GIORNALI/ La lezione di Tobagi agli allievi di Scalfari

- Gianluigi Da Rold

Quasi trent’anni fa veniva ucciso il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi. La sua morte è stata un contributo all’ambigua relazione tra media, politica e “grandi poteri”, ma intorno a quello che è diventato ormai un affaire è stata costruita una camicia di ferro imperforabile

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Il 28 maggio dell’anno prossimo, sarà il trentesimo, tragico anniversario del delitto di Walter Tobagi. Fosse scampato al suo crudele destino di quel lontano giorno della primavera del 1980, Tobagi sarebbe oggi un giornalista sessantaduenne probabilmente a capo di un grande quotidiano nazionale. E chissà quali analisi ci avrebbe riservato, con la sua limpida intelligenza e il suo modo di fare giornalismo, sia sugli anni Ottanta, sia su quello che è avvenuto a partire dal “pandemonio” del 1992 in Italia.

Visto a posteriori, questo trentennio senza un uomo come Tobagi nel mondo dei media, offre tutta la mediocrità che la brutale selezione brigatista ed estremista ha imposto all’informazione italiana: uccisi, intimoriti, emarginati a vantaggio di un coacervo di “pistaroli” sensazionalisti, di inventori di complotti evanescenti o di classici disinformatori per cretineria e per un arruolamento a qualche servizio estero o a qualche “potere forte” italiano e straniero.

In effetti, Tobagi non era solo un inviato del Corriere della Sera che stava “fuori dal coro” negli anni dell’”eskimo in redazione”, ma uno storico, un analista delle bizantine bizzarrie della politica italiana, uno studioso del mondo dei media che era diventato un punto di riferimento nel sindacato dei giornalisti e nella professione in generale. Quindi un leader e un esempio per molti giornalisti.

“Fare fuori lui”, “liquidarlo militarmente” non fu solo un’azione di “giustizia proletaria”, ma un “lugubre contributo” all’istituzionalizzazione del caos italiano nel mondo della politica e dell’ambigua relazione tra media, politica e “grandi poteri”. In realtà, il delitto Tobagi fu tragicamente “un delitto utilissimo”. E per questa ragione, la cronaca di quell’orrendo omicidio non trova pace e periodicamente alimenta sempre qualche cosa di incompiuto, di non chiarito, di oscuro in alcune parti della sua trama.

Personalmente, avevo promesso qualche anno fa di non parlare più del delitto Tobagi. Ho scritto libri sul Tobagi, oltre un centinaio di articoli, partecipato a commemorazioni e ricostruzioni della vita professionale e della morte di Walter. Per anni, all’interno del Corriere della Sera, dell’Associazione dei giornalisti, in sede regionale e nazionale, abbiamo combattuto insieme una battaglia durissima contro “l’ammucchiata catto-comunista” che si era insediata in via Solferino e nel sindacato dei giornalisti.

Insieme abbiamo creato una nuova corrente sindacale “Stampa democratica”, che venne osteggiata in modo quasi infamante dai “democratici” dell’epoca. In più, eravamo grandi amici, che dividevano lavoro, sentimenti, visioni culturali e politiche e persino la pizza serale in un vecchio ristorante scomparso in via della Moscova, prima di andare a fare due passi notturni vicino a casa sua, accanto al Parco Solari.

Probabilmente con troppa passionalità e con troppa foga ho sempre contestato l’immagine che si faceva di Tobagi “un giornalista di tutti al di sopra delle parti” e i risultati degli accertamenti processuali, fino alla sentenza, dove svaniva come neve al sole il “contesto” in cui maturò il delitto Tobagi.

Le ricostruzioni erano incomplete, vaste le ombre sui passi del delitto, impalpabili le interpretazioni sul retroterra culturale in cui nacque l’omicidio. Quindi, nel momento in cui ho rivisto su “La 7” una buona trasmissione sull’affare Tobagi e ho ascoltato i “guai” che l’amico Renzo Magosso sta passando per le sue rivelazioni sui retroscena del fatto, ho pensato di reintervenire per puntualizzare qualche aspetto.

Immaginando un film, il “delitto Tobagi” ha quasi un copione alla Alfred Hitchcock. I giovani assassini del “commando aspirante brigatista” vengono scoperti e catturati in tempi rapidi, soprattutto per la determinazione investigativa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. I due killer materiali (che conosco e con i quali ho parlato) hanno ricostruito gli ultimi istanti della vita di Walter in quel mattino piovoso.

 

Ma se nei film del grande regista inglese, una volta documentato il delitto, si passa alla ricostruzione logica e all’analisi dei moventi, nel “delitto” Tobagi” tutto l’impianto che precede
l’evento mortale è privo di logica e gli stessi moventi sembrano una sconcertante tragica parodia da “ragazzi della via Pal”. Fuori da ogni contesto, da ogni conflitto (alcuni durissimi) in cui Walter si trovava invece immerso e angosciosamente braccato.

Possibile che tutti ignorassero che ancora la mattina del delitto, nella bacheca dei comunicati sindacali di via Solferino, fosse affisso il consueto articolo contro di lui (scritto su una rivista specializzata) che lo indicava con spregio come “Craxidriver” al Corriere? Possibile che nessuno sapesse che in quella giornata, per arrivare a un comunicato sindacale congiunto sulla morte di Tobagi, si dovesse battagliare duramente contro la Cgil di via Solferino? Possibile che il giornaletto comunista interno pubblicasse il delitto in terza pagina? Possibile che si fosse dimenticato che nel 1977, al congresso nazionale della FNSI di Pescara, fu impedito agli amici di Tobagi di parlare anche se regolarmente eletti a quella assise? Possibile ignorare gli scontri, quasi fisici, all’interno della redazione di via Solferino?

Evidentemente era possibilissimo, perché Walter divenne la vittima di un aspirante “commando brigatista” in quanto si era esposto scrivendo un famoso editoriale sul Corriere “Non sono samurai invincibili”, dopo l’irruzione dei carabinieri in via Fracchia a Genova in un covo delle Br. Quindi il movente era unico, scarno e quasi scontato.

 

E non c’entrava nulla la figura “fuori dal coro” di Tobagi, cattolico e socialista riformista”, oppositore del “compromesso storico” sul piano politico nazionale, ma soprattutto nella sue declinazioni opportunistiche, quasi volgari, all’interno di via Solferino e del sindacato dei giornalisti, dove lui era il presidente della “Lombarda”, cioè del più importante sindacato regionale dei giornalismo italiano.

Eppure dopo la cattura dell’aspirante “commando brigatista”, il delitto Tobagi viene rinserrato in una sorta di “camicia di ferro” dalla quale è impossibile liberarsi. La generosità del generale Dalla Chiesa è anche una grande operazione militare, che frutta, con le confessioni del capo del “commando”, lo scardinamento di una rete terroristica importante. E spesso la logica militare ha il limite del risultato, implica uno scambio che riduce il terreno investigativo e quindi la stessa verità complessa.

 

Poi c’è il processo, che sembra un “pugno in faccia” agli amici di Walter. Il delitto Tobagi non merita un processo a parte, centrato sul fatto della morte di Tobagi, ma viene inserito in un maxiprocesso dove si discute di un numero imprecisato di reati e di imputati che rispondono di lotta armata. Il contesto del delitto Tobagi è stemperato, oggettivamente, nel contesto più ampio della “cultura terroristica” di quegli anni.

Come fanno, in quella grande complessità, a essere esaminati nella sua ampiezza gli scontri sindacali nel mondo giornalistico? Come è possibile accertare la contorta realtà di tutta l’azienda Corriere della Sera di quegli anni?

 

Lo stesso processo è scarno su alcuni punti chiave: il lungo volantino di rivendicazione (un autentico saggio di sociologia marxista sui media) è relegato a “un testo scopiazzato”. Poi evaporano dettagli importanti: la macchina da scrivere, la posizione di Caterina Rosenzweig. Così come tutte le incongruenze che lentamente emergono negli anni: la “candidatura alla morte” di Walter segnalata da infiltrati, ritrovata in “covi”.

 

Una sequenza infinita su cui tanti si sono scontrati senza ottenere nulla, oppure guai. Di fatto, la “camicia di ferro” ha imbrigliato il delitto Tobagi, ma anche creato “l’affare Tobagi”. E, purtroppo, il mistero sui “dettagli decisivi” resterà. Per volontà collettiva, anche per colpa collettiva . Mi ha sempre spiegato l’amico Enzo Bettiza: “Nulla è più difficile che battersi per la libertà. Troppo
difficile”.

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