SCENARIO/ Pansa: ora la casta politica guardi il paese reale

- int. Giampaolo Pansa

«Si potrebbe costruire non una impossibile pace, ma almeno un clima più civile, corretto e costruttivo nei rapporti tra governo e opposizione». Lo ha detto il presidente Napolitano. È sempre stato ottimista, Giampaolo Pansa, ma non crede in una tregua. «Non è possibile uno stile politico nuovo senza un salto culturale»

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Poco prima del G8 ha invocato una tregua. Dopo il vertice, non ha chiesto ai contendenti di rinunciare alle rispettive posizioni, ben sapendo che non è questo che si chiede in democrazia. Ma ha detto, il presidente Napolitano, «che si potrebbe costruire non una impossibile pace, ma almeno un clima più civile, corretto e costruttivo nei rapporti tra governo e opposizione». È sempre stato ottimista, Giampaolo Pansa, ma non crede in una tregua. E glie ne dispiace, perché mentre la “guerra civile” continua, il paese ha problemi più importanti da affrontare.

Pansa, l’invito ha riscosso ampio consenso, ma qualcuno seguirà davvero Napolitano?

Ampio consenso? Non me ne sono accorto. Comunque l’invito del presidente è molto saggio e lo faccio senz’altro mio, per quanto può valere la cosa. Penso però che nella situazione politica di oggi i conflitti non soltanto non stiano cessando, ma che riprenderanno diventando sempre più violenti. Mi spiace, ma non credo in una tregua.

Che cosa manca nel centrodestra e nel centrosinistra per prendere sul serio l’invito del capo dello Stato?

La consapevolezza che molto più importante dei loro contrasti da guerra civile è il problema della crisi economica. Adesso che si avvicinano le ferie sembra un po’ attenuato, ma a settembre, quando per gli uffici e le aziende sarà ora di riaprire i battenti, si ripresenterà in termini molto drammatici. Manca del tutto secondo me nel mondo politico italiano, in entrambi gli schieramenti, la percezione di questo stato di cose. Ecco il perché di un distacco sempre più grande tra la gente normale e la casta – chiamiamola pure così – sia di centrodestra che di centrosinistra.

Berlusconi risponde che a cambiare dev’essere l’opposizione.

Quando Berlusconi dice che per far finire questa “guerra civile” bisogna che nell’opposizione molto cambi, dovrebbe guardare anche in casa sua, dentro se stesso. Non si può dire che se si vuole una tregua uno dei due contendenti deve gettare le armi; se tregua si vuole, devono deporre le armi entrambi. Questo lo scrivo da tempo. Se Berlusconi pensa che solo l’opposizione debba cambiare tono, sbaglia, così come sbaglia l’opposizione se pensa che a cambiare debba essere solo Berlusconi.

Gli appelli allo spirito bipartisan da un po’ di tempo si moltiplicano. Ispirano saggezza e sono condivisi, ma poi la politica va avanti come prima. Perché?

Perché non è possibile uno stile politico nuovo senza un salto culturale, che è la premessa di tutto. Ma il fatto è che non ci sarà nessun salto culturale, tanto meno quindi ci sarà un cambiamento politico. Non soltanto la situazione rimarrà quella di oggi, ma peggiorerà e lo vedremo presto. Diamo tempo ai giornali di questa settimana.

La cosiddetta questione morale ha segnato un quindicennio di crisi della politica. Oggi la usano l’opposizione contro Berlusconi e Marino contro il suo partito. Dove sta la vera questione morale nell’Italia di oggi?

Chi occupa posti di potere e di comando, siano essi originati dal voto popolare o da poteri privati, deve capire che questi poteri devono essere esercitati certamente nell’interesse di un’azienda, se di azienda si tratta, o di un partito, ma prima di tutto nell’interesse generale del paese. Se i potenti di una nazione – e uso questa parola, nazione, che mi piace e che non viene più usata – non si rendono conto che sono i primi a dover dare il buon esempio nell’uso del potere, ma pretendono sempre che a darlo siano gli altri o gli elettori, non solo non si va da nessuna parte, ma il solco si approfondisce. E l’aria, come oggi, diventa sempre più fetida.

Non è per questo che Di Pietro ha comprato una pagina sull’Herald Tribune?

Non mi è mai capitato di vedere nulla del genere, ma neanche tante altre cose si erano mai viste. Confesso però che Di Pietro non mi stupisce più. È un signore che sta sulla piazza solo per aumentare il proprio fatturato elettorale. Ha già avuto un buon successo alle ultime elezioni e spera di ripeterlo, lo anima una sete di potere forte che gli fa fare qualunque cosa.

Lei ha scritto in un suo Bestiario che “l’Italia è una democrazia instabile (…) siamo un paese sull’orlo di un abisso. È una voragine dove si intrecciano crisi ogni giorno più dure: economica, sociale, politica, istituzionale, civile…”. È un quadro molto pessimista. Cosa ci attende?

Guardi, se lo sapessi lo scriverei. Faccio una parentesi personale. In realtà non sono mai stato un pessimista, per me il bicchiere è sempre mezzo pieno. Non se è l’età o l’esperienza, ma quando mi capita di parlare con le persone, e lo faccio sempre, sia nel piccolo paese dove vivo sia quando viaggio, sento che hanno le stese preoccupazioni che ho io. E sono italiani qualunque, non quelli del Transatlantico.

Ma allora oggi che cosa spera?

Mi auguro che Berlusconi riesca a governare e che non dia alibi e armi ai propri avversari, dicendo la verità su quello che è successo a Palazzo Grazioli o a Villa Certosa, ma finora non l’ha fatto. Mi auguro che il centrosinistra si ricompatti e nomini un segretario decente. Ma le ultime vicende non lasciano molto spazio all’ottimismo. A cominciare da Grillo, che si è iscritto al Pd e l’hanno accettato; il che è anche peggio della storia dello stupratore, ammesso che quello che hanno messo in galera sia quello giusto.

E per sapere chi sarà il segretario dobbiamo attendere ottobre.

Se un partito non vuole suicidarsi, deve darsi uno statuto e delle regole che gli consentano di fare in fretta. Ma nel Pd c’è un potente virus dell’autodistruzione.

Chi ha più chance? I “nuovisti” o gli esponenti della vecchia nomenclatura?

Non lo dico perché non privilegio nessuno. Da buon anarchico liberale, le dirò di più: alle elezioni europee sono rimasto a casa. Sono del 1935, ho votato per la prima volta a 22 anni e le assicuro che da allora non ho mai mancato un’elezione. Mi piacerebbe tornare a votare per qualcuno. Spero di farlo per le prossime regionali.

A meno che non ci sia prima una crisi di governo.

Cosa che non mi auguro. Questo bisogna dirlo in modo chiaro: nel 2008 c’è stato un voto popolare che ha dato al centrodestra una maggioranza molto forte sia alla Camera che al Senato. Il paese ha un governo e un premier che è Berlusconi. Governino. Fare in modo che la volontà degli elettori, in qualsiasi maniera, fosse disattesa sarebbe un tremendo delitto.



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