GIORNALI/ Folli: il sogno di Fini? Fare il Sarkozy italiano, senza il voto cattolico

- int. Stefano Folli

Continua, anche con la complicità di un’opposizione in mezzo al guado, lo scontro politico interno al Pdl tra Berlusconi e Fini. «Siamo di fronte – dice a ilsussidiario.net Stefano Folli, editorialista del Sole 24 Ore – a due orizzonti strategici radicalmente alternativi che riguardano il futuro del centrodestra»

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È ancora tensione tra il capo del governo è il presidente della Camera. Berlusconi ha parlato nella serata di ieri di “fraintendimento”, ma Fini non l’ha mandata giù e ha replicato: «definire “fraintendimento” le tante valutazioni di carattere politico su cui nel Pdl è necessario discutere, è non soltanto riduttivo ma soprattutto rischia di non contribuire a risolvere i problemi». Tutto ha preso le mosse dall’editoriale di Feltri sul Giornale di lunedì: “Dove vuole arrivare il ‘compagno’ Fini”, si chiedeva Feltri. Non è difficile immaginare la risposta. Continua dunque, anche con la complicità di un’opposizione in mezzo al guado e alle prese con la fase precongressuale, lo scontro interno al Pdl. «Siamo di fronte – dice a ilsussidiario.net Stefano Folli, editorialista del Sole 24 Ore – a due orizzonti strategici radicalmente alternativi che riguardano il futuro del centrodestra».

«No, non è tutto a posto» ha replicato Fini ai segnali distensivi di Berlusconi. Siamo in effetti di fronte ad uno scontro tutto interno alla maggioranza dagli esiti imprevedibili.

Non siamo di fronte a semplici per quanto aspre rivalità politiche, ma al manifestarsi di due orizzonti strategici ben diversi che riguardano tutta la maggioranza. Il centrodestra è nato in questi anni per iniziativa di Berlusconi e intorno alla sua persona. Di più, è l’intero assetto del sistema politico che si è costruito intorno alla persona di Berlusconi. Proprio per questo non è un assetto politico con una sua forza e stabilità indipendenti, ma risulta legato alla personalità del leader da cui dipende.

Diciamolo: è in gioco la leadership del centrodestra.

È evidente che emergono screzi che hanno a che vedere con gli assetti futuri del centrodestra. Al tempo stesso è irrealistico porsi ora l’obiettivo politico di essere il successore di Berlusconi. Detto altrimenti: l’uscita di scena di Berlusconi aprirebbe uno scenario talmente nuovo da rendere impossibile per un politico giocare oggi le sue carte in vista di quello scenario. E Fini lo sa benissimo.

Fini vuole un centrodestra “moderno e laico”. Cosa vuol dire questo per il presidente della Camera?

Naturalmente Fini ambisce alla leadership ma la sua politica inizia con una domanda: come sarà il centrodestra dell’Italia di domani? Negli ultimi quindici anni Berlusconi ha saputo interpretare l’opinione pubblica moderata, maggioritaria nel paese. Ecco perché Fini ambisce a essere il rinnovatore del centrodestra, ma più sul piano culturale che strettamente politico. E su quel piano impersona una visione della politica molto meno vicina al mondo cattolico di altri nel centrodestra.

Un Sarkozy italiano?

Sì, un po’ quello che ha fatto Sarkozy in Francia rispetto al gollismo classico. Vuole porsi come il nuovo padre nobile dell’Italia moderata, un’Italia però non statica ma capace al tempo stesso di stabilità e rinnovamento. La strada è quella di portare temi nuovi dentro uno schema culturale moderato: l’approccio alla questione degli immigrati è emblematico.

Fini si è dato il ruolo di difensore della laicità della politica, Berlusconi sul caso Englaro ha scelto la posizione della Chiesa cattolica. Antonio Polito ieri a ilsussidiario.net ha detto che l’approccio di entrambi è prettamente strumentale, in un senso o nell’altro. Che ne pensa?

Ma in politica tutto è strumentale, perché tutto finisce per servire l’azione politica. Io porrei la questione in questi termini. Fino ad oggi nel centrodestra è prevalsa la convinzione che il voto cattolico in Italia sia essenziale per far politica da posizioni moderate. Lo stesso Berlusconi politicamente ha puntato finora sul voto cattolico. Ma per Fini il discorso è diverso: nel suo impianto culturale il voto cattolico non è determinante per il futuro dell’Italia moderata. Da qui la scelta: non lasciamo – dice – tutta la laicità all’opposizione; non ci resterebbe che caratterizzarci come un partito quasi-confessionale. 

Tutto questo ha una valenza anche istituzionale?

Certamente. Berlusconi alla presidenza della Repubblica avrebbe significato la consacrazione della lunga stagione berlusconiana e di questo centrodestra; una presidenza che nel 2013 andasse a Fini vorrebbe dire che si volta pagina: sancirebbe che nel centrodestra è avvenuta una profonda mutazione politico culturale e che tutta l’Italia moderata si è rinnovata ed è cambiata.

A proposito di cattolici. Bersani invoca una sintesi della componente storica e riformista propria della sinistra con quella popolare cattolica. Al Palalido però non si è andati oltre l’evocazione del vecchio Ulivo. Vede qualcosa di nuovo?

Non vedo novità, ma la medesima sommatoria di prima, che è la vera dannazione di questo centrosinistra e del Partito democratico. Il Pd in fondo cos’è? Il tentativo di far incontrare due ceti politici, quello ex Dc di sinistra e quello che risale all’ex Pci. L’Ulivo comprendeva la sinistra radicale, Veltroni l’ha tagliata fuori ma l’operazione, che poteva avere un senso, non ha dato luogo di per sé ad una nuova sintesi. E il Pd è fermo al palo.

De Rita ha detto che il Pd “non tocca palla” rispetto ai problemi del nord. Cosa dovrebbe fare per riuscirci?

Quello che dice De Rita è vero. Al nord ci sono esponenti del Pd che hanno provato a parlare un linguaggio diverso e hanno avuto un relativo successo, dico relativo perché se poi non si ha un partito convinto alle spalle non è facile competere con la Lega e con il centrodestra in generale. Penso ai soliti Chiamparino, Penati, Cacciari, Zanonato. La strada è quella di assumere i temi tipici del centrodestra e declinarli in modo diverso.

Le sembra così facile?

Anche in questo caso la sinistra deve cercare una sintesi nuova. In fondo Tony Blair a suo tempo in Inghilterra cosa ha fatto? Ha vinto perché ha preso alcuni temi della Thatcher e li ha riletti in chiave riformista. Il Pd invece parla ancora un linguaggio di trent’anni fa.

Saranno le regionali a sopire il confronto politico nel centrodestra oppure sarà lo scontro interno a condizionare la partita politica?

Finché si ha il potere si ha una buona ragione per metter la sordina ai contasti. Le regionali saranno motivo di scontro perché si rivedono gli equilibri a partire dalla candidature. Allo stesso tempo sarà anche l’occasione per ricucire, per mettersi d’accordo. Il ruolo chiave sarà ancora quello di Berlusconi: dovrà mostrarsi capace di gestire il potere. La percezione di un declino rialzerebbe subito il livello dello scontro interno.

Intanto ha garantito la Lombardia a Formigoni.

Questo è il frutto di accordi sotterranei che secondo me sta facendo o ha fatto con Bossi. E non mi stupirei se Bossi alla fine si accontentasse del Veneto; Berlusconi in tal caso avrebbe giocato d’anticipo mostrandosi come quello che ha determinato la conferma di Formigoni. In ogni caso deve dimostrare leadership. Cosa che non sempre è stata in queste ultime settimane: sulla vicenda Boffo ha dato l’impressione di farsi scavalcare da un giornale di cui è l’editore. E di fare un grande autogol.



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