GIUSTIZIA/ 1. Zanon: Berlusconi firma la fine della Seconda repubblica

- int. Nicolò Zanon

Il ddl per i processi brevi è stato presentato ieri al Senato. «È irrazionale» dice il costituzionalista Nicolò Zanon. Questo nuovo tassello della riforma della giustizia targata Pdl crea dunque più problemi di quelli che potrebbe risolvere

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Foto: Imagoeconomica

Il ddl per i processi brevi è stato presentato ieri al Senato. Vale per i processi di primo grado in corso e prevede la prescrizione di tutti i reati con pene inferiori ai dieci anni. Ma sono molte le contraddizioni. E le polemiche. Il neosegretario del Pd, Pier Luigi Bersani, lo ha giudicato inaccettabile, mentre secondo il presidente dell’Anm Luca Palamara migliaia di processi rischiano di essere cancellati. La maggioranza fa quadrato e lo difende, Lega compresa, ma per l’ex presidente della Consulta Antonio Baldassarre – e non solo lui – il ddl è un pasticcio incostituzionale. «È irrazionale – dice commentando la falsa partenza del processo breve Nicolò Zanon -. Questo nuovo episodio della riforma della giustizia targata Pdl crea dunque più problemi di quelli che potrebbe risolvere. Perché a ben vedere, secondo il costituzionalista, non risolverà nemmeno quelli di Berlusconi.

Professore, il ddl sul processo breve non ha fatto in tempo ad arrivare al Senato che si è subito parlato di rischio di incostituzionalità. Non è una buona partenza.

Il ddl accoglie l’esigenza di attuare il principio della ragionevole durata dei processi, in nome della Costituzione e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ma lo strumento che viene immaginato è certamente sproporzionato. Nessuno nega l’esigenza di ragionevole durata, ma ci vuole ragionevolezza. Lo strumento è troppo drastico. Si potevano mettere in campo soluzioni più modulate.

Cosa non va nel ddl?

Faccio solo due osservazioni. La prima è che si utilizza un parametro legislativo automatico prefissato, due anni per grado, oltre i quali c’è l’estinzione del processo, ma ogni processo ha delle sue peculiarità che questo schema non rispetta. E la seconda è che tutti i processi in corso in primo grado – come quello nel quale è imputato il capo del governo, e che è l’occasione di questa legge – vanno dichiarati estinti allo stato in cui si trovano.

Con aberrazioni evidenti, a quanto pare.

 

 

 

Sì, perché il processo a un imputato già condannato per una sciocchezza può proseguire indefinitamente, mentre il processo ad un incensurato per un reato molto più grave può venir dichiarato estinto perché supera i due anni. È un risultato irrazionale. Inoltre il legislatore utilizza una condizione personale per operare una discriminazione, violando il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, perché a chi è già stato condannato il processo breve non si applica. Chi non è incensurato non ha diritto anch’egli ad un processo breve?

 

Dovrà ammettere, però, che il ddl del governo viene incontro all’esigenza di arginare l’accanimento giudiziario nei confronti di Berlusconi e che qualcosa andava fatto, per salvare il mandato elettorale e garantire la governabilità del paese.

 

Sono perfettamente d’accordo che uno scudo sia necessario, perché altrimenti non usciamo da questo clima esasperante di guerra civile. Ma la strada maestra era e rimane quella dell’immunità.

Con la camera di appartenenza che, informata dall’autorità giudiziaria che si procede contro un parlamentare, si pronuncia sull’esistenza di un intento persecutorio ma non vota per il blocco dell’azione processuale bensì chiede la decisione ad un organo terzo, per esempio la Consulta.

 

Per non tornare al vecchio meccanismo autoassolutorio che fino al 1993 ha prodotto di fatto una sorta di impunità?

 

Sì. La competenza a decidere in via definitiva verrebbe incardinata in un organo terzo, obbligando il Parlamento ad assumersi una responsabilità molto più “visibile”, senza nascondersi dietro un automatismo come quello del vecchio articolo 68. Ripeto, secondo me questa è la strada maestra. Non riesco a vedere una soluzione come quella che stanno prospettando, che porta solo sconquasso nel sistema processuale penale per ottenere un risultato che alla fine fa torto a Berlusconi, perché crea un conflitto tale, nella pubblica opinione, da metterlo politicamente in grave difficoltà.

 

Dunque riforma dell’immunità. Sarebbe una legge di rango costituzionale. E lo scoglio referendum?

 

Esistono temi sui quali il Parlamento dove avere il coraggio di prendere decisioni largamente impopolari, ma lo deve fare con la maggioranza dei due terzi. Sarebbe l’unico modo per evitare un referendum che verrebbe giocato su parole d’ordine demagogiche, prive di un reale riferimento all’oggetto, soprattutto se il progetto fosse fatto bene.

 

Il solo fatto che Berlusconi ne fosse l’artefice, renderebbe invisa la proposta ad ampia parte dell’opinione pubblica.

 

 

 

 

 

 

 

Ci vorrebbe un largo accordo parlamentare, animato dall’esigenza di ristabilire un equilibrio tra politica e giustizia che manca da quindici anni. Un fatto mi è rimasto impresso. Nel 1993, quando ero giovane ricercatore a Torino, Gustavo Zagrebelsky mi mandò al suo posto ad un dibattito condotto da Lilli Gruber a Radio Anch’io sul tema dell’abolizione dell’immunità parlamentare. Eravamo nel pieno di Tangentopoli. Io dicevo: insieme alla garanzia ci sono degli abusi, d’accordo, ma perché cancellare la garanzia invece di correggere gli abusi? Gli altri ospiti, l’onorevole Paissan e un collega docente di diritto costituzionale, allora vicepresidente di una camera dello stato, me ne dissero di tutti i colori. Quel collega, molti anni dopo, mi dette ragione. Allora invece erano tutti per l’abolizione. La classe politica non era più lucida.

 

Prima ha detto che la prescrizione legata al processo breve farebbe torto a Berlusconi. Possibile?

 

Sarebbe meglio che Berlusconi andasse a viso aperto incontro ai processi, ed eventualmente anche alla condanna in primo grado, mostrando all’opinione pubblica che l’accanimento giudiziario è proprio lì, in quell’aula. Al tempo stesso però Berlusconi dovrebbe lavorare ad una soluzione di alto profilo istituzionale, in cui la sua vicenda personale diventa l’occasione non per fare pasticci indifendibili sul terreno processuale, che coinvolgono poi milioni di cittadini, ma per proporre una soluzione che restauri l’equilibrio tra poteri.

 

Con quali riforme?

 

Immunità, Csm, separazione delle carriere, riforma della responsabilità disciplinare dei magistrati, da affidare ad un organo terzo. Ma aspettiamo ancora di vedere questi progetti di riforma.

 

E invece?

 

Si immagini i giudici del processo Mills o del processo sui diritti tv che si vedono arrivare sul tavolo una legge che li obbliga a dichiarare l’estinzione del processo. Sollevano subito la questione di costituzionalità. Tempo un anno e ci troviamo probabilmente di fronte ad una sentenza della Corte che dichiara la legge incostituzionale. Le motivazioni? L’estinzione del processo è sproporzionata rispetto all’obiettivo della legge.

 

Quello che mi sta dicendo è anche la sua previsione?

 

Sì, e lo dico senza alcun pregiudizio antiberlusconiano. Nel 2008 Berlusconi ha perso la grande occasione: sfruttare la luna di miele con Veltroni per proporre una soluzione costituzionale condivisa con al centro un lodo Alfano fatto con legge costituzionale e una forma di immunità ben studiata. C’era tutto il tempo di farlo. Adesso vedo avvicinarsi tempi molto cupi.

 

 

 

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