SVIZZERA/ Il no ai minareti è un regalo ai fondamentalisti

- Claudio Mésoniat

Infliggere un’umiliazione all’Islam svizzero, com’è accaduto domenica, può avere solo un esito infelice: scoraggiare chi promuove lealmente una politica d’integrazione. Il commento di Claudio Mésoniat, direttore del quotidiano svizzero Giornale del Popolo

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L’islam fa paura agli svizzeri, i quali intendono difendere, anche nel paesaggio urbano, l’immagine di un popolo di tradizione cristiana: quindi niente minareti accanto ai campanili. Se espresso così, l’esito del voto sul divieto dei minareti non dovrebbe né stupire né dispiacere troppo ai cattolici svizzeri. Quanto allo stupore confermo: la Svizzera fa i conti fino in fondo con la sfida della democrazia, e i suoi governanti (fermamente contrari all’iniziativa sui minareti) hanno dovuto accettare anche stavolta il confronto con un popolo che si esprime direttamente e molto spesso sconfessa partiti e ministri. Vorrà dire che i musulmani “alpini” si ingegneranno a costruire moschee a forma di châlet (visto che il divieto tocca esclusivamente i minareti), esercitandosi, per sostituire il muezzin nel richiamo alla preghiera, all’uso del pittoresco corno delle Alpi…

Temo che in qualsiasi altro Paese europeo si fosse tenuta una consultazione popolare con un quesito analogo, che consentisse cioè l’espressione degli umori della gente sulla sensibilissima questione della presenza musulmana, l’esito – per giunta fomentato dagli immancabili partiti nazionalisti e populisti (Leghe e simili) – non sarebbe stato molto diverso (e si aggiunga che i cittadini elvetici sono sotto choc da mesi a causa di una grave crisi diplomatica in atto con la Libia, che da oltre un anno trattiene in ostaggio due cittadini svizzeri innocenti e del tutto estranei a una vicenda che ha coinvolto il figlio di Gheddafi a Ginevra, arrestato per maltrattamenti ai suoi domestici). Quanto all’umore dei cattolici, a prevalere è invece una forte delusione. Ma vediamo di capire le ragioni e le conseguenze del voto.

C’è un islam realmente pericoloso, non solo in Iran o in Afghanistan, ma anche negli anfratti di tante moschee europee. Il nostro giornale (l’ultimo quotidiano cattolico rimasto in Svizzera) l’ha sempre denunciato, cercando di mettere in evidenza che il vero pericolo non sta tanto nelle cellule terroriste (che potrebbero nascondersi anche nel nostro Paese), ma negli imam che incitano i loro fedeli a non “occidentalizzarsi”, a non abbracciare le leggi e i costumi dei Paesi che li ospitano, a moltiplicare le richieste di dispense, di eccezioni, di rivendicazioni che cominciano dalle mense e palestre scolastiche, passano dalla creazione di partiti islamici e giungono, come in Gran Bretagna, ai tribunali speciali e alla poligamia; ma lo scopo vero è uno solo: evitare un’integrazione reale, preservare una massa intatta e, in fondo, disadattata che, grazie alla forza tranquilla della demografia, in pochi lustri permetterà ai musulmani d’Europa di diventare maggioranza e di imporre la sharia, la legge islamica. È questa la strategia, ad esempio, dei Fratelli Musulmani, il movimento islamico fondamentalista più potente nel mondo e diffuso – soprattutto attraverso gli immigrati di origine araba – anche in Europa, Svizzera e Ticino compresi.

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Ma attenzione: questo è solo uno spicchio della realtà, e per nulla affatto il più rilevante. Il dato principale – e anche questo il quotidiano dei cattolici l’ha sempre rilevato – è che la comunità islamica nel nostro Paese è di gran lunga la più integrata d’Europa e la meno infetta dal virus del radicalismo islamista (anche perché in gran parte costituita da immigrati turchi e bosniaci). E si dà il caso che l’influenza dei Fratelli Musulmani in Ticino, di un certo peso nei decenni passati, è andata scemando negli ultimi anni, riducendosi al lumicino dopo la creazione di una nuova moschea a Lugano che fa capo alla “Lega dei musulmani in Ticino” e a un imam decisamente aperto e moderato.

 

Ecco perché, come abbiamo cercato di ammonire prima del voto, infliggere un’umiliazione all’islam svizzero, com’è accaduto domenica, può avere solo un esito infelice: scoraggiare chi promuove lealmente una politica d’integrazione e dare fiato alle organizzazioni e agli imam che la avversano, predicando la “fierezza musulmana”, le rivendicazioni, la separatezza. Maestro, tra costoro, è l’intellettuale ginevrino, di origine egiziana (e nipote del fondadore dei Fratelli Musulmani), Tariq Ramadan, che dopo il voto ha già colto la palla al balzo, affermando che «gli svizzeri hanno espresso una vera paura, un interrogativo profondo sulla questione dell’Islam in Svizzera». E a fargli eco è stato il presidente del Coordinamento delle organizzazioni islamiche in Svizzera (Cois), Farhad Afshar, secondo il quale «la cosa per noi più dolorosa non è il divieto dei minareti, ma il messaggio inviato con questo voto (…): i musulmani non si sentono accettati in quanto comunità religiosa». Qualcuno parlava già, domenica in serata, della necessità di creare un partito islamico in Svizzera. E la frittata sarebbe cotta a puntino.

 

Una consolazione. C’è un dogma del laicismo imperante secondo il quale un’identità religiosa forte non può che essere intollerante verso identità religiose diverse: sarebbe questa la molla del “conflitto di civiltà” che oggi oppone l’islam all’Occidente. Ebbene, il dogma è in frantumi: se c’è qualcuno che si è battuto fino in fondo per difendere la libertà religiosa e il diritto, per tutti, musulmani compresi, di esprimerla pubblicamente, questi sono i cattolici svizzeri, con in testa i loro vescovi.

 

 

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