SCENARIO/ Barcellona: la rivoluzione che serve per cambiare il paese

- int. Pietro Barcellona

Pietro Barcellona, filosofo del diritto, membro laico del Csm al tempo del sequestro Moro e dell’omicidio Bachelet, parla con ilsussidiario.net del conflitto politico esasperato che divide la politica del paese

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Foto: Imagoeconomica

«La nostra società è precipitata in una forma di narcisismo primario. Narciso è solo capace di guardarsi allo specchio. Non conosce altro che pulsioni, che scarica nell’immediatezza, non ha né passioni né desideri. Domina una violenza grettamente personalistica, atomizzata». Pietro Barcellona, filosofo del diritto, membro laico del Csm al tempo del sequestro Moro e dell’omicidio Bachelet, parla con ilsussidiario.net del conflitto politico esasperato che, nonostante i richiami di Napolitano, divide la politica del paese.

L’aggressione a Berlusconi da parte dello squilibrato Massimo Tartaglia è un alibi o un’aggravante per il clima d’odio che c’è nel nostro sistema politico?

È un gesto isolato, ma come sempre accade non lo si può mettere fuori dal contesto. Perché anche le manifestazioni di patologia mentale assumono i contenuti dell’epoca. L’equilibrio mentale si sposa sempre con gli elementi che vengono forniti dall’ambiente. E l’ambiente è pessimo.

Chi ha le maggiori responsabilità? La classe politica, i mezzi di informazione? Il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto ha fatto nomi e cognomi.

C’è un tasso di violenza diffusa in grado certamente maggiore rispetto al passato. Basta pensare ai giovani. Siamo in una società che ha perso il senso del limite e della moralità. Domina una violenza grettamente personalistica, atomizzata, e la classe politica è la punta emergente di questa violenza e aggressività diffusa. Ci sono dimensioni collettive dello stato d’animo, e quello attuale degli italiani è depresso e paranoico. Ognuno cerca un nemico cui addossare le colpe dei propri insuccessi e delle proprie frustrazioni.

Da chi viene il pericolo maggiore?

Da Di Pietro e da Bossi: due personaggi che sono agenti di inimicizia totale e collettiva. Di Pietro è l’elemento più velenoso nella vita politica italiana per il modo con cui tende a presentare il male, in modo assoluto, identificandolo con una persona. La conseguenza logica della sua non-politica è che un avversario non può più essere solo trattabile con le parole, in sede di scontro anche aspro, ma va messo fuori campo, eliminato. Di Pietro sarebbe bene isolarlo.

Andrebbe detto a Bersani.

Sì, e purtroppo questo è per me un grande dramma. Bersani dovrebbe farlo, anche a costo di consumare uno strappo nel suo partito. Dopodiché dovrebbe aprire un dibattito in Parlamento in cui si rimettono insieme le persone di buona volontà per fare le riforme indispensabili. Naturalmente dopo che Berlusconi si è dimesso.

Una provocazione?

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Lo dico perché dopo quello che abbiamo visto finora, non mi sembra ci siano alternative. Berlusconi dice di voler cambiare la Carta, ma quali risultati può sortire quest’operazione? L’ultima riforma elettorale rappresenta il fallimento più eclatante di una riforma fatta a maggioranza. è stato un disastro, perché ha prodotto un Parlamento di nominati, indebolendolo. Occorre fare l’opposto, restituendo capacità rappresentativa ai nostri organismi di governo e di legislatura. Non sono favorevole ad un proporzionale che frantumi di nuovo il sistema, ma sono contrario a questo bipolarismo finto, perché impedisce l’elasticità necessaria per governare un paese complesso come il nostro.

 

Eravamo rimasti a Bossi.

 

In questo momento grazie al lavoro nefasto di Di Pietro potrebbe apparentemente riguadagnare una verginità, ma non dobbiamo dimenticare che la sua politica che rappresenta un’immissione continua di odio verso tutti coloro che sono diversi, a cominciare dagli immigrati e dal Sud. All’inizio Bossi auspicava la secessione. Non siamo arrivati alla frantumazione geografica del pese, ma certamente a quella spirituale e questa è anche opera sua.

 

“Questo persistente melmoso inquinamento della nostra vita nazionale – lei ha scritto su La Sicilia – non può essere trasformato nello scontro tra la magistratura e Berlusconi”. Che vuol dire?

 

Intendo dire che i sistemi autoreferenziali del malaffare, in cui stanno insieme elementi della società civile come professionisti, politici, affaristi, personaggi oscuri e legati alla criminalità, e che ammorbano la nostra vita nazionale, vanno affrontati con una grande visione politica che non può ridursi in modo manicheo allo scontro tra Berlusconi e la magistratura. Questo va detto a che pensa che togliendo di mezzo Berlusconi, come per incanto, spariscano i problemi d’Italia. Pensarlo è una mistificazione. Come è semplicistico dire cambiamo la giustizia in quattro mosse, così restituiamo l’autonomia alla politica.

 

Perché questo odio politico – si è chiesto Antonio Polito in un suo recente editoriale – “colpisce Berlusconi come forse mai nessuno prima nella storia della Repubblica”?

 

A causa della struttura caratteriale di Berlusconi. Berlusconi è in politica ma non è un politico e parla completamente al di fuori di ogni regola elementare di comunicazione istituzionale. Attacca tutti, comanda i suoi, ha portato in politica lo stile dell’imprenditore ma le due cose non riescono a coesistere se non ad un prezzo molto caro per tutti.

 

C’è la sensazione che a bloccare tutto, a parte le questioni personali, sia il problema della giustizia, lo stesso che divide l’Italia da Tangentopoli a questa parte. Perché?

 

La magistratura è certamente straripata in modo irresponsabile. Già quindi anni fa, quando D’Alema e Berlusconi tentarono di fare la Bicamerale, dissi chiaramente che la magistratura si era spinta a un ruolo di giudice dell’intero sistema che non le compete, e che questa invasione di campo era estremamente pericolosa se non avesse avuto dei contrappesi. L’ha certamente aiutata il grande equivoco dell’azione penale obbligatoria, che poi in realtà è discrezionale perché con l’attuale carico dei processi prendere il primo fascicolo o il quarto può fare molta differenza. E la magistratura non è sola.

 

Cosa intende dire?

 

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Che la magistratura, insieme al sistema mediatico, ha un potere che oggi non ha equivalenti. Oltre ad una cattiva giustizia siamo di fronte ad una pessima informazione, nella quale non c’è alcuna distinzione tra il giudizio morale e politico e il puro racconto dei fatti. In cui le dichiarazioni di un pentito, tutte da verificare, sono al centro di un colossale impianto mediatico, e dove tutto avviene con tempi sospetti.

 

Dunque Berlusconi non ha tutti i torti?

 

Ottaviano Del Turco è stato fatto fuori in pochi giorni con l’assicurazione che ci sarebbero state le prove clamorose della sua corruzione, ma ancora i giudici chiedono un supplemento di indagine. Tutto questo è inaccettabile. Come è inaccettabile che chi ha fatto il magistrato fino a ieri domani diventi parlamentare, o che un Antonio Ingroia vada continuamente in tv a parlare contro il governo.

 

Secondo lei può ancora nascere un’intesa su una riforma costituzionale condivisa ed equilibrata?

 

Non è possibile ma è necessaria, questo è il paradosso. E in questo frangente la figura del capo dello stato ha un rilievo enorme. Ho conosciuto bene Napolitano quando era responsabile per la politica economica del Pci, e so quanto per carattere sia prudente e imparziale. Ho molta fiducia in lui, ma purtroppo credo sia solo. E un altro degli errori drammatici di Berlusconi è di averlo attaccato.

 

Qual è il male che affligge l’Italia di oggi?

 

La nostra società è precipitata in una forma di narcisismo primario, ed è incapace di rappresentarsi un’alterità e un’oggettività fuori di se stessa. Narciso è solo capace di guardarsi allo specchio. Non conosce altro che pulsioni, che scarica nell’immediatezza, non ha né passioni né desideri. È una vera e propria mutazione antropologica che comincia con l’esplosione consumistica degli anni ’80 e che va avanti con la possibilità benefica, ma anche terribile, di vivere una vita irreale, prigionieri dei media e della realtà virtuale. Ma io sono ottimista: questo paese non è irredimibile.

 

Chi ci porterà fuori da questa crisi morale?

 

I piccoli gruppi. Sono stato sempre convinto, un po’ con Gramsci – ma forse in modo anche un po’ cristiano – che le vere rivoluzioni si fanno in modo molecolare. Senza immaginare che da un momento all’altro il mondo diventi diverso, ma nel modo dei primi cristiani, quando arrivarono nelle ville dei signori romani e nei cenobi, facendo riflessioni sulla vita e sulla morte che non si erano mai fatte e mostrando che una vita completamente diversa era possibile. A poco a poco, in questo modo, il cristianesimo si diffuse. Nei secoli, non in un giorno. Tutte le rivoluzioni che durano sono precedute da processi molecolari. E molti di questi, io li vedo, sono già cominciati.

 

(Federico Ferraù)

 

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