GIORNALI/ Polito: Fini e Berlusconi? Puro scontro di potere, i temi non contano

- int. Antonio Polito

Dove vuole arrivare il “compagno” Fini è il titolo del Giornale di lunedì. Il bersaglio di Feltri è ora il presidente della Camera, Berlusconi ha preso le distanze ma le polemiche non si placano. E nel frattempo, che ne è del Pd? Manca un’opposizione seria, dice Antonio Polito, direttore del Riformista; e questo non giova al paese

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Dove vuole arrivare il “compagno” Fini è il titolo del Giornale di lunedì. Il bersaglio di Feltri è ora il presidente della Camera, Berlusconi ha preso le distanze ma le polemiche non si placano. Tutti sono d’accordo: si è aperta nella maggioranza la guerra di successione alla leadership del Pdl, e gli esiti sono tutt’altro che prevedibili. Dalla parte dell’opposizione c’è da registrare la deludente prestazione di Bersani, candidato alla guida del Pd, al Palalido di Milano: tante formule nuove per riproporre infine l’Ulivo di prodiana memoria. Con Di Pietro seduto in prima fila. «Penso che oggi sui temi etici e sociali – dice Antonio Polito, direttore del Riformista – ci sia molto strumentalismo politico».

Polito, che cosa divide Fini da Berlusconi?

Tante cose. Elementi di governo e di cultura politica del Pdl, dal tema dei diritti civili alle questioni etiche, ma soprattutto una prospettiva radicalmente diversa di concezione del partito del Popolo delle libertà. Perché nel caso di Berlusconi è concepito come “partito carismatico”, funzionale a sostenere e sorreggere la leadership di Berlusconi. Mentre Fini vi vede un partito in senso più tradizionale e classico, quindi pluralista, con regole democratiche per la scelta dei dirigenti. Questa è un’ambiguità che c’è sempre stata fin dalla nascita del Pdl e che adesso sta venendo alla luce.

Lei crede che la linea editoriale adottata da Feltri sia sganciata da quello che giova politicamente al capo del governo?

Feltri è un professionista con tutti i crismi e quindi non è la persona che ha bisogno tutti i giorni di confrontarsi con il proprio editore. Ma nel momento in cui quest’ultimo ha scelto Feltri, l’esito e l’uso politico del giornale era scontato. Se uno assume una persona dotata di una mira formidabile, non si può poi pretendere che non faccia fuoco. Il fatto che Feltri spari contro tutti coloro che infastidiscono la leadership assoluta di Berlusconi, da Boffo alla Cei al più interno alleato Fini dimostra che in questo momento nel Cavaliere prevale quello spirito di vendetta che lui ieri scherzosamente ha evocato dicendo: «sono stanco di prenderle soltanto».

Che peso hanno nello scontro i temi  etici e sociali più sensibili come l’immigrazione, il voto, il biotestamento e la procreazione assistita dai quali Fini si dichiara distante all’insegna della laicità, ma che Berlusconi vorrebbe avocare a sé proprio per ricucire il rapporto con la Chiesa?

Io penso che, ahimè, ci sia molto strumentalismo politico. Mi spiego meglio: spesso i politici si appropriano di certi temi in una direzione o nell’altra per motivi di immagine o per stringere rapporti di potere, politici. Non credo che le questioni bioetiche siano in cima alle preoccupazioni di Berlusconi, né che il tema laicità sia in cima a quelle di Fini. Ho l’impressione che entrambi le usino per differenziarsi nel caso di Fini dall’alleato avversario e concorrente; e per rafforzarsi nel rapporto con la Chiesa da parte di Berlusconi.

Al Palalido di Milano, a parte le metafore sul declino dell’impero romano d’Oriente e l’inevitabile uscita di scena di Berlusconi, sono prevalse le vecchie formule. In buona sostanza quella dell’Ulivo come sommatoria vincente di componenti. È un’alternativa credibile?

 

Ricordiamoci che l’Ulivo è l’unica forma di coalizione che abbia vinto le elezioni contro Berlusconi. Il problema dell’Ulivo semmai è che in due occasioni non è stato in grado di governare, per la sua strutturale fragilità e quindi non si può di tornare a quel tipo di coalizione. Credo anche che Bersani si renda conto di un fatto che è sotto gli occhi di tutti: che l’idea su cui era nato il Pd di Veltroni, di conquistare il governo da solo e poi stare in alleanza con Di Pietro, è irrealistica dal punto di vista elettorale.

Quali sono le conseguenze per maggioranza e opposizione della degenerazione in atto nel confronto politico? Chi paga secondo lei il prezzo più salato?

 

Finché si è all’interno di questa logica da guerra personale, finalizzata a distruggere l’avversario più che ad affermare le proprie ragioni, secondo me chi se ne avvantaggia è più la maggioranza dell’opposizione. Questo lo penso da tempo: l’opposizione deve lavorare su se stessa molto prima che lavorare sull’avversario. L’ipotesi di vincere costruendo un blocco orientato solo ad abbattere Berlusconi non ha mai portato bene all’opposizione ed è incredibile l’ostinazione dei leader nel non capirlo. Anzi la situazione politicamente più congeniale a Berlusconi è proprio quella in cui vige una tensione da “guerra civile”. Berlusconi è più un condottiero da tempi di guerra che da tempi di pace. L’azione di Feltri a mio avviso lo sta dimostrando. 



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