FINE VITA/ Perché dire sì a una legge

- Andrea Simoncini

Il punto è tutto qui: vogliamo lasciare all’arbitrio, al cosiddetto forum shopping, alla decisione caso per caso, la scelta su questo tema?

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A vederla da questa parte dell’oceano, la discussione italiana pro o contro la legge sul testamento biologico sembra davvero incomprensibile e del tutto priva di senso “storico”. 

Noi (dico, noi europei), figli di Hobbes e Rousseau, continuiamo ad avere l’idea che la legge debba essere la verità (la volontà generale), mentre qui (negli Stati Uniti) i figli di Locke e Madison hanno l’idea che la legge non può essere la verità, la legge è una sistemazione pratica che diamo ai problemi comuni, it is all but sacred

In Italia resiste ancora l’idea che i miei diritti “sono” quello che dice la legge… ma nazismo, fascismo, stalinismo non ci hanno insegnato nulla? In quei regimi – solo sessant’anni fa – delle leggi (proprio così) hanno tolto agli uomini il diritto più elementare: la vita e la sua dignità; per questo abbiamo “inventato” i diritti umani, le costituzioni. 

Non riesco a capire, quindi, come ci si possa opporre all’ idea di una legge sul testamento biologico se non per questo profondo difetto di senso storico e realismo pratico.

Proprio perché faccio il professore di diritto, so che non posso poggiare la mia speranza né la mia moralità sul diritto. Nessuna legge può sostituire la mia responsabilità e nessun sistema può essere così perfetto da rendere inutile essere buono, come dice Eliot. 

Ma è altrettanto evidente che in Italia oggi abbiamo un problema. È chiaro che l’ideale sarebbe non avere leggi o che “lo Stato meno entra in queste cose e meglio è”. È chiaro che dovrebbe bastare il consenso informato e lasciare tutto al rapporto medico-famiglia-paziente. 

Ma tutti questi principi, sebbene così chiari, non sono stati sufficienti a impedire la decisione su Eluana. E la decisione su Eluana lascia tutte le persone ragionevoli insoddisfatte. Lascia insoddisfatto chi, come me, ritiene che l’autonomia della persona sia un diritto inviolabile (proprio così: sono contro quella decisione in nome dell’autodeterminazione di Eluana!) e i giudici di Milano hanno chiaramente violato l’autonomia di Eluana “presumendo” la sua volontà. 

Ma a ben vedere dovrebbe essere insoddisfatto anche chi è d’accordo con i giudici milanesi, semplicemente perché un diverso giudice (casomai abruzzese) potrebbe decidere all’opposto (soprattutto se provasse ad applicare i principi posti dalla Corte di Cassazione che invitavano a una ben diversa valutazione dei fatti). 

Il punto è tutto qui: vogliamo lasciare all’arbitrio, al cosiddetto forum shopping (mi scelgo il giudice territoriale competente sulla base del suo orientamento: sta già succedendo, guardate il tribunale di Firenze sulle questioni riguardanti la procreazione assistita), alla decisione caso per caso, la scelta su queste vicende? (E non fatemi ricordare la scena tragicomica di Pinocchio – il capolavoro del “socialista liberale” Collodi – e del suo giudice “scimmione” che, commosso per il caso del burattino, sentenzia: «È vero, hai perfettamente ragione e per questo… ti condanno!»). 

Secondo punto incomprensibile nella discussione. Tipico delle discussioni italiane: se parli male del Milan vuol dire che sei dell’ Inter… ma chi l’ha detto? Dire che occorre una legge non vuol dire che bisogna produrre una regolazione minuta e dettagliata di cosa si deve o non si deve fare: non stiamo regolando come costruire una centrale nucleare (dove, in effetti, converrebbe non rimanere nel vago), stiamo disciplinando un aspetto della vita in cui è ben più ampia la terra “incognita” che quella “cognita”. 

Penso, quindi, a una legge di principi, una legge “alveo”, non a una legge “fiume”. Una legge che fissi, come si suol dire, alcuni “paletti”, alcune definizioni e poi lasci lo spazio applicativo all’autonoma capacità normativa e alla responsabilità degli altri soggetti coinvolti, in primis i medici. 

Questo secondo me dev’essere il principio cardine: sussidiarietà normativa. Non una legge che disegni da zero l’intera normativa, ma una legge che stabilisca alcuni standards minimi: che renda vincolanti per tutti alcuni principi del Codice di deontologia medica, che fissi alcune definizioni – ad esempio, accanimento terapeutico, stato terminale, cure palliative, trattamenti di sostegno vitale, abbandono clinico – e che rinvii al Codice di deontologia medica tutte le questioni di dettaglio e la responsabilità disciplinare, mentre rinvii, al codice penale e al codice civile le altre responsabilità. 

Guardando le pur diverse posizioni, mi pare che alcuni di questi “paletti” fondamentali potrebbero trovare un ampio consenso nel pieno rispetto della nostra Costituzione. Uno. La tutela della vita e della salute dei pazienti con le terapie adeguate senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di condizione sociale, di qualità della vita attuale e futura, di disabilità e di grado di coscienza del paziente. Due. Il divieto di trattamenti – positivi e omissivi – finalizzati a provocare la morte del paziente. Tre. Il divieto di accanimento terapeutico e il consenso informato. Quattro. L’autonomia e la responsabilità del medico nella programmazione, nella scelta e nell’applicazione di diagnosi e di terapie. Cinque. L’obbligo del medico di considerare, nel rispetto della sua autonomia (punto 4), le volontà e i desideri espressi dal paziente anche in precedenza. 

Su questi punti, e sugli altri che riterrà, il Parlamento discuta e alla fine prenda una decisione; laicamente consapevole che sarà una decisione discutibile, limitata e approssimativa e quindi, perfettibile, modificabile o abrogabile… ma non per questo abdichi alla sua responsabilità.

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