GAZA/ Perché il sì a Israele non è un sì alla guerra

- Mario Mauro

Dopo due giorni dall’inizio dell’offensiva di terra a Gaza da parte dell’esercito israeliano con l’adeguamento del numero dei morti a oltre 500 rimane viva e anzi si rafforza la convinzione che Israele debba fermarsi. Eppure Israele e palestinesi hanno il diritto alla sicurezza e alla pace. Ma come arrivare a questo risultato?

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Foto Ansa

Dopo due giorni dall’inizio dell’offensiva di terra a Gaza da parte dell’esercito israeliano con l’adeguamento del numero dei morti a oltre 500 rimane viva e anzi si rafforza la convinzione che Israele debba fermarsi. In un vortice di giudizi spesso affrettati da parte di autorevoli commentatori, ma anche di esponenti politici e Governi che si lasciano trasportare con troppa facilità dalla tentazione di schierarsi per forza totalmente e senza eccezioni in favore di una delle due parti in conflitto la posizione del Ministro Frattini e quindi del Governo italiano appare molto responsabile ed equilibrata: «Noi siamo fortemente preoccupati e ovviamente molto addolorati per le vite innocenti che i civili palestinesi pagano purtroppo questa situazione orrenda causata purtroppo da Hamas che ha violato la tregua, ma ovviamente facciamo un appello fortissimo e accorato a Israele perché eviti in assoluto azioni che possano compromettere la vita e l’incolumità fisica di tanti civili innocenti». La nota della Farnesina permette di spiegare meglio perché deve essere Israele ad avere un “sussulto di saggezza” e fare il primo passo verso il dialogo con la controparte palestinese. La prima motivazione risiede nel fatto che chiedere uno sforzo di responsabilità e di dialogo ad Hamas è completamente inutile: come tutti sappiamo si tratta di un movimento integralista che fonda la propria esistenza sulla volontà di distruggere lo Stato d’Israele. Lo Statuto di Hamas infatti richiede la distruzione dello Stato di Israele e la sua sostituzione con un Stato islamico palestinese nella zona che ora è Israele, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. La stessa carta dichiara che “Non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel jihad”. Usare la carta della diplomazia è ancora più difficile dopo che Hamas ha rotto la tregua, ma proprio perché siamo amici di Israele dobbiamo ribadire che l’azione di guerra non porterà alla soluzione dei problemi, ma rischia soltanto di aggravarli. Rischia innanzitutto una vera e propria catastrofe in termini di vittime civili, anche israeliane.

Rischia inoltre di provocare la folle reazione di tutte quelle forze terroristiche che attendono nuovi pretesti per sfogare il loro odio contro Israele e contro l’Occidente. Come ha dichiarato al Corriere della sera l’ex capo del comando centrale statunitense del Medio Oriente Anthony Zinni, che non può certo essere considerato filo Hamas, l’invasione di Israele nel territorio di Gaza “avrà successo a breve termine, ma a lungo termine alimenterà la spirale della violenza. Le file dei terroristi a Gaza si infoltiranno, i paesi arabi moderati si troveranno in difficoltà e in Medio Oriente crescerà l’antisemitismo. La questione palestinese non può essere risolta militarmente”.

L’unica strada al momento percorribile è quella auspicata nell’ultimo comunicato della presidenza francese del Consiglio dell’Unione europea: iniziare il processo di pace come richiesto dalla Risoluzione Onu numero 1850, basare una soluzione sul processo iniziato ad Annan sulla costruzione di uno Stato palestinese in accordo con Israele, lavorare costantemente per una soluzione pacifica con Egitto e Lega araba che hanno dimostrato grandi sforzi di mediazione.

Dire Sì a Israele non significa dire Sì alla guerra. Allo stesso modo un cessate il fuoco non sarebbe affatto un accordo con i terroristi. Non sarebbe affatto l’inizio del dialogo con chi non vorrà mai dialogare.

Israele ha il sacrosanto diritto di difendersi dopo gli attacchi missilistici di Hamas, ma deve davvero comprendere che questa legittima difesa non deve passare attraverso la perdita di civili, perché tralasciare questo dettaglio vuol dire abbandonare del tutto la speranza nella pace, vuol dire togliere consistenza al pensiero stesso che si possa arrivare alla pace. In questo giudizio dobbiamo essere sempre coscienti del fatto che il male, terribilmente presente anche in ciascuno di noi e non solo in un nemico esterno (che cambia a seconda della parte con la quale ci si schiera), non deve vincere sul bene. Così che ogni giudizio e azione siano fattori di pace, di giustizia e di civiltà.

Durante l’ultimo Angelus Benedetto XVi ha affermato che “le drammatiche notizie che ci giungono da Gaza mostrano quanto il rifiuto del dialogo porti a situazioni che gravano indicibilmente sulle popolazioni ancora una volta vittime dell’odio e della guerra. La guerra e l’odio non sono la soluzione dei problemi. Lo conferma anche la storia più recente”. Il riferimento alla “storia più recente” è una chiara citazione del mancato ascolto di Giovanni Paolo II quando invano implorò l’Iraq e la coalizione guidata dagli Stati Uniti di rinunciare alla guerra.

Per questo insieme a Roberto Formigoni e a diversi parlamentari italiani abbiamo promosso un appello che vuole fare eco alle parole del Papa evidenziando come la luce di verità che viene dalle parole della Chiesa costituisca un’opportunità anche per la buona politica.

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