COSTITUZIONE/ Caro Pd, perché i sindacati possono andar contro la “Bibbia laica”?

- Luca Antonini

La Costituzione del 1948 che va profondamente rispettata per la sua valenza democratica non può essere considerata una “Bibbia laica” (come è stata da più parti definita): questa è una affermazione – secondo il costituzionalista Luca Antonini – profondamente anti-democratica e che apre le porte alla strumentalizzazione della Carta. E c’è di più…

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I padri fondatori degli Stati Uniti si sono interrogati a lungo: una costituzione scritta e non modificabile dalle semplici maggioranze parlamentari poteva portare, come disse Halmilton, al fatto che «i morti avrebbero governato i vivi». La risposta di Madison fu: non saranno i morti a governare i vivi, ma «i morti aiuteranno i vivi a governare meglio». Era la fine del Settecento quando nella storia prese corpo l’idea di un sistema di regole e valori condivisi diretto a limitare il potere della maggioranza. L’Italia ci sarebbe arrivata molto più tardi, con la Costituzione del 1948 che va profondamente rispettata per questa sua valenza democratica. E’ tuttavia senz’altro esagerato farla diventare – come questi giorni si è fatto – una “Bibbia laica” (così l’hanno definita i vari Rodotà, e così l’ha presentata una parte della sinistra, ad esempio il senatore Marino).

Questa definizione, infatti, se considerata adeguatamente è profondamente anti-democratica, perché chiaramente strumentale all’affermazione dogmatica di certi valori che si vogliono sottrarre, appunto, alla discussione democratica. Già oltre mezzo secolo fa, un giurista del calibro di Carl Schmitt nel suo Politiche Theologhie aveva già avvertito che è forte il rischio di una deriva autoritaria quando le formule giuridiche diventano concetti teologici secolarizzati. Infatti, la “divinizzazione” della Costituzione dissimula sempre l’affermazione di alcuni valori e non di altri. In fondo, è proprio questa la più grave delle strumentalizzazioni della costituzione. Ad esempio, in questi giorni si è “divinizzato” l’art. 32 laddove dice che “nessuno può essere sottoposto a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

Questa formulazione è stata usata come una clava contro il decreto del Governo, presentandola come necessità del consenso per le cure fino a farla diventare libertà di scegliere di morire; dicendo che alimentazione e idratazione erano cure (al contrario di quanto affermano chiaramente i Comitati di Bioetica); concludendo, infine, che Eluana aveva espresso il rifiuto delle cure (in base alla ricostruzione totalmente indiziaria e funambolica della Cassazione). Ancora: si è detto che la Costituzione impone, per il principio della separazione dei poteri, il divieto al legislatore di violare una sentenza passata in giudicato, sorvolando sul fatto che la volontaria giurisdizione (che era la funzione in gioco nel caso Eluana) non può produrre un passaggio in giudicato perchè il provvedimento che ne nasce è revocabile e modificabile in ogni tempo.

Inoltre, ci si è dimenticati che nel 1991 la Corte di Cassazione stabilì con sentenza (in quel caso, peraltro, esisteva un vero e proprio giudicato) che erano decorsi i termini massimi di custodia cautelare per una quarantina d’imputati per reati di mafia, e che quindi costoro dovessero essere scarcerati; il Governo Andreotti con decreto legge si oppose alla scarcerazione e Cossiga, giustamente, lo firmò.

Infine: si è sorvolato sul fatto che i decreti leggi nella nostra prassi repubblicana sono stati emanati spessissimo in situazioni di “necessità e urgenza” davvero discutibili e l’ultimo Governo Prodi, durato diciannove mesi, ne ha emanati ben 80, quindi oltre 4 al mese: tutte urgenze superiori a quella di salvare una vita come nel caso Eluana? Soprattutto c’è un altro aspetto che conferma la strumentalizzazione.

I vari “sacerdoti” della Bibbia laica sorvolano davvero con troppa facilità sul fatto che esiste ancora qualche disposizione costituzionale completamente inattuata. Ad esempio, quella dell’articolo 39, che imporrebbe la registrazione e un ordinamento interno democratico per i sindacati che stipulano contratti collettivi di lavoro. I sindacati si sono sempre opposti all’attuazione dell’art. 39 della Costituzione e così, paradossalmente, pur mantenendo la forma giuridica di organizzazioni di tipo privato, hanno guadagnato un enorme potere pubblico, imponendo concertazioni e patti.

All’interno di una sorta di costituzione parallela, il sindacato è diventato una “frontiera intra-istituzionale”, difesa dalla propria natura privatistica che lo rende impermeabile ad ogni sorta di controllo, compreso quello giudiziario. Perché allora nessuno dei vari Rodotà e compagni si straccia le vesti per questo evidente “sbrego” alla Bibbia laica? In conclusione: la Costituzione non va divinizzata, va più semplicemente rispettata e non strumentalizzata.

Con più serenità si può dunque ritenere che la sua prima parte, che pone al centro la dignità della persona umana, rappresenta una splendida sintesi dei valori alla base di un ordinamento democratico. La parte organizzativa, invece, è da revisionare: da un lato per adeguarla al nuovo assetto decentrato che deriva dalla riforma del 2001 (ad esempio è necessaria l’introduzione di un Senato federale); dall’altro per ricercare un nuovo equilibrio politico tra l’intensità sempre maggiore della domanda che viene dal popolo e capacità di soddisfarla da parte dei governi, che non è favorita dall’assetto istituzionale attuale: un rafforzamento del potere del Presidente del Consiglio è, peraltro, espressamente previsto nella bozza Violante.

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