Bastico (Pd): i punti chiave della nostra proposta sul federalismo

Il Pd presenterà non solo un testo sul federalismo, ma anche un testo sulla carta delle autonomie. Il dialogo sarà su questi due modelli. Prevediamo sia imposte gestite autonomamente da Regioni e enti locali, sia la compartecipazione ai grandi tributi erariali

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Senatrice Bastico, Calderoli ieri ha illustrato in Commissione bicamerale per gli Affari regionali le linee del nuovo federalismo. Qual è la sua opinione?

Trovo che ci siano buoni punti di condivisione rispetto all’impostazione del Pd, che metteremo nero su bianco nella nostra proposta di legge che presenteremo a settembre contestualmente alla proposta del governo. Certo Calderoli ha illustrato principi e criteri generali che come tali potranno subire modifiche. Giudicheremo a suo tempo in modo più chiaro il provvedimento alla luce delle norme applicative.

L’aver abbandonato il cosiddetto modello Lombardia ha rappresentato un punto di svolta?

Sì. È stato un punto di svolta determinante, perché nella proposta lombarda l’impostazione non era condivisibile per troppi aspetti. In primo luogo la proposta lombarda prevedeva il trasferimento di circa 164 miliardi di euro alle Regioni senza minimamente collegarle a funzioni determinate: risorse che non corrispondevano all’esercizio di nuove competenze. Secondo punto determinante: era insostenibile da un punto di vista finanziario, perché toglieva risorse allo Stato, il quale, però, doveva continuare a gestire le funzioni proprie. Terzo punto: era tale da accentuare le differenze esistenti tra le diverse aree del paese. Il nostro paese non può permettersi di veder aumentare il divario tra regioni del Nord e regioni del Sud. Questo è per noi un punto irrinunciabile: il federalismo deve essere uno strumento per ridurre e non per ampliare le differenze.

Quali sono, a suo giudizio, gli aspetti salienti della proposta di Calderoli?

Calderoli ha ammesso chiaramente che il modello precedente poteva andar bene per la Lombardia, ma non per le altre Regioni. È un punto fermo significativo. Poi ha parlato di risorse in collegamento con i livelli essenziali delle prestazioni. A mio parere lo Stato deve fissare i livelli essenziali delle prestazioni: cioè cosa si deve garantire a un cittadino lombardo o a un cittadino campano per quel che riguarda la sanità, la scuola, l’assistenza, il trasporto pubblico. E stabilirne i costi standard. Prima definiamo i costi standard, poi diciamo: questa parte la deve pagare lo Stato, in quanto garante del diritto di tutti i cittadini che stanno in qualsiasi regione; quest’altra toccherà alla Regione. Qui andiamo al nocciolo della perequazione e tocchiamo il punto cardine che ha sempre distinto il Pd dalla proposta lombarda. E Calderoli su questo non si è pronunciato. Della perequazione, secondo noi, deve essere garante lo Stato centrale. È lo Stato che stabilisce i livelli essenziali, che ha il fondo che finanzia questi livelli essenziali e che fa da garante delle pari opportunità.

Questo sarà un punto chiave della vostra proposta?

Sì. Con un nota bene importante: che lo Stato garantisce la perequazione, ma oltre alle Regioni vi devono accedere anche le aree metropolitane. È indubbio che quando parliamo di grandi aree metropolitane come Milano o Roma non parliamo di semplici comuni anche di grandi dimensioni. Penso poi che la perequazione debba essere effettuata nei confronti dei comuni dalla Regione di appartenenza, quindi non sarà lo Stato a garantire l’intera perequazione. Un altro elemento sul quale c’è comunanza di vedute è che prevediamo sia imposte gestite autonomamente da Regioni e enti locali, sia la compartecipazione ai grandi tributi erariali. È un punto che la proposta di Calderoli prevede e che è in comune con la nostra proposta. Cioè un mix tra autonomia totale – della Regione nel gestire le imposte – e compartecipazione ai grandi tributi, Irpef per esempio.

Il vostro è un federalismo più “conservatore”?

Il punto è che occorre trovare una soluzione che vada d’accordo con la nostra Costituzione, il cui federalismo non è “regionalista”, ma deve basarsi su comuni, province, città metropolitane, e Regioni. Quando parla dell’autonomia della spesa e del prelievo, lo fa attribuendone la prerogativa a tutti questi soggetti. Il nostro federalismo è questo: valorizzazione di tutte le autonomie.

Vuole anticipare le linee guida della proposta che il Pd presenterà a settembre?

Il federalismo fiscale deve essere strettamente collegato con la riforma istituzionale e con il codice delle autonomie. Abbiamo bisogno di ridisegnare il nostro sistema delle autonomie locali, in cui tutti fanno tutto. Prendiamo le spese generali dell’assistenza: se le sobbarcano i comuni, poi le Asl, poi le unioni dei comuni, poi le comunità montane, poi le province – ma potremmo proseguire. C’è troppa frammentazione. Occorre fare delle attribuzioni, e assegnare le funzioni ad un livello istituzionale determinato. Il modello francese ce lo insegna. Dobbiamo intervenire su un sistema che si è stratificato nel tempo alla ricerca di dimensioni ottimali, collegando le risorse al nuovo assetto delle autonomie locali. Il Pd presenterà non solo un testo sul federalismo, ma anche un testo sulla carta delle autonomie. Il dialogo sarà su questi due modelli, l’iter dei quali dovrà essere gestito in parallelo.

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