SCENARIO/ Così Napolitano ha impedito una nuova Tangentopoli

- int. Stefano Folli

Il Presidente della Repubblica ha riaffermato il primato della politica in un momento delicato per gli equilibri istituzionali del Paese. Quelle parole sembrano aver lasciato un segno profondo. L’analisi di STEFANO FOLLI, editorialista de Il Sole 24 Ore. VOTA IL SONDAGGIO

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Giorgio Napolitano

«Nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento». Con queste parole il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, venerdì scorso ha riaffermato il primato della politica, in un momento delicato nel quale le voci di nuovi attacchi della Magistratura al Presidente del Consiglio stavano destabilizzando le istituzioni. Quelle parole sembrano aver lasciato un segno profondo. Resta ora da capire se questo cambio di clima segnerà davvero una svolta aprendo una nuova fase di collaborazione tra gli schieramenti, al riparo da clamorose turbative giudiziarie. Ne abbiamo parlato con Stefano Folli, editorialista de Il Sole 24 Ore.

Quali preoccupazioni secondo lei hanno spinto Napolitano a intervenire a difesa degli equilibri istituzionali?

A mio avviso c’era, e c’è, il rischio di un grave scontro tra poteri dello Stato, tra organi che hanno una rilevanza costituzionale. Il discorso del Presidente ha cercato di svelenire il clima e creare una condizione di maggiore serenità. Non ci possiamo permettere una crisi del governo e delle istituzioni a seguito di una destabilizzazione giudiziaria.

Poteva davvero aprirsi una nuova Tangentopoli?

A tredici anni di distanza si sono verificate le stesse premesse, anche se allora il sistema politico era profondamente logorato al proprio interno ed era fragile, mentre oggi è più forte visto che abbiamo il bipolarismo e un’ampia maggioranza al governo. Con le sue parole Napolitano si è fatto garante e ha evitato una decapitazione dell’esecutivo per via giudiziaria.

La settimana che si è appena aperta si preannuncia però molto dura con il processo Mills, le attesissime dichiarazioni del pentito Spatuzza e la manifestazione che si terrà sabato contro il Premier, dal titolo “No B-Day”. Cosa ci aspetta?

Di certo la “stagione dei veleni” non è ancora alle nostre spalle, ma credo che abbiamo già visto tutto ciò che c’era da vedere. Dopo l’intervento di Napolitano, a meno di “armi letali” della magistratura, penso non ci saranno grossi problemi per il governo.

Cosa intende per “armi letali”?

 

 

Non credo che la magistratura sfiderà il Presidente della Repubblica, che ha chiesto di non destabilizzare il paese. Il rischio di procedimenti da giustizia-spettacolo secondo me è scongiurato. Le voci che circolavano freneticamente riguardo ad avvisi di garanzia e accuse di mafia e stragismo per Berlusconi sono a questo punto poco plausibili. Ovvio che se saltassero fuori prove incontrovertibili sarebbero letali.

Nei giorni scorsi, quando la tensione era ai suoi massimi livelli si è sentito parlare addirittura di una possibile “guerra civile”. Secondo la tesi di Ostellino di ieri sarebbe invece in corso una “guerra tra capitalismi”che va oltre la politica. Lei cosa ne pensa?

È il momento di fare molta attenzione alle parole che si usano. In un paese che ha vissuto il fenomeno del terrorismo non si dovrebbe parlare di “guerra civile”. Oggi abbiamo un patrimonio da difendere, una politica più forte rispetto agli anni Novanta, anche grazie allo stesso Berlusconi. Il bipolarismo che abbiamo costruito negli anni ha parecchi difetti, ma è bene non buttarlo via prima di avere qualcosa di meglio.
Per quanto riguarda la tesi di Ostellino eviterei gli schematismi. È chiaro che quando c’è uno scontro politico forte, come quello che è in corso in Italia, anche gli interessi economici si muovono. Politica e economia non vivono in compartimenti stagni. Detto questo, non leggerei tutto in chiave economica perché il cuore del problema è politico.

Cosa intende?

Bisogna ragionare serenamente sui difetti di questo bipolarismo, domandarsi perché alcune forze (la Lega nel centrodestra e l’Idv nel centrosinistra) sono in grado di condizionarlo e capire come mai una maggioranza ampia come quella attuale non sia in grado di sprigionare una capacità riformatrice adeguata alle esigenze del Paese.

A questo proposito, lo stesso richiamo del Presidente della Repubblica a una maggiore responsabilità era rivolto anche alle forze politiche, non solo ai giudici. La politica ha risposto positivamente all’appello?

Qualche segnale positivo c’è stato, vedo ad esempio una maggiore responsabilità nelle dichiarazioni dell’opposizione.

È allora impensabile una riforma condivisa proprio sul tema della giustizia e la fine della guerra aperta tra blocchi contrapposti?

 

 

 

Un percorso di riforme condiviso mi sembra tanto difficile quanto prematuro. Non è ancora giunto il momento, nemmeno per il “mini lodo” proposto dall’Udc, che rimane comunque l’ipotesi più probabile. Per ora mi accontenterei del fatto che l’opposizione non stia incoraggiando la destabilizzazione. Il Pd di Bersani mi sembra più attento di prima, e non solo per concorrenza a Di Pietro, al rispetto delle istituzioni.

Nonostante questo cambio di atteggiamento sembra difficile aspettarsi dall’opposizione il via libera a una riforma sulla giustizia che inevitabilmente coinvolge il premier…

Da un lato questo limita molto la possibilità di un’intesa, dall’altro non mi sembra che Berlusconi voglia davvero giungere a riforme condivise. È più interessato a mantenere una forte tensione nel quadro politico per tenere compatta la maggioranza. L’opposizione stessa non si è spesa eccessivamente in questo senso. Ripeto, è ancora molto presto.

A proposito dell’unità della maggioranza, se il centrodestra superasse questi attacchi esterni potrebbe poi sciogliere i nodi interni più intricati, come ad esempio l’eterno scontro tra Fini e Berlusconi? Ritiene plausibile un accordo o una tregua tra i due?

Non penso che ci saranno tregue, ma momenti di scontro aspro e altri di apparente riavvicinamento. Fini sembra aver bisogno di un suo spazio politico e di visibilità. Non credo che voglia costruire un nuovo partito, ma che abbia in mente di costruire da subito un’“opzione istituzionale” all’interno della destra. Evidentemente ritiene di essere un possibile leader di un centrodestra diverso, capace di unire il Paese e non di dividerlo.

(Carlo Melato)
 

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