NORDCOREA/ Corruzione, la risposta cinese ai missili di Pyongyang

- int. Francesco Sisci

Mentre a Praga Barack Obama lancia un appello per il disarmo nucleare, la Corea del Nord fa partire un missile a lunga gittata, allarmando la comunità internazionale. Ma qual è la strategia di Pyongyang e quali sono gli scenari possibili?

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Bandiera della Corea del Nord

Mentre a Praga Barack Obama lancia un appello per il disarmo nucleare, la Corea del Nord fa partire un missile a lunga gittata, allarmando la comunità internazionale. Ma qual è la strategia di Pyongyang e quali sono gli scenari possibili? «Neanche la Cina ha una soluzione pronta – spiega Francesco Sisci – l’unico modo di procedere sembra quello di andare per approssimazioni successive. Una cosa è certa: fino ad oggi il Gruppo dei sei è riuscito efficacemente a contenere la minaccia».

 

Sisci, lei ha scritto su La Stampa di ieri che la Corea del Nord non vuole guerra, ma soldi. Perché la decisione di effettuare il lancio del missile?

L’economia nordcoreana ha un problema strutturale: è un’economia fallita, in bancarotta. Si regge solo per gli aiuti esterni. La maggior parte vengono dalla Cina, in parte minore dalla Corea del Sud e dal Giappone, e in parte ancora minore da organismi internazionali. Questi aiuti riescono a mantenere la Nord Corea in una situazione di sopravvivenza. Pyongyang ha voluto mandare un segnale forte al Gruppo dei sei, che dovrebbe sovraintendere allo smantellamento delle attività nucleari nordcoreane. Le trattative prevedono che la Nord Corea rinunci gradualmente agli armamenti nucleari dietro l’elargizione di aiuti. Ma vuole pesare di più al tavolo.

Dunque il lancio missilistico va letto innanzitutto in chiave politica.

Sì. La Nord Corea teme da un lato che gli aiuti siano inferiori alle attese, perché non può farne a meno, dall’altro che gli aiuti possano creare le premesse per un rovesciamento del regime. Con il lancio Pyongyang dice: avete visto? Siamo capaci di raggiungere il Giappone e di arrivare anche oltre. Vuole alzare la posta al tavolo delle trattative. Ora si tratta di capire come gli altri interlocutori gestiranno l’apertura di gioco nordcoreana.

Quali sono, a suo avviso, gli errori da evitare?

La cosa facile è essere ingannati, scambiare cioè una posizione di debolezza per una posizione di forza. Che Pyongyang non ha, perché tra sei mesi si troverà coll’acqua alla gola. In primavera e in estate può fare a meno dell’olio pesante e del petrolio di provenienza cinese, e potrà utilizzare il primo raccolto per non usufruire degli aiuti alimentari. Ma il problema si riproporrà non appena arriverà l’inverno. E a quel punto si potrà reimpostare la trattativa.

Allo stato sembra che il canale negoziale migliore con la Nord Corea lo abbia la Cina. Che cosa intende fare e come intende muoversi?

Si legge che la Cina è “alleata della Nord Corea”. Ma non è così: Pyongyang per Pechino è solamente un imbarazzo, una difficoltà ma, soprattutto, un costo. Però la Cina nemmeno vuole la distruzione della Corea del Nord, perché il vuoto politico sarebbe un’incognita altrettanto preoccupante. La Cina è una potenza di status quo, teme tutte le incognite che possono sorgere dal mutare della situazione internazionale, diversamente dall’America, che fa una diplomazia di movimento e fa geopolitica in modo, a volte, anche troppo creativo.

Detto in altri termini: qualsiasi approccio al problema nordcoreano deve passare per la Cina.

La Cina è imprescindibile. Ma essa stessa non ha una soluzione pronta al problema. Immaginiamo infatti di porre termine al regime di Pyongyang. Che ne è dei nordcoreani? La Corea del Sud non li vuole; nessuno saprebbe gestire 22 milioni di persone ferme a sessant’anni fa. Lo sa bene la Cina, che attualmente fa i conti con un numero che varia tra i 100 mila e i 300 mila sfollati, mentre la Sud Corea ne ha poco più di un migliaio.

Allora come Pechino intende affrontare la situazione?

Una soluzione potrebbe essere quella di avviare in Corea del Nord, da parte cinese, riforme graduali come si è fatto per il Vietnam, con esiti positivi. Ma il partito al governo resiste a questa politica, perché sa benissimo che perderebbe il potere. Mentre in Vietnam il potere del partito non è legato a una persona o una famiglia, in Nord Corea il potere è nelle mani di una vera e propria “famiglia reale”. Occorrerebbe trovare una soluzione di transizione che garantisca il potere ai Kim in cambio della trasformazione del paese. Ma i primi a non accettarlo sarebbero proprio i sudcoreani. Come si vede la faccenda è davvero molto complicata e l’unico modo di procedere sembra quello di andare per approssimazioni successive.

C’è il rischio di sottovalutare le armi della Corea del Nord?

È certo che Pyongyang ha i missili, anche se di tecnologia inferiore. Ma soprattutto, ha 8 mila cannoni puntati su Seul. Ecco perché una soluzione militare è impossibile. È molto più promettente la partita del dialogo a sei, che fino ad oggi è effettivamente riuscito a contenere la minaccia. Ma un’altra arma molto efficace potrebbe venire dalla corruzione.

Dalla corruzione?

Proprio la corruzione potrebbe rivelarsi un’arma politica efficace, favorendo la creazione se non di una vera e propria classe media, di una piccola classe di privilegiati capaci di un interesse immediato e privato, distinto dai privilegi concessi dal Caro Leader. Potrebbe essere l’inizio di una dialettica fatta di due poli, e segnare le prime crepe nell’assolutismo totalitario del regime.

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