LETTERA/ Il processo breve, una finta riforma che accelera il declino

- Paolo Tosoni

Pubblichiamo la lettera del presidente della Libera associazione forense: il problema della giustizia non può essere risolto con gli strumenti messi finora in campo

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Immagine d'archivio

Caro direttore,

È pacifico e i cittadini l’hanno compreso: nel nostro Paese vi è la necessità di un filtro istituzionale (immunità parlamentare, scudo per le principali cariche dello Stato, ecc.) che garantisca l’indipendenza della politica e l’indipendenza della magistratura, che ponga fine al conflitto in essere e, in un ritrovato clima di pace sociale, permetta di attuare le riforme di cui abbiamo bisogno.

È altrettanto evidente che il processo penale non funziona: il tempo per giungere a sentenze definitive è abnorme e ciò mina le radici della democrazia, della convivenza civile e dell’economia. Il ddl sul processo breve, in discussione al Senato, non risolve queste due priorità, ma rischia di peggiorare la situazione.

Circa il problema della lunghezza dei processi – senza una riforma del codice di procedura penale (che elimini o ripensi gli istituti che ostacolano la celerità o si prestano a strumentalizzazioni dilatorie) e senza una previsione di risorse adeguate – l’ipotesi prevista impedirà, in concreto, che la maggior parte dei processi per i reati contemplati dal ddl arrivino a una sentenza di primo grado, con le gravissime conseguenze che ciò comporterebbe sul sistema giustizia.

Inoltre, l’applicazione della nuova legge ai processi in corso non ha senso: significa cancellare di colpo migliaia di processi, per cui si sono spesi tempo e risorse, lasciando imputati impuniti e persone offese/parti civili prive di giustizia.

Il processo breve non risolve neppure il problema del conflitto permanente tra magistratura e politica: probabilmente risolverà – temporaneamente – i problemi giudiziari del premier, ma certamente inasprirà il conflitto in essere e istituzionalmente resterà il vuoto creatosi con l’abrogazione nel 1993 dell’immunità parlamentare.

È doloroso constatare come lo scontro frontale tra due poteri dello Stato, ambedue “arroccati” su posizioni ideologiche e di reciproco pregiudizio (complice anche un’opposizione che spera di trarre vantaggio da questa situazione), non consenta di affrontare il tema dei rapporti tra politica e magistratura, problema che deve trovare una soluzione quanto prima date le implicazioni sempre più pesanti dal punto di vista politico e sociale.

Il clima di scontro in atto, inoltre, non aiuta oggettivamente a far sì che il Paese possa beneficiare di un nuovo assetto della giustizia favorevole alle proprie legittime istanze sociali, civili ed economiche e per un più ordinato convivere.

 

Il buon funzionamento della giustizia al servizio del bene comune: questo dovrebbe essere l’obiettivo, il compito nobile della politica e delle istituzioni. Se non si recupera questa consapevolezza, unico punto da cui può ripartire un leale e franco dialogo, il conflitto diventerà più violento, i cittadini saranno sempre più smarriti e delusi e l’Italia e l’amministrazione della giustizia avanzeranno solo nel declino.

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