SCENARIO/ Giuliano Amato: la “sindrome” di Craxi rischia di contagiare Berlusconi

- int. Giuliano Amato

Giuliano Amato, testimone d’eccezione della difficile «transizione incompiuta» dalla Prima alla Seconda repubblica, interviene sul controverso tema delle riforme istituzionali

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Giuliano Amato (Foto: IMAGOECONOMICA)

Giuliano Amato, testimone d’eccezione della difficile «transizione incompiuta» dalla Prima alla Seconda repubblica, interviene sul controverso tema delle riforme istituzionali. Occorre, dice a ilsussidiario.net, ripristinare al più presto la centralità del Parlamento, che resta sempre il miglior antidoto contro la tendenza, tutta italiana, a riforme gattopardesche.

Le riforme sono al centro dell’agenda politica. Deve prevalere la soluzione dei problemi aperti o la conciliazione nazionale, vale a dire la condivisione delle riforme?

Sono le due mezze parti della nostra mela. Riforme istituzionali non condivise sarebbero riforme col baco, destinate ad essere corrose dal dissenso. Darebbero luogo facilmente a dei referendum, fonte di ulteriori scavi nelle divisioni esistenti nel paese. E poiché il problema dell’Italia è di essere una nazione debole, perché il fondamento condiviso dell’identità è molto fragile, riforme non condivise sarebbero poi poco efficaci.

Vede un’evoluzione positiva nel breve termine o è pessimista?

Al momento non vedo gli ingredienti migliori per fare riforme condivise, però sono un estimatore del Parlamento e delle sue procedure. È capitato già in passato che all’interno delle commissioni parlamentari, dove non sempre ciò che conta sono i titoli un po’ eccitanti che si sono letti sui giornali la mattina, si crei un clima che porta verso risultati condivisi. Quindi lo considero possibile, che poi sia anche probabile è un altro discorso.

È possibile superare il bicameralismo perfetto e rafforzare l’esecutivo, salvaguardando la piena rappresentanza e il principio della governabilità?

Occorre che un governo disponga di procedure snelle tali da consentirgli di far valere il suo indirizzo, perché questo indirizzo certo è quello voluto dai suoi elettori. Allo stesso tempo lo deve fare senza mettersi il Parlamento sotto i piedi.

Qual è la diagnosi della malattia?

Il vero problema sorto in queste due, tre ultime legislature, a prescindere dal colore politico, è che in assenza di procedure costituzionali e regolamentari adeguate all’affermazione efficace dell’indirizzo di governo, i governi hanno fatto un uso distorsivo dei meccanismi esistenti, con il risultato di cancellare totalmente la processualità decisionale del Parlamento.

Sono prevalse le esigenze della governabilità.

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Ma il Parlamento rappresenta un valore aggiunto imprescindibile, perché fa scaturire la decisione da un confronto di posizioni tra le parti del quale rimane comunque qualcosa nella decisione finale, anche se viene presa a maggiornaza. Se invece il governo presenta testi sui quali mette la fiducia e la ottiene, il Parlamento è praticamente cancellato. E questo è proprio quello che abbiamo finito per fare, a suon di maxiemendamenti e di decreti legge.

 

Perché si è indebolito a tal punto il ruolo del Parlamento?

 

Qui viene la questione della legge elettorale. Se io vengo scelto dal capo del governo, e anziché essere eletto per scelta dei miei elettori vengo eletto semplicemente perché lui mi ha messo al secondo o terzo posto di una lista di cui si sa a priori che i primi dieci vengono eletti, non potrò mai dire al capo del governo “non ti seguo, perchè i miei elettori non capirebbero”, come vediamo normalmente negli Stati Uniti. Potrei coerentemente rispondere solo a chi mi ha scelto.

 

Non ultimo c’è il problema di come concepire la funzione del Senato, nel quadro di un riassetto in senso federale dello stato.

 

Tra le molte questioni aperte è il nodo più problematico. Il senato federale rischia a seconda di come lo si fa di non costituire né un sufficiente contrappeso rispetto all’esecutivo, né un partner funzionante della Camera ai fini delle maggioranze che sono necessarie per far passare le leggi.

 

Potrebbe essere come il Bundesrat, con dentro gli esponenti degli esecutivi regionali?

 

Ma se facciamo un senato federale alla maniera del Bundesrat, ferme restando le attuali forme di governo regionali, accentuiamo lo squilibrio già esistente tra organi esecutivi e organi elettivi, perché in sede regionale abbiamo adottato la forma di governo più squilibrata che esista al mondo. Essa infatti è presidenziale, ma con un’assemblea legislativa totalmente subordinata all’esecutivo e con un presidente che gode di un potere istituzionale e politico assolutamente esorbitante rispetto ai consigli.

 

Forse è meglio un senato federale elettivo?

 

Poniamo. Ma sui modi dell’elezione vi sono opinioni diverse e si affaccia un ulteriore problema: se vogliamo che il senato federale conti, devono esserci delle leggi importanti che sono approvate da entrambe le camere. Ma nell’ipotesi più discussa non si prevede che il senato federale faccia parte del rapporto di fiducia. Allora può formare maggioranze diverse dalla Camera… Sono problemi che possono avere tutti una soluzione, ma al momento ne siamo lontani.

 

Il federalismo fiscale, che dovrebbe garantire un prelievo più equo e una maggiore rappresentanza degli interessi locali, farà bene alla cosa pubblica?

 

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Lo potrà fare, però finora c’è solamente una legge delega coerente con i buoni propositi e con le buone aspettative nei confronti di questo sistema di decentramento delle responsabilità. Finché non vediamo i decreti attuativi, i buoni propositi restano tali. In un sistema fondato sui principi del federalismo fiscale, dice la legge, l’interesse nazionale si tutela attraverso i meccanismi perequativi, la fissazione dei livelli essenziali delle prestazioni, la determinazione dei costi standard che garantiscono un uso responsabile delle risorse. O no?

 

Perché dice questo?

 

Per farle vedere come l’interesse nazionale possa infilarsi come un’anguilla all’interno del sistema di governo locale. Le faccio un esempio eloquente. Il governo fa la social card, le regioni giustamente notano che in questo modo la competenza sull’assistenza sociale – che è regionale – è completamente bypassata, la Corte costituzionale – ed è una sentenza di pochi giorni fa – dice che va bene così perché davanti ad un’emergenza economica lo stato fa quello che ritiene giusto fare sulla base dei principi generali della Costituzione. Uno potrebbe dire addio federalismo.

 

A più di quindici anni da Tangentopoli il conflitto tra politica e giustizia condiziona in modo grave la vita istituzionale del paese. Cosa pensa delle polemiche sulla figura di Craxi?

 

Tutto ciò che in queste settimane è stato detto e scritto in occasione del decennale della morte di Craxi riflette larghissima parte della polemica attuale sulla giustizia, e quindi più che essere un decennale, questo è stato l’ingrediente in più di una polemica in corso. Vuol dire che sul tema della giustizia non si è posata la polvere necessaria perché se ne ragioni pacatamente. A impedirlo oggi sono le vicende giudiziarie del presidente del Consiglio.

 

Si uscirà da questo groviglio o gli attori dell’una e dell’altra parte non ne saranno capaci?

 

Non lo chieda a me, perché non sono tra gli attori. Da spettatore la mia risposta è un disarmato “non so”.

 

Lei ha scritto in un suo recente intervento sul Sole 24 Ore che «siamo il paese del Gattopardo» e che questo condiziona tutto quello che facciamo.

 

Sì, perché prima di essere approvate dal Parlamento, le riforme devono essere fortemente sentite e volute da coloro che poi le dovranno applicare.

 

Possiamo almeno sperare in un cambiamento generazionale?

 

Ne sono convinto. Ma occorre vigilare, perché troppo spesso questa è solo la speranza con cui finiscono i libri e i film, cioè con il sorriso di un bambino. Quando si svolgevano le vicende del Gattopardo, i gattopardi di oggi non erano ancora nati, quindi sono anch’essi stati bambini.

 

(Federico Ferraù)

 

 

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