REGIONALI/ Pdl, Lega e Fini: a che punto è la bagarre sulle candidature?

- Paolo Pillitteri

Le schermaglie interne al centrodestra sul tema delle candidature alle regionali sono appena iniziate. A Berlusconi il compito di trovare un compromesso tra le richieste reali e pressioni funzionali ad altri scopi. L’analisi di PAOLO PILLITTERI

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Sembrano le manovre degli allenatori d’antan (ma forse anche di adesso) con la leggendaria pretattica prima delle partite più impegnative. Le ipotesi di candidature presidenzial-regionali che stanno venendo avanti nel Pdl, spinte dalle esigenze spesso antagoniste dentro un’alleanza complicata come quella con la Lega, hanno in comune con le tecniche calcistiche l’estrema vaghezza dei contenuti sommata a un’interessata reticenza sui reali propositi.

Del resto, si fa presto a dire, quando manca quasi un anno alle elezioni “questa regione va a Bossi e queste altre stanno col Pdl”. Si fa presto a dirlo e a contraddirlo, a seconda delle convenienze immediate, dei giochi politici sul tappeto e delle contrapposizioni da comporre. Per esempio fra Bossi e Fini, divisi su tutto o quasi.

E allora, che significano questi stop finiani alle pretese della Lega sul Veneto e la Lombardia o su entrambe? Intanto, l’avere posto una sorta di aut aut al Cavaliere serve a Fini per bloccare l’asse privilegiato fra il Senatur e il Premier con l’obiettivo di ottenere quel famoso “caminetto” intorno al quale decidere fra alleati con pari dignità. È la famosa “sindrome della collegialità”  che nella Prima Repubblica contagiava, di volta in volta, Spadolini e De Mita, Nicolazzi e Altissimo, e oggi, cioè la settimana scorsa, ha costretto Berlusconi a promettere un “caminettino” al Presidente della Camera durante la cena chez Letta (Gianni). Ma poi salta su un Maroni che dice: “Tutto è nelle mani di Sivio e di Umberto, loro due sbroglieranno i problemi prossimi venturi”.

 

 

Anche questa è una mossa da pretattica, da problem solving a parole, delegandolo cioè ai due arbitri. Chi decide, alla fine, non sono due, ma uno soltanto, Berlusconi ,senza il quale né Fini né Bossi né Maroni né altri, magari dentro lo stesso Pdl, possono fare alcunché. E tuttavia… Tuttavia anche il Cavaliere sa perfettamente che, da che mondo è mondo vige la ferrea, spietata legge del più forte, ovverosia dei numeri. Non tanto quelli dei sondaggi, ma quelli dei risultati dentro le urne. Se la Lega avanzerà di molto al Nord con un Pdl in affanno,sarà difficile negarle il cosiddetto "bottino della vittoria", in parole brutali: lo scalpo di Galan, giacché la testa del Celeste non parrebbe in discussione, a meno di catastrofi del Pdl in Lombardia, allo stato del tutto irreali (Formigoni è oggettivamente il miglior fico del bigoncio).

Ma siamo poi così certi che la Lega voglia, fortissimamente voglia, quello scalpo? In altri termini: il Senatur è disposto a battersi fino all’ultimo per ottenere una presidenza veneta anche a costo di correre da soli, e al grido di "vinca il migliore"? una strada, questa, perigliosa assai, soprattutto per il Senatur. E allora? Allora si fa pretattica, si fa melina.

 

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