SCENARIO/ Paragone: così Di Pietro pigliatutto mette ko Bersani

La vittoria di Vendola nelle primarie pugliesi dà il via alla resa dei conti nel Pd, mette in discussione la strategia dell’Udc e riapre la partita delle Regionali. GIANLUIGI PARAGONE, conduttore de “L’Ultima Parola”, affronta per ilsussidiario.net i principali temi dell’agenda politica

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Le primarie pugliesi hanno scosso il quadro politico italiano. La vittoria di Vendola dà il via alla resa dei conti all’interno del Pd, mette in discussione la strategia dell’Udc e riapre la partita delle Regionali, che forse il Pdl stava iniziando a sottovalutare. Se nel centrosinistra Romano Prodi torna sulla scena attaccando Bersani, nel centrodestra si discute del rapporto tormentato con Casini e si ripensano a quelle candidature che tengono conto più degli equilibri interni che del risultato finale. Gianluigi Paragone, vice direttore di Raiuno e conduttore di “L’Ultima Parola”, affronta per ilsussidiario.net i principali temi dell’agenda politica.

Nel Pd si è scatenata una guerra intestina. A Bersani viene rinfacciata una strategia sbagliata e contraddittoria da una minoranza sempre più combattiva. Quali sono le ragioni di queste profonde divisioni interne?

La storia alla fine presenta il conto: il Pd da anni ha smesso di fare politica per inseguire la bandiera dell’antiberlusconismo. Con il voto umorale sembra di sopravvivere, ma in realtà si muore. Perdere il contatto con il territorio, il voto sociale e la fiducia dei lavoratori è solo una conseguenza. Non a caso la domanda che oggi si pongono tutti non riguarda gli errori del partito, ma se esista o meno.

Quali sono le vie d’uscita per il neo-segretario che aveva promesso un ritorno all’antica, al radicamento sul territorio e alla fine del “partito liquido”?

Il Pd può uscire dalla crisi solo se fa i conti con se stesso e torna a fare politica, abbandonando la caciara. È un partito che non ha più bisogno di cambiare nomi, formule e cannibalizzare i propri segretari, se vuole mettere fine alla emorragia di voti che sembra non finire. Purtroppo hanno paura del confronto (come di partecipare alle mie trasmissioni) e la caccia allo scalpo del segretario da parte di Veltroni e Franceschini non è un buon segnale.

Nichi Vendola viene descritto da alcuni come il futuro leader della sinistra, si dice che il tempo dei “figli di Berlinguer” sia finito. Cosa ne pensa?

Vendola rappresenta un campanello d’allarme interno per il Pd, ma rimane un fenomeno pugliese. Su scala nazionale  si è già misurato e non ha passato l’esame, visto che non è riuscito a sopravvivere agli egoismi della sinistra radicale.  

Romano Prodi chiede polemicamente chi comandi nel Pd. Dobbiamo attenderci un suo ritorno e l’ennesima riedizione dello scontro Prodi-Berlusconi? I “laboratori” e i disegni alternativi a questo schema per ora sembrano essere falliti…

Non credo proprio perché è un rapporto sbilanciato: Berlusconi, a differenza di Prodi, ha vinto, ha perso, ma non è mai scomparso. Il Professore giustamente rivendica il fatto di essere l’unico che è riuscito a batterlo, ma non deve dimenticarsi di non essere mai durato e di aver sempre ricoperto un ruolo di grande debolezza strutturale. Potrebbe anche riemergere, ma non credo che accadrà.
Proprio perché, purtroppo, non vedo due poli in grado di fronteggiarsi alla pari mi risulta difficile capire la logica dell’Udc che prova a fare l’ago della bilancia. La tattica dei due forni è difficile se uno dei due è spento.

Le alleanze a macchia di leopardo di Casini per smantellare il bipolarismo non stanno quindi funzionando?

Il bipartitismo è fallito perché nel centrosinistra Veltroni non ha portato a termine il suo progetto, nel centrodestra invece sono rimasti ancorati a quell’idea. Davanti a questo squilibrio Casini rivendica una posizione terza, ma occorre realismo: senza incarichi non si controlla il territorio e se si sbagliano le alleanze non si ottengono gli incarichi. A proposito di alleanze poi risulta difficile capire perchè Vendola non va bene e la Bresso sì. In fondo il Governatore della Puglia non ha detto a Beppino Englaro di portare a morire la propria figlia nelle sue strutture. Queste scelte secondo me si capiscono solo alla luce di un altro tipo di logica.

Quale?

Casini ha ormai sposato l’antileghismo, forse perché l’antiberlusconismo è già abbastanza presidiato. Il leader dell’Udc non ha però capito che c’è un voto cattolico al Nord che si fida dei leghisti, al di là delle sparate di colore. Secondo me sbaglia a cadere negli stereotipi, in questo modo ne risente la sua visione politica unitaria. Uno con la sua storia e la sua tradizione dovrebbe tornare a parlare a tutto il Paese e a ragionare in verticale.

L’elezione di Vendola ha compromesso il laboratorio politico Pd-Udc e ha rinforzato l’asse Pd-Idv che Bersani avrebbe teoricamente provato a mettere in discussione…

Bersani non ha avuto il coraggio di affrontare una campagna elettorale avendo contro Di Pietro, che gli contende il tema della “superiorità morale”. Questo è un vero e proprio complesso di cui il centrosinistra non riesce a liberarsi e che porta poi alle dimissioni, secondo me sbagliate, del sindaco di Bologna Delbono. Questa alleanza comunque ha un solo nome: antiberlusconismo e permetterà ancora una volta a Di Pietro di rubare voti al Pd e alla sinistra radicale.

Nel Pdl invece le divisioni tra Fini e Berlusconi sono davvero archiviate?

 

Con gli accordi non si archiviano le divisioni. Fini combatte la sua battaglia, cosciente del fatto che è minoritaria nel partito. Il suo errore non è quello di portare avanti un disegno legittimo, ma è quello di non rispettare i rapporti di forza. Il fatto di essere l’ex leader di An, cofondatore del Pdl e Presidente della Camera non gli deve servire come arma in più per portare avanti le sue idee.

La maggioranza ha bisogno di un successo alle regionali e di una conferma di consenso da parte del Paese. Dove e quanto rischia in questa tornata elettorale?

Il fatto che Berlusconi non sia del tutto convinto di alcune candidature è il segno che forse non è così “padrone e monarca” del suo partito, come si usa spesso dire. Significa che lascia decidere e lascia anche sbagliare. In Puglia ad esempio farebbe bene a ripensare alle ultime scelte. Senza carisma è difficile battere Vendola, anche se Palese è stato senz’altro un buon oppositore. Un’altra regione chiave è poi il Lazio con la candidatura simbolica della Polverini, mentre al Nord la Lega è attesa da un test importante. Il suo successo potrebbe portarci verso una Lega federata al Pdl sul modello di Csu-Cdu in Germania.

Se il Veneto e la Lombardia sembrano fermamente nelle mani del centrodestra il Piemonte è a rischio?

Il Piemonte era comunque una regione a rischio, particolare, composita, con due anime e due  orientamenti politici consolidati. Non ho visto candidature possibili migliori di quella di Cota. Arriva un momento nel quale la freschezza di un candidato può superare la tradizione. Forse questo momento è arrivato.

Archiviate le regionali si potrà tornare secondo lei alle riforme condivise?

La vittoria di Berlusconi alle ultime elezioni politiche aveva dato un mandato popolare chiaro al governo e faceva sperare in una legislatura costituente di stampo riformatore. Si sta rischiando di perdere questa occasione inseguendo magistrati, fotografi, gossip… Così la politica muore. Occorre che la politica torni a fare la politica e che il governo faccia le riforme che aveva promesso in campagna elettorale, a cominciare da quella della giustizia, che oggi non funziona.
Per quanto riguarda le riforme condivise, maggioranza e opposizione dovrebbero ritirarsi come fa una corte prima di pronunciare il verdetto, concentrandosi sulle carte e non sui giornali. Altrimenti perdiamo un’altra legislatura inseguendo la cronaca giorno per giorno.

(Carlo Melato)

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