PDL/ 1. Lupi: la nostra sfida culturale, una sintesi tra tradizioni diverse

- int. Maurizio Lupi

Il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi riflette su quelle che sono le sfide culturali del nuovo partito: l’importanza di avere valori chiari di riferimenti, e al tempo stesso la ricchezza della varie storie che vi confluiscono

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Onorevole Lupi, alla vigilia del congresso fondativo del Popolo della libertà, si parla molto della sfida culturale sottesa alla nascita del partito: Fabrizio Cicchitto ha parlato della possibilità di raccogliere l’eredità di grandi intellettuali “esclusi”, come De Felice e Del Noce. Qual è allora il cuore di questa sfida culturale?

È la sfida che il nostro tempo ci assegna, vale a dire la battaglia, anche in politica, contro il relativismo e il nichilismo. Una sfida che accomuna tutti, laici e cattolici: l’idea di testimoniare il vero contenuto della laicità dello Stato. Il tutto dentro una posizione umana aperta, basata sul riconoscimento di un impegno comune da parte di persone che vengono da diverse tradizioni, ma che sono unite da una concezione della politica come servizio del bene comune.

Un partito così ampio, effettivamente, non può certo essere un partito a “pensiero unico”, come ha detto anche Fini: come verrà conciliata l’idea di un’identità, che pur deve esserci, con l’apertura a posizioni diverse?

Non solo è condivisibile la posizione espressa dal presidente Fini, ma è esattamente il motivo per cui un partito come il Pdl può prendere oltre il 40% dei consensi. Il problema allora non è il pensiero unico; è che un partito, proprio perché viene dalla società civile, sta insieme se tutti i soggetti che vi aderiscono, venendo da storie diverse, si riconoscono in una carta di ideail e di valori comuni. L’identità del nostro partito, che si rifà da una parte al Patito popolare europeo e dall’altra alle grandi tradizioni dei partiti italiani, pone al centro valori fondamentali, come l’idea della persona, della dignità della vita, della sussidiarietà, della responsabilità, della centralità della famiglia, della libertà d’impresa. La libertà di ognuno di noi, e quindi anche la libertà di coscienza, si esprime sempre di fronte a un giudizio, e non è una libertà da, ma una libertà di. Noi abbiamo una carta di valori molto chiara di fronte alla quale si esercita la libertà degli aderenti al partito.

E sui punti rispetto ai quali gli stessi aderenti al progetto non si trovano d’accordo?

Faccio un esempio: è evidente che con Della Vedova, che è con noi nel Popolo della libertà, su alcuni gradi temi, come quello della legge sul fine vita, o sulle coppie di fatto, c’è una distanza. Ed è giusto che, pur ribadendo – come dimostra anche il voto al Senato – che il Pdl si ispira ai valori cui accennavamo prima, ci possa essere una posizione di minoranza come quella di Della Vedova che chieda una libertà di coscienza. Ma se al tempo stesso non ci fosse da parte sua la condivisione dell’altro 80% dei temi, non saremmo un partito. Tant’è che c’è infatti con lui una battaglia comune sulla libertà di educazione, sulla libertà d’impresa, sulla sussidiarietà, su quei grandi temi che appartengono alla nostra tradizione. Che non ci sia un pensiero unico non significa dunque che non ci siano valori di riferimento, ma significa che ciascuno, venendo da esperienze diverse, apporta la propria ricchezza rispetto alla comune concezione condivisa.

Parliamo di leadership. Senza scadere nel pettegolezzo sul post-Berlusconi, è evidente che se da una parte la nascita del nuovo partito si avvantaggia della presenza di un leader unificante, non può però pensare di dipendere per sempre da lui. Il nuovo partito è un’entità che può serenamente iniziare a guardare al dopo-Berlusconi?

Sarebbe un errore, dal punto di vista sia politico che umano, pensare al dopo senza guardare al presente. Io oggi faccio i conti con la realtà che ho davanti, e con la sfida che questo tempo e questa situazione politica mi pone. Questa sfida è fatta di un leader che ha una grande capacità unificante, e di un partito che non è fatto solo di cattolici e di gente che venga dalla mia storia. Si può pensare al futuro di questo partito solo se ci si impegna nella costruzione del presente. Noi cattolici abbiamo la responsabilità di testimoniare una grande concezione della politica non legata all’egemonia, alla gestione del potere e all’esito finale, che pure è importante; bensì una politica come servizio al bene comune, e quindi che gioca tutta la sua capacità creativa nel rapporto con il popolo, con la gente. Ecco perché non si chiama Partito, ma Popolo della libertà. Su certi temi c’è dunque una grande responsabilità. Discutere della successione secondo me è l’errore di chi guarda al lavoro della propria vita non nel presente, ma in un futuro che magari non si realizzerà mai. Coloro che hanno vissuto pensando di sconfiggere e di guardare al dopo-Berlusconi, sono stati sconfitti.

Il discorso di Gianfranco Fini di domenica ha fatto un’ottima impressione dal punto di vista del metodo politico, pur rivelando alcune debolezze sui contenuti (in difficile equilibrio tra sussidiarietà e statalismo): la nuova destra uscita dal travaglio di Msi-An che apporto dà al Pdl, e come riuscirà a superare alcune incongruenze del “Fini-pensiero”?

Il grande apporto è la ricchezza, che deriva dalla propria storia e da quello su cui si gioca il proprio impegno in politica. Fare un partito del 5%, in cui tutto coincide come storia e pensiero, sarebbe più facile; ma il bello è realizzare un compromesso in senso positivo, che non è un rinunciare, ma è cercare di entrare nelle ragioni dell’altro per arricchirsi. Con Fini, in particolare, c’è per parte mia una sfida continua nel cercare di capire le sue ragioni, nel portare le mie, e nel cercare il pezzo di strada comune. A me è piaciuto il discorso che ha fatto Fini, un discorso serio e realista, in cui ho in particolare apprezzato i passaggi sul concetto di laicità positiva.

Da ultimo: perché un cattolico dovrebbe votare il Pdl e non l’Udc o il Pd del “cattolico” Franceschini?

Io posso solo dire perché io, da cattolico, ho scelto questo partito e non l’Udc o il Pd: perché in questo partito ritrovo tutte quelle motivazioni che mi hanno fatto scendere in politica (dalla persona alla sussidiarietà), che in altri partiti non trovo. E perché inoltre è sempre utile in politica che questo si giochi dentro una realtà grande piuttosto che in una realtà piccola. Lo stiamo dimostrando adesso su alcuni grandi temi, grazie al voto dei nostri tanti parlamentari. Penso poi, ad esempio, alla grande testimonianza del ministro Sacconi sul caso Eluana: il fatto che amici laici abbiano portato avanti un principio veramente laico, come quello della precauzione e della cautela, è indizio chiaro del motivo per cui io sono in questo partito.



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