GIUSTIZIA/ 2. Ceccanti (Pd): sì all’immunità, ma no alla nuova casta

- int. Stefano Ceccanti

L’immunità? «Tornare al ’93 sarebbe un passo falso» – dice a ilsussidiario.net Stefano Ceccanti. E se l’immunità prevedesse un sistema in cui non sono i parlamentari a decidere, ma un organo terzo?

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Palazzo Chigi (Imagoeconomica)

La maggioranza ha presentato un ddl sul processo breve sul quale sono subito piovute le critiche dell’opposizione e di chi, come l’ex presidente della Consulta Antonio Baldassarre, lo ritiene incostituzionale. Ma si è tornati a parlare anche di immunità. «Tornare al ’93, come se non conoscessimo le forme di auto protezione della casta di cui si è abusato prima del ’93, sarebbe un passo falso» – dice a ilsussidiario.net Stefano Ceccanti, senatore del Pd e costituzionalista. E se l’immunità prevedesse un sistema in cui non sono i parlamentari a decidere, ma un organo terzo? «In tal caso si potrebbe ragionare».

Professore, cosa pensa del ddl sul processo breve presentato dalla maggioranza?

Mi limito ad un ragionamento costituzionalistico essenziale e ad uno di tipo politico. Quando i Costituenti istituirono l’immunità lo fecero pensando innanzitutto ai parlamentari di minoranza, perché non fossero perseguiti nei tribunali e non ne fosse indebolita l’opposizione politica. Ma solo nella prima legislatura repubblicana l’immunità è stata intesa strettamente in questo senso, perché poi è diventata uno strumento o a disposizione del ceto politico, che si è garantito l’impunità.

Non crede che la classe politica, o almeno una parte di essa, nei primi anni ’90 sia stata vittima della magistratura?

 

Il movimento di massa che ci fu con Tangentopoli e che portò ad un sentimento giustizialista diffuso non si sviluppò per una irrazionalità collettiva, ma perché il sistema dell’immunità era stato trasformato da buona parte della classe politica in meccanismo auto assolutorio. Difendo te oggi, così domani a difendermi sarai tu.

Non crede che l’immunità possa essere un rimedio al conflitto tra politica e giustizia?

No. La restaurazione che alcuni propongono – ci siamo sbagliati, c’è stato un furore giustizialista dal quale occorre mettere al riparo chi governa: riportiamo indietro le lancette e ripristiniamo l’immunità – secondo me è fuori luogo. Tornare al ’93, come se non conoscessimo le forme di auto protezione della casta di cui si è abusato prima del ’93, sarebbe un passo falso. È naturale che i parlamentari tendano a bloccare qualsiasi autorizzazione a procedere.

E se l’immunità prevedesse un sistema in cui non sono i parlamentari a decidere, ma un altro organo indipendente, per esempio la Corte costituzionale?

In tal caso si potrebbe ragionare. Ma è sbagliato tornare ad un’idea “prometeica” dell’autonomia della politica, per cui è la politica a decidere quando sottoporsi o no a processo.

Margherita Boniver ha presentato una proposta di legge costituzionale per la reintroduzione dell’immunità, ma Gasparri ieri in un’intervista a Libero ha definito la proposta inopportuna, anzi inutile.

Immagino che Gasparri lo abbia detto anche per un motivo molto pratico: il ripristino dell’immunità parlamentare nella sua versione ante ’93 dovrebbe passare attraverso una riforma costituzionale e quindi un referendum senza quorum. Verrebbe avvertito dall’opinione pubblica come una restaurazione del privilegio di casta e sarebbe pesantemente sconfitto.

Immunità a parte, qual è secondo lei il tenore delle proposte di riforma del governo?

 

Assistiamo a tutta una serie di proposte che tendono a risolvere il problema specifico del presidente del Consiglio in un determinato processo, con norme generali-astratte. Il ddl presentato oggi (sul processo breve, ndr) mira in buona sostanza ad estinguere un processo in cui è imputato Silvio Berlusconi, e cioè il processo Mills. Intorno a questo caso si costruisce il meccanismo.

 

Le faccio la stessa obiezione che le viene dalla maggioranza. Ogni legge è ad personam se trae origine da un caso specifico: se oggi si fa una legge sul testamento biologico, è perché c’è stato un caso Eluana Englaro.

 

Non c’è dubbio: si può sempre discutere se fare o no leggi che partono da casi in corso. mi limito ad osservare che determinare la caduta generale di una marea di processi per salvarne uno, mi sembra una cosa abnorme.

 

Infatti il problema più spinoso è sorto quando ci si è messi a ragionare sui reati da escludere dalla prescrizione.

 

Appunto. Nel compilare la serie di reati da includere ed escludere, non si può usare, in termini rozzi, solo il criterio dei minimi e dei massimi: bisogna fare prima o poi un elenco di deroghe di cosa cade dentro o fuori. Ma come si a tenere fuori, solo per fare un esempio, la corruzione? E poi c’è un altro problema molto serio: come si fa a dire che la norma si applica solo ai processi in corso di primo grado? Perché solo a loro?

 

Secondo lei, vista la necessità di fare una riforma del pianeta giustizia, da dove si potrebbe cominciare?

 

Da una riforma del Csm, visto tra l’altro che fra qualche mese andrà rinnovato. Con una legge ordinaria che non preveda più di eleggerlo con collegi unici nazionali. Il correntismo è una piaga che si può risolvere ricorrendo all’elezione mediante collegi uninominali, che creano la possibilità di avere una maggioranza in un determinato territorio, eliminando le correnti su scala nazionale. Il voto andrebbe alle persone e non ad aggregazioni di tipo ideologico.

 

Fare una riforma del Csm consentirebbe di intervenire anche su quel fenomeno che prima ha chiamato “sentimento giustizialista”?

 

Il “sentimento giustizialista” più che la causa è un effetto. Se riusciamo a far funzionare bene il sistema, anche la furia giustizialista in qualche modo si estingue. Il giorno in cui non avessimo più Berlusconi candidato premier, il giustizialismo scomparirebbe immediatamente. L’esistenza dell’Italia dei valori, per esempio, è legata all’esistenza politica di Berlusconi: sono anomalie che si giustificano a vicenda, “simul stabunt simul cadent”.

 

Ma Berlusconi non precede Tangentopoli. Non crede che proprio Tangentopoli abbia mostrato nella sua origine un certo “furore giustizialista”?

 

Avrei dei dubbi. Tangentopoli è venuta dopo il successo della Lega nelle elezioni regionali del ’90 e il successo del referendum sulla preferenza unica del ’91. L’opinione pubblica chiedeva una democrazia normale come negli altri paesi, ma la classe politica, nonostante quei due campanelli d’allarme, non ha saputo rispondere. Le inchieste sono iniziate nel ’92. la spinta riformatrice non ha trovato una risposta politica ed ha visto una metamorfosi in protesta di tipo morale e giudiziario. Anche il giustizialismo è l’effetto di un sistema che non ha saputo cambiare.

 

 

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