SCENARIO/ 2. Napolitano fuori tempo massimo, a Berlusconi non resta che il voto

- int. Peppino Caldarola

Le voci di pesanti procedimenti giudiziari a carico del premier si rincorrono insistentemente, rendendo incerto il futuro del governo e del quadro politico generale. PEPPINO CALDAROLA analizza per ilsussidiario.net questo delicato momento

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Immagine d'archivio

«L’interesse del paese richiede che si fermi la spirale di una crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo… Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento». Con queste parole il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha riaffermato ieri l’autonomia della politica e la preoccupazione per un equilibrio istituzionale sempre più in pericolo. Le voci di pesanti procedimenti giudiziari a carico del premier si rincorrono insistentemente, rendendo incerto il futuro del governo e del quadro politico generale. Peppino Caldarola, giornalista (già direttore de L’Unità) ed ex deputato dei Ds analizza per ilsussidiario.net questo delicato momento.

Innanzitutto le chiederei un commento alle parole del Presidente Napolitano.

Quello di Napolitano è un tentativo di stemperare i toni, che ritengo apprezzabile, in un momento di gravi tensioni istituzionali in cui viene dato per certo l’attacco finale della magistratura a Berlusconi. È in gioco l’autonomia della politica. Il momento che ha scelto mi sembra azzeccato, anche se è una questione talmente antica che ogni momento poteva essere quello buono. Detto questo, non so se potrà servire a qualcosa, a mio parere il meccanismo giudiziario è ormai già avviato.

Le indiscrezioni parlano di accuse gravissime che potrebbero piovere sul premier da un momento all’altro. Dovrebbero addirittura riaprirsi le pagine delle stragi di mafia grazie alle dichiarazioni di alcuni pentiti.

La tesi, sempre secondo queste voci, vedrebbe Berlusconi mandante delle stragi di mafia degli anni Novanta. Un’accusa che ha dell’incredibile e che mi ricorda quella del famoso bacio di Andreotti a Riina. A sostegno di queste tesi ci sarebbero, tra l’altro, le dichiarazioni di un pentito di terza mano. È di nuovo attuale il tema dell’uso dei pentiti, ci sarebbe da riflettere.

Cosa si è fatto in questo senso?

Alcuni anni fa ci fu una normativa che ridusse il numero dei pentiti, che nel frattempo era dilagato senza controllo. Oggi però dovrebbe valere il principio per il quale una dichiarazione dei collaboratori di giustizia non certificata da dati di fatto non costituisce una prova, anche se fatta da più di un pentito.

Secondo le stesse voci il patrimonio di Berlusconi sarebbe a rischio a seguito di accuse di questo tipo. È così?

 

 

Le indiscrezioni tendono a drammatizzare, occorrerebbe a mio avviso maggiore serenità. La tesi di fondo, ripeto, mi sembra incredibile, se però Spatuzza facesse questo tipo di accuse in un’aula giudiziaria il provvedimento a carico del Presidente del Consiglio sarebbe largamente probabile.

Un avviso di garanzia potrebbe bastare a causare una crisi di governo?

Difficile da dire. Se dal punto di vista del diritto questo non dovrebbe accadere (dovremmo aver imparato dall’esperienza che l’avviso di garanzia è solo un avviso di garanzia), da un punto di vista politico si potrebbero aprire scenari inediti. La politica oggi è fortemente avvelenata, fortunatamente il Paese ha dimostrato maturità e non sembra pronto a scontri violenti. A livello politico, comunque, quello che mi colpisce maggiormente è l’isolamento di Berlusconi.

Cosa intende?

In un momento come questo non ho visto grandi segnali di solidarietà dai ministri più importanti, come Brunetta e Tremonti, era inutile aspettarseli da Fini, ma è anche mancato l’appoggio del mondo imprenditoriale e degli intellettuali, come un tempo potevano essere Marcello Pera e tanti altri. Non c’è più in pratica quella rete di protezione che in passato aveva tenuto. Il Cavaliere non ha più l’armatura.

A proposito di Fini esistono teorie diverse legate ai suoi veri obiettivi. Secondo lei cosa ha in mente?

Fini segue due strade parallelamente: la strategia principale è quella di ritagliarsi un ruolo nel Pdl per ereditare la guida di Berlusconi, poi esiste la variabile secondaria, costituita dalla possibilità che la convivenza tra i due risulti impossibile. Chiaramente Fini in questo caso si ritroverebbe proiettato in un’altra dimensione politica.

Belpietro in una nostra recente intervista ha dichiarato che Fini, anche se abile nello smarcarsi da Berlusconi, non sta guadagnando consenso all’interno dell’elettorato di centrodestra. È d’accordo?

Fini in futuro potrebbe avere delle buone carte in mano, anche se gran parte dell’elettorato di centrodestra oggi non lo vede di buon occhio. Quello stesso elettorato in un’epoca post-berlusconiana rischia di non avere grandi alternative, anche se si aprirebbe uno scenario di difficile previsione.

L’uscita di scena di Berlusconi secondo lei segnerà la fine del bipolarismo e il big bang del quadro politico attuale?

 

 

 

Lo schema bipartitico nel quale sono nati Pd e Pdl sembra destinato a morire. La vocazione maggioritaria del Pd, il sogno di Veltroni, è defunto. Il Partito Democratico torna un partito di coalizione che vuole essere il baricentro di un’ampia alleanza. In prospettiva questo può provocare un fenomeno analogo nel centrodestra. A quel punto Fini potrebbe essere sicuramente una delle figure più in luce del suo schieramento.

Tornando all’attualità quale ipotesi ritiene più credibile tra una riforma giudiziaria condivisa tra gli schieramenti che fornisca uno scudo al premier e quella opposta del ricorso alle elezioni anticipate?

Una riforma a breve termine non mi sembra realizzabile, nonostante qualche buon proposito. Non c’è il clima adatto e la volontà.
Il voto anticipato è invece molto più vicino di quanto la razionalità lasci immaginare. Berlusconi potrebbe davvero tornare davanti all’elettorato e chiedere un plebiscito a suo favore.

Anche a sinistra comunque si inizia a riflettere sullo spazio che negli anni la magistratura si è conquistata e del peso che ha oggi…

La politica commissariata dalla magistratura (evidente nelle candidature alle Regionali) e l’eccessivo protagonismo dei giudici sono argomenti di dibattito all’interno della sinistra, non solo a livello di minoranze. Una politica che dipende dalle procure ha smesso di esercitare il suo compito. Rinviare una soluzione è sempre la scelta peggiore, anche se oggi sembra davvero difficile arrivarne a una.

(Carlo Melato)
 

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