SCENARIO/ Violante: un accordo con Berlusconi è possibile, ecco come

- int. Luciano Violante

Mentre da Gedda, in Arabia Saudita, Berlusconi conferma la volontà di governare fino alla fine della legislatura, si continua a discutere di processo breve e di nuovo lodo Alfano. Ilsussidiario.net ne ha parlato con Luciano Violante

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Foto: Imagoeconomica

Mentre da Gedda, in Arabia Saudita, Berlusconi conferma la volontà di governare fino alla fine della legislatura, quasi a fugare ogni dubbio dopo le voci di elezioni anticipate dei giorni scorsi, poi smentite, c’è da scommettere che nella maggioranza si stia lavorando ad una ridefinizione delle proposte in tema di giustizia più discusse del momento, quella del processo breve e di una riedizione del lodo Alfano. Ilsussidiario.net ne ha parlato con Luciano Violante, ex presidente della Camera, magistrato e “padre nobile” del pensiero politico del Pd in materia di giustizia.

La maggioranza sta lavorando ad un riaggiustamento del processo breve, mentre non è da escludere una riedizione del lodo Alfano. Il suo partito sarebbe disponibile ad un confronto?

Dico subito che contrariamente a quello che si pensa ci sono state riforme importanti votate da entrambe le parti: e mi riferisco al federalismo fiscale, alla legge sulla riforma delle procedure di bilancio, all’approvazione del Trattato di Lisbona. Non è impossibile dunque lavorare insieme. Ma detto questo, su un testo come quello del processo breve mi pare che non si possa nemmeno aprire la discussione, perché è irragionevole per troppi aspetti.

Quali?

Per esempio fissa la stessa durata per fasi del processo molto diverse; fa un’applicazione retroattiva della normativa anche ai processi in corso, quindi anche a quelli che sono cominciati con altre regole. Sono solo gli aspetti più macroscopici. Non discuto se sia giusto o sbagliato evitare al presidente del Consiglio un processo, ma questo è un problema che ha la maggioranza, non l’opposizione.

Quello che potrebbe accadere al capo del governo pone però una problema. Secondo lei c’è l’esigenza di uno scudo per le alte cariche istituzionali, o di un’immunità magari in una nuova versione?

Non ci sono oggi le condizioni politiche per reintrodurre l’immunità parlamentare, perché non c’è una legittimazione sufficiente della classe politica. E la stragrande maggioranza degli italiani vi vedrebbe un odioso privilegio.

Non è minimamente possibilista?

Al contrario. Credo che nel quadro di una riflessione complessiva sui poteri dello stato – Camera, Senato e rispettivi poteri -, sul numero dei parlamentari, sui poteri del presidente del Consiglio, sui rapporti stato-regioni, potrebbe e dovrebbe trovare posto la revisione di alcuni elementi di fondo del governo della magistratura. In questo quadro discutiamo di tutto, ma vedo assai difficile la praticabilità di un’introduzione dell’immunità parlamentare.

Nemmeno se temperata da più solide garanzie?

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…A meno che, per ipotesi, a volerla non siano maggioranze particolarmente elevate e non sia espressamente previsto il ricorso per conflitto di attribuzione alla Corte costituzionale, qualora la magistratura non ritenga fondata la motivazione data dal Parlamento. Ma certamente non sta in piedi un ragionamento che riguardi solo l’immunità parlamentare.

 

Emanuele Macaluso su questo giornale ha espresso una tesi che sembra coincidere con quella ribadita di recente del pm Antonio Ingroia: Berlusconi è la fonte del conflitto tra politica e giustizia. Si dimetta e il problema sarà risolto. È d’accordo?

 

Direi che è un auspicio irrealizzabile: non vedo all’orizzonte le dimissioni del presidente del Consiglio.

 

Non negherà però che il caso Berlusconi è l’ultimo di un conflitto tra politica e giustizia in atto da quindici anni. Chi ha sconfinato e perché?

 

Nel 2008 la Corte suprema turca ha tagliato ad un quinto i finanziamenti al partito del presidente del Consiglio. La Corte costituzionale thailandese ha sospeso il premier per cinque anni dalle funzioni pubbliche. La magistratura israeliana ha messo sotto processo per corruzione Ehud Olmert che per questo si è dovuto dimettere. Questo per dire che il problema della trasparenza e della legalità del potere politico è una domanda che i cittadini di tutto il mondo si fanno. Ma è vero: ci sono alcune specificità italiane che fanno del nostro paese un caso a parte.

 

E quali sono secondo lei?

 

Il fatto che terrorismo, mafia e corruzione sono stati fenomeni che la politica non ha combattuto adeguatamente e la cui lotta ha delegato ai magistrati. Ai magistrati non ha detto arrestate e processate i mafiosi, ma liberateci dalla mafia; non ha detto processate i terroristi, ma liberateci dal terrorismo; non ha detto individuate i corrotti, ma liberateci dalla corruzione. È stata la politica a delegare compiti politici alla magistratura. Ed è inevitabile che sia nato di conseguenza un ruolo politico del giudice. Che cos’è la norma che punisce i clandestini, se non la delega alla magistratura di risolvere un enorme problema economico e sociale sul piano penale?

 

È questa la sua lettura di una fase storica ancora controversa come quella di Tangentopoli?

 

Tangentopoli è una cosa diversa. In quel caso il sistema è crollato quando ha esaurito la sua funzione storica. Con il crollo del muro di Berlino e con il regime sovietico in procinto di cadere, il patto politico anticomunista perse la sua ragione d’essere. Ed esplose il risentimento di una parte importante e maggioritaria della società italiana contro la corruzione. Se ne fece interprete sia la Cei con la pastorale “Educare alla Legalità” del 1991, sia Giovanni Paolo II in vari interventi contro la corruzione e la mafia, nel 1992 e ’93 in Sicilia. La corruzione era la carie principale del sistema politico italiano.

 

Lei stesso però ha detto che la politica ha affidato alla magistratura compiti di carattere politico. Ma allora quando è avvenuto?

 

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Il grande balzo è stato alla fine degli anni ’60, quando la magistratura ha cominciato a costruire un suo ruolo costituzionale, assumendo un ruolo di garante della costituzionalità delle leggi. A quel punto si è usato in modo massiccio il ricorso alla Corte costituzionale per smantellare il vecchio ordinamento e di qui è nato l’intreccio tra magistratura ordinaria e giustizia costituzionale. Un compito che la politica non ha rivendicato e assunto, lasciando alla magistratura il compito della modernizzazione. Con il risultato che il sistema giurisdizionale è diventato il perno del sistema politico. Dieci anni dopo è venuto il terrorismo e la delega si è ripetuta. Infine Tangentopoli.

 

Mi pare che sul risultato finale lei però sia d’accordo.

 

Questa sequenza ha caricato la magistratura di compiti politici, ma per responsabilità primarie a mio avviso della politica. Col risultato che la magistratura si è posta come custode del cambiamento del paese, ma questa non è la sua funzione.

 

Dove passa la strada per un riequilibrio tra politica e giurisdizione?

 

Bisogna far sì innanzitutto che la giurisdizione stia dentro i suoi binari, che non sono quelli del controllo preventivo. Questo spetta all’autorità amministrativa, non alla magistratura e non alla polizia giudiziaria. Poi ci sono state norme incaute: recentemente è stata approvata una riforma che attribuisce alla Corte dei conti il controllo in corso di gestione di tutti i comuni, tutte le province, tutte le regioni, tutte le amministrazioni pubbliche del paese. Ma questo è giustizialismo e centralismo: lo ha votato il Pdl, Lega compresa. Queste sono norme frutto di una schizofrenia, perché non si può accusare di giustizialismo la mattina e praticarlo il pomeriggio.

 

Ma come si può evitare che la politica del diritto, cioè l’interpretazione della legge, non sconfini nella politica tout court? Sembra il caso di molti magistrati…

 

Primo, bisogna fare in modo che le leggi siano tali da poter essere applicate senza mediazioni interpretative funamboliche, a causa di leggi altrettanto confuse. Secondo, attivare un’azione amministrativa efficace, tale da ri-confinare le autorità giudiziarie nei loro compiti propri che sono quelli successivi, e non preventivi. Se l’amministrazione non fa prevenzione, la fa qualcun altro.

 

Non trova che l’autodisciplina del Csm si sia rivelata fallimentare?

 

No, non è questo il punto. Anzi il Csm dal punto di vista disciplinare è stato l’organo più severo. Il punto è che la giustizia dei pari – io vengo giudicato da quelli come me – non è più accettabile. Poteva funzionare per un potere periferico com’era la magistratura negli anni ’50 e ’60, ma per la magistratura che è diventata una delle grandi componenti della governance dell’Italia, occorre un sistema più rigoroso. La giustizia dei pari non va più bene, per questo ne sostengo lo spostamento fuori dal Csm.

 

Qual è la sua valutazione politica del dissidio interno al Pdl che vede contrapporsi Fini a Berlusconi?

 

Dentro il Pdl ci sono due idee di partito. Quella che fa capo alla cultura politica del presidente del Consiglio, molto centrata sul leaderismo, che ritiene che il partito sia solo il cartello elettorale del premier; e un’altra cultura che ritiene che il premier sia frutto delle scelte del partito. A tutto questo occorre aggiungere il contrasto tra una componente nazionale unitaria come quella di An e di una cultura di segmentazione dell’unità, propria della Lega.

 

Voi sareste pronti tatticamente a sostenere qualcuna di queste spinte centrifughe?

 

No, perché secondo me sbaglia chi si mette a fare giochi solo per dar fastidio all’avversario, perché diventa lui stesso un giocattolo in mano altrui. Per il resto, ci auguriamo che il federalismo sia la forma moderna dell’unità e non l’anticamera del separatismo. 

 

(Federico Ferraù)

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