato sistemi più elementari. Ripartire dalla persona significa ripercorre il lavoro che fecero i Benedettini in Europa bonificando e dissodando terreni “impossibili”. Con questo ideale si potranno usare tutti gli strumenti tecnici oggi a disposizione senza illudersi che dalla tecnica venga il cambiamento.
«Un cammino certamente non facile, ma che consentirebbe di riscoprire il valore della famiglia rurale: essa non si limita a preservare la trasmissione dai genitori ai figli dei sistemi di coltivazione […], ma è soprattutto un modello di vita, di educazione, di cultura e di religiosità», come ha ricordato Benedetto XVI.
L’Italia crei e finanzi 1.000 scuole agricole vicine alla gente e gestite in accordo con le comunità locali – già questo sarebbe un bel cambiamento di rotta – e si adoperi per una riforma adeguata ai tempi degli Organismi internazionali.
Se fossi il Direttore Generale della Fao, da così tanti anni, con questi risultati e con un costo di struttura del 52%, qualche domanda me la farei.



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