25 APRILE/ La svolta di Napolitano e Berlusconi, che Franceschini non ha colto

- Ugo Finetti

Il modo in cui è stato celebrato il 25 aprile con il discorso di Giorgio Napolitano ed il maggior impegno di Silvio Berlusconi rappresenta un importante passo avanti. Si tratta di un passo avanti verso una unità nazionale basata sulla verità storica

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Il modo in cui è stato celebrato il 25 aprile con il discorso di Giorgio Napolitano ed il maggior impegno di Silvio Berlusconi rappresenta un importante passo avanti. Si tratta di un passo avanti verso una unità nazionale basata non tanto sulla mistificazione – che sarebbe solo dannosa -, ma sulla verità sia pur in una cornice necessariamente retorica. Certo siamo ancora ben lontano dalla meta. Siamo ben lontani dal modo in cui anche il pur sciovinista De Gaulle – che era uscito dalla Nato cacciando gli americani dalla base vicino a Parigi e che metteva il veto all’ingresso della Gran Bretagna nel Mercato Comune – celebrava la liberazione della Francia facendo sfilare con le loro bandiere, americana e inglese, soldati sugli Champs Elysées  e navi al largo del Porto di Marsiglia. Siamo cioè ben lontani dall’impegno preso nel 1945 da Palmiro Togliatti che, in dicembre al congresso ricostituivo del Pci, prometteva: «Ricorderemo in eterno i soldati e gli ufficiali inglesi, degli Stati Uniti, della Francia, dell’Africa del Sud, dell’Australia, del Brasile, i quali hanno lasciato la loro vita o versato il sangue loro per la liberazione del suolo della nostra patria». Noi infatti il 25 aprile celebriamo in realtà non la Liberazione, ma solo una delle sue componenti: la Resistenza.

Perché la Resistenza va celebrata ed è storicamente importante? Essenzialmente per tre ragioni. Grazie alla Resistenza l’Italia non è stata trattata come la Germania: la nostra sovranità nazionale è stata rispettata, i nostri confini – nonostante la sconfitta in una guerra dichiarata da Vittorio Emanuele III che era re ancora nel 1946 – sono stati poco ritoccati, il capo del comando unificato delle brigate partigiane, il generale Cadorna, è stato il primo capo di Stato maggiore dell’Italia liberata e il suo vicecomandante, Ferruccio Parri, è diventato capo del Governo, gli Alleati hanno dato piena fiducia alla nuova classe dirigente espressa dal Cln e  si sono ritirati rispettando la nostra autodeterminazione che includeva anche l’ipotesi di un’adesione allo stalinismo.

In secondo luogo è l’“Italia della Resistenza” che ha disegnato la Carta costituzionale la cui elaborazione e redazione furono il frutto di entusiasmo, convinzione e compromesso tra le componenti che – inizialmente unite nel giugno del 1946 e poi aspramente divise nel gennaio del 1948 – l’hanno insieme scritta e approvata. Si tratta di un testo da non ritenere demagogicamente intoccabile nella stessa prima parte, ma che ha rappresentato e rappresenta tuttora l’identità di una democrazia liberale, pluralista e occidentale con forte caratterizzazione dei valori di tutela sociale.

In terzo luogo – piaccia o meno – l’”Italia della Resistenza” ha fatto sì che in Italia vi sia stata la forma più lieve di “guerra fredda”. Al di là del vittimismo aggressivo dei comunisti e dell’estrema sinistra, in realtà in Italia la “guerra fredda” è durata solo fino al 1953. Morto Stalin, finita la guerra di Corea, sconfitto Alcide De Gasperi, la Dc nel 1954 ha aperto al Psi ancora frontista e nel 1955 Giovanni Gronchi è stato eletto al Quirinale con il voto dei parlamentari stalinisti. Per quarant’anni l’”Italia della Resistenza”, il cosiddetto ”arco costituzionale”, è stata la base di una tenuta istituzionale e sociale nonostante crisi e tensioni attraverso ripetute strette economiche ed anni di terrorismo. È stata la culla del consociativismo con i suoi danni, ma anche i suoi benefici in situazioni di emergenza istituzionale e sociale.

In questo quadro la celebrazione del 25 aprile quest’anno è stato un passo avanti perché Giorgio Napolitano non ha fatto una commemorazione ripetitiva, ma ha ricordato il valore dei militari a fianco degli Alleati e nel dar vita alle formazioni partigiane. Un ruolo – ha sottolineato – «in passato tenuto in ombra». Insieme ha svelenito gli animi dando un segnale di rispetto per i caduti di Salò. Non si tratta infatti di equiparare fascisti e antifascisti, ma di rispettare quanti l’8 settembre, dopo che per anni avevano obbedito all’ordine di combattere contro gli angloamericani, non sono stati capaci di accettare il cambio di alleanza e di rovesciare il fronte. La scelta di separarsi fu quasi sempre presa fraternamente l’8 settembre tra i militari italiani. Esemplare è il caso dell’aviazione. La maggior parte di quanti di loro aderirono alla Rsi non erano né filotedeschi né filofascisti, ma erano italiani che avevano combattuto duelli aerei e avevano visto i loro compagni morire bruciati o falciati anche se già si erano paracadutati e che dopo l’8 settembre andarono a Milano dove si alzavano in volo con pochi aerei per andare a fronteggiare le fortezze volanti che bombardavano la popolazione civile. Non erano torturatori e stupratori, si tratta di uomini per bene e spesso coraggiosi che sono morti in combattimento o sono sopravvissuti oltraggiati e discriminati.

Dario Franceschini invece, dopo aver esortato Berlusconi a impegnarsi nel 25 aprile, è andato a “marcarlo” in Abruzzo infilandosi nella direzione opposta di Napolitano e cioè tutto nel segno di un richiamo senza discontinuità e distanza critica verso l’iter delle precedenti celebrazioni e giocando la carta del richiamo alla contrapposizione più frontale.

Silvio Berlusconi è riuscito a cogliere l’occasione per dare un segno di novità risultando più vicino a Napolitano di Franceschini. E cioè: nel momento in cui l’unificazione con An poteva sembrare uno spostamento a destra del partito di maggioranza relativa, Berlusconi alla vigilia di una scadenza elettorale, grazie anche alla scarsità di riflessi in cui versa il Pd e la sinistra, ha trasformato il 25 aprile in uno spostamento a sinistra – o meglio: al centro – della sua maggioranza.

È così che i fischi a Milano contro il presidente della Regione, Formigoni, e la contestazione romana dei “no global” a Porta San Paolo che hanno impedito al sindaco di Roma, Alemanno, di parlare là dove si applaudivano Rutelli e D’Alema rappresentano una prepotenza che non salvaguardava l’identità storica della Resistenza, ma la sporcava. A Porta San Paolo la Resistenza nel settembre del ’43 fu fondata dai carristi dell’Ariete guidati dal generale Cadorna che all’inizio inflissero la prima sconfitta ai tedeschi in Italia. Gli scalmanati del 25 aprile 2009 non hanno nulla a che fare con i condannati a morte della Resistenza le cui ultime lettere avevano al centro parole dedicate a Dio, alla patria, alla famiglia.

In conclusione, l’uso della Resistenza per legittimare teppismo ed estremismo è una politica che è stata in auge negli anni Settanta, che è ancora presente,  ma che ormai è destinata progressivamente a uscire di scena.



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