SCENARIO/ Folli: le missioni impossibili di Bersani e Berlusconi

- int. Stefano Folli

I primi passi del nuovo segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, e la “tregua” tra Tremonti e Berlusconi tengono banco nei due schieramenti, ma restano da sciogliere molti nodi. Ne abbiamo parlato con STEFANO FOLLI, editorialista de Il Sole 24 Ore    

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Il fine settimana appena trascorso ha portato alcune importanti novità nel quadro politico. I primi passi del nuovo segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, vincitore delle primarie e della consultazione tra gli iscritti al suo partito, e la “tregua” tra Tremonti e Berlusconi, sancita dall’incontro di Arcore. Su entrambi i fronti restano però da sciogliere molti nodi. Ne abbaimo parlato con Stefano Folli, editorialista de Il Sole 24 Ore.

Il risultato delle primarie del Pd, che ha confermato il volere degli iscritti, cancellerà secondo lei le divisioni interne emerse negli ultimi tempi all’interno del partito, tra denunce di brogli e minacce di possibili scissioni?

Le polemiche legate ai brogli penso che siano superate nei fatti, anche se sicuramente in queste primarie ci sono state delle irregolarità. Vedo però l’interesse comune di costruire un minimo di unità interna, anche da parte dello sconfitto Franceschini, che vuole comunque avere un ruolo in questo partito.
Per quanto riguarda le possibili scissioni non escludo delle defezioni in futuro, ma a livello individuale. Avrei parlato di scissione se Franceschini e il suo gruppo non avessero accettato la legittimità dell’elezione di Bersani, ma non è così.
Il nuovo segretario può ridare una certa facciata di unità al partito anche se alcuni problemi a livello politico rimangono.

Quali principalmente?

Prima di tutto l’identità del partito e il suo modo di stare nella società.

A questo proposito il nuovo Pd di Bersani sarà molto diverso da quello a guida Veltroni-Franceschini?

Sarà sicuramente diverso nell’attenzione al territorio e al rapporto con una base sociale più tradizionale, quel rapporto che la sinistra aveva saputo mantenere con i suoi ceti di riferimento. Aver perso la sintonia con questo mondo aveva infatti causato un grande slittamento di voti verso il centrodestra e verso la Lega al Nord.
Il primo passo quindi andrà fatto verso l’Italia produttiva, il secondo consisterà nel definire un profilo riformatore.

In concreto cosa può significare?

Il Pd si dichiara riformatore, ma nessuno ha mai capito quali siano le riforme a cui mira, come intenda incidere sui rapporti sociali e se voglia confrontarsi con la maggioranza su alcune riforme fondamentali.
Fare l’opposizione non significa sempre e soltanto andare al muro contro muro, ma anche individuare momenti di confronto per influenzare le decisioni parlamentari della maggioranza. Su questo si vedranno le principali differenze con la gestione Franceschini.

Ha fatto riferimento all’obiettivo del Pd di ritrovare spazio al Nord, ma la freddezza di Chiamparino non è un campanello d’allarme in questo senso?

 

 

Certo, indica proprio quanto questo percorso sia difficile. Non è un mistero che il rapporto con i ceti produttivi del Nord negli ultimi anni si sia praticamente compromesso. Tra l’altro Chiamparino non è il solo a manifestare il suo scetticismo tra gli amministratori di sinistra. Penso però che Bersani sia consapevole di trovarsi ai piedi di una montagna da scalare.

Secondo lei il Pd riuscirà a superare la subalternità nei confronti di Di Pietro e dei giornali?

Il nodo Di Pietro è cruciale. Dei tre candidati alla segreteria l’unico che può dare garanzie in questo senso è proprio Bersani, culturalmente e politicamente il più lontano dall’Italia dei Valori. Il nuovo segretario può impegnarsi in questa sfida, se invece avvesse vinto Marino o Franceschini il discorso non si sarebbe potuto nemmeno aprire.
Certo che per distaccarsi dal dipietrismo occorrono delle alleanze alternative e anche su questo non c’è chiarezza. Si parla di un’intesa con Casini, ma è molto guardingo al riguardo e a complicare le cose c’è anche il vicino appuntamento delle regionali.

L’altro fronte caldo, emerso nella competizione interna, riguarda i cattolici all’interno del partito. I temi inerenti alla laicità sono spesso occasione di divisione e sembrano rappresentare un nervo scoperto per il Pd. Molti esponenti della componente cattolica hanno sollevato parecchie preoccupazioni nel caso di una possibile vittoria di Bersani. Seguendo il suo ragionamento però Bersani penserebbe a un’alleanza con l’Udc per smarcarsi da Di Pietro. Come si muoverà il nuovo segretario nei confronti del mondo cattolico?

Distinguerei tra personalità che comunque guardano al Centro, come Rutelli e la Binetti, il cui destino futuro è secondo me fuori da questo Pd. In altri cattolici invece prevale l’elemento politico. Lo stesso Franceschini è cattolico, ma in questo Partito Democratico si trova bene. Come lui Franco Marini. Non mi aspetto quindi una scissione o una frattura verticale tra l’anima cattolica e quella laica, al massimo la dislocazione di alcuni piccoli gruppi all’esterno.
Il piano di Bersani potrebbe essere quello di un nuovo centrosinistra con un Partito Democratico più socialdemocratico e un Centro che nel frattempo si sia ricotruito. La strada però è lunga.

Passando all’altro versante, quale dato politico emerge dal vertice di Arcore tra Tremonti e Berlusconi e dalle dichiarazioni che ne sono seguite?

Direi che si tratta di una tregua, perché il conflitto tra Tremonti e Berlusconi è una cosa molto seria. L’aiuto che la Lega ha dato a Tremonti dimostra il legame tra il Carroccio e Tremonti, ma è legato agli equilibri all’interno dell’alleanza tra Lega e Pdl e le candidature al Nord.
La visione della politica economica e la sua gestione però non si possono risolvere in un momento, né si prestano a compromessi.

Prevarrà la linea del rigore, o quella delle riforme secondo lei?

Per il centrodestra è da sempre centrale il rapporto con l’opinione pubblica di riferimento e la capacità di fare le riforme. Tremonti però in questo momento non ha le risorse ed è legato alla linea del rigore. Il ministro non può promettere risorse che non ha, d’altra parte Berlusconi non può fare passi indietro e ha la necessità di dare segnali riformatori al suo elettorato.
Il conflitto è aperto e si ripresenterà molto presto, questa tregua cerca di tamponarlo, ma non si può pensare di risolvere il problema affidando l’incarico di vicepremier a Tremonti.

(Carlo Melato)

 

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