SCENARIO/ Dalla Cina la soluzione alla crisi del Pd

- Lao Xi

Riceviamo e pubblichiamo il commento di Lao Xi, analista in un importante istituto di ricerca cinese, alla fase di transizione che impegna il Pd e il neosegretario Dario Franceschini

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Quello che sta succedendo alla sinistra italiana con il passaggio del timone a Dario Franceschini, classe 1958, è un fenomeno estremamente noto al partito comunista in Cina: si tratta di cedere la guida a un leader della nuova generazione. Il prossimo capo deve essere un ragazzo cresciuto nel seno dell’organizzazione, più giovane come età dei capi dimissionari, affine a loro per principi ma dissimile per l’educazione ricevuta durante la crescita.

Solo che in Cina la distanza tra i capi che si sono succeduti è stata veramente generazionale, ed è un elemento molto significativo. Jiang Zemin, il leader che ha ceduto il potere nel 2002 nasceva nel 1926; Hu Jintao, il segretario generale attuale è del 1942, Xi Jinping, il presidente futuro nel 2012, nasce nel 1953. Sono distanze di oltre dieci anni, che rappresentano differenze culturali e di mentalità importanti, in grado di tenere conto dei cambiamenti sociali e politici della Cina e del mondo.

Se invece guardiamo alle tre generazioni della sinistra italiana vediamo che Massimo D’Alema, il capo degli anni ’90, è nato nel 1949, Walter Veltroni, quello oggi dimissionario, è del ’55, e Franceschini è appunto del ’58. In altre parole fra le tre generazioni di leader passano appena nove anni, mentre fra le tre generazioni in Cina ne passano 27!

Si tratta in altre parole di tre persone cresciute insieme sin da ragazzini, venuti su alla stessa scuola quadri, allora con la stessa mentalità, e senza la discontinuità necessaria per affrontare le sfide che attendono un paese come l’Italia.

Dietro queste forme c’è una realtà più profonda. In Cina, un paese in via di sviluppo, che sta uscendo dalla dittatura, questo metodo stesso è innovativo, e viene portato avanti insieme a riforme politiche sempre più radicali. In Italia, paese sviluppato che sta cercando una sua nuova strada, il cambio generazionale dei leader è un metodo antico, di conservazione, peraltro usato con estrema timidezza.

Inoltre, c’è una cosa che la sinistra italiana non dovrebbe dimenticare, come non la dimentica il Pc cinese: l’analisi marxista. Nei paesi capitalisti avanzati il sistema democratico è un metodo per dividersi il potere tra gruppi di interesse economico. La definizione è dura, ma vera e realistica e su questa base la sinistra italiana dovrebbe ragionare per ripartire. Infatti la continuità stretta fra le tre generazioni di leader della sinistra significa l’esaurimento di idee e proposte, cioè l’estinzione stessa della sinistra. Ma in un paese a capitalismo avanzato come l’Italia la mancanza di opposizione, di principio di alternanza, significa la fine della stessa struttura democratica del paese, essenziale anche al suo sviluppo economico e sociale.

In altre parole, da qui non pare che Franceschini possa essere la sinistra, l’opposizione, l’alternativa di governo italiana. E l’Italia, se vuole svilupparsi economicamente e mantenere il suo sistema democratico avanzato, ha bisogno di una sinistra che oggi semplicemente non c’è. Il punto allora è dove trovarla. Qui in realtà ci sarebbe l’esperienza di Berlusconi da studiare seriamente.

Sappiamo che agli inizi degli anni ’90 il blocco di governo italiano incentrato sulla Democrazia Cristiana franò sotto i colpi di Mani Pulite. La situazione era come oggi, all’incontrario: l’Italia si trovò senza un partito di destra. L’ex Pc, di cui Franceschini eredita oggi il manto, stava per prendersi tutto e per prevenire questa possibilità Giuliano Urbani cercò qualcuno disposto a fondare un partito di destra alternativo alla sinistra. Pare che andò prima dall’avvocato Agnelli, il quale lo indirizzò da Berlusconi. Questi effettivamente si entusiasmò all’idea e trasformò una struttura di azienda nella prima ossatura del nuovo partito. Berlusconi recuperò qualcuno del vecchio mondo ma portò una ventata di novità profonda. Oggi la sinistra dovrebbe imparare da questo spirito, ma certo non può ripetere pedissequamente il passato.

La sinistra ha candidato imprenditori al governo come Illy in Friuli, o Soru, quasi un Berlusconi, in Sardegna. Dalla distanza, però, direi che le copie carbone sono sempre sbavate e sfocate imitazioni degli originali. Inoltre, dietro Illy o Soru c’erano sempre i vecchi apparati di partito che oggi eleggono il loro nuovo capo: Franceschini.

Occorrerebbe invece imparare dalla spirito di Urbani e Berlusconi. Lo spirito è che bisogna consolidare degli interessi economici di alternanza intorno a uomini nuovi (l’età non è cruciale: Deng Xiaoping ha rinnovato la Cina a cominciare da quando aveva 72 anni, Alessandro Magno ha iniziato la sua conquista del mondo quando ne aveva 22) e a un apparato organizzativo nuovo. In altre parole come tutta la struttura e organizzazione della Dc è stata buttata a mare e Berlusconi ha rifondato tutto, oggi la nuova sinistra può rinascere solo a partire dal buttare a mare tutta l’eredità del vecchio Pci, la sua organizzazione, i suoi quadri, e ricominciare da altro.

La domanda vera della sinistra dovrebbe essere: dove è il nuovo apparato organizzativo? Dove gli uomini nuovi? Finché la sinistra non risponderà a queste domande sarà dannata, e con sé porterà l’Italia che si troverebbe a rischio di essere senza alternanza e in via di regresso politico, sociale ed economico.



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