REVIVAL/ 2. Se la querelle Berlusconi-Fini fa rimpiangere quei “mascalzoni” della Prima repubblica

- Gianluigi Da Rold

GIANLUIGI DA ROLD torna sul dibattito di questi due giorni paragonando i protagonisti dell’attuale scena politica a quelli di una Prima Repubblica forse liquidata troppo in fretta

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Non è stato un bello spettacolo il dibattito sul voto di fiducia alla Camera dei deputati, e al Senato, chiesto dal Governo di Silvio Berlusconi. Non abbiamo nessuna voglia di essere irriverenti, impolitici o qualunquisti, ma guardando e ascoltando, si coglie sempre qualche cosa di stonato e di grossolano, che non riguarda solo una parte, ma l’insieme.

Sarà forse perché siamo stati condizionati dal dibattito politico estivo sui giornali,  dove il nocciolo della questione era “l’affare Tulliani”, la casa di Montecarlo e l’imbarazzante posizione del presidente di Montecitorio, Gianfranco Fini.

Mettendosi nei panni di un telespettatore, che mercoledì guardava la “diretta” su Sky Tg24 o su alcuni giornali on line come IlSussidiario.net, non si poteva non rilevare una prima stonatura tra il Presidente della Camera, che dirigeva, con voce stentorea, il dibattito, e il Presidente del Consiglio che elencava i punti per la ripartenza del suo governo.

Intendiamoci, nessuno ha intenzione di cacciare qualcuno dal posto che gli spetta. Ma la rissa estiva nel Popolo della Libertà, tra Fini e Berlusconi, la nascita di una corrente dissidente “Futuro e Libertà”, che presto (martedì prossimo?) dovrebbe diventare un nuovo partito, e la sequenza di contumelie intorno all’appartamento di Montecarlo e ai dettagli finanziari caraibici, non erano di certo lo sfondo migliore per un dibattito parlamentare che concludeva la fine della vacanze politiche.

Se si voleva allontanare ancora qualcuno dalla politica, e consegnarlo magari al “comico Grillo”, con il dibattito a Montecitorio, ci si è riusciti alla grande.

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Può anche essere un dettaglio tutto questo formalismo, che oscilla tra grande civiltà e grande ipocrisia, ma che probabilmente non lascia indifferenti gli italiani, che si aspettano ormai da oltre quindici anni un po’ di stabilità politica. Poi è arrivato il lungo dibattito. 

Il premier Silvio Berlusconi, nel suo discorso e anche nella sua replica, com’è successo anche ieri, non si fa prendere la mano, misura i toni e appare conciliante, quasi ecumenico. Insomma fa un discorso che, in termini parlamentari, appare come l’invito a una costituente. L’elenco delle cose da realizzare è al solito importante. C’è probabilmente tanta buona fede e voglia di fare, ma si nota anche uno schema politico vecchio di secoli e tutto interno all’attuale maggioranza di governo.

Nel momento in cui Berlusconi dà credito all’attuale maggioranza, compreso il gruppo del Presidente della Camera, è come se scaricasse una "patata bollente" nelle mani del gruppo dissidente. Come se dicesse: guardate che se questo programma non si realizza, la colpa è vostra. E in quel momento, il premier dà proprio l’impressione di aver indicato il suo nemico più pericoloso, Gianfranco Fini, che sta sul seggio più alto di Montecitorio, con una sorta di "abbraccio" che viene da una lettura veloce di Nicolò Machiavelli, il quale consigliava appunto di abbracciare il nemico più insidioso in vista di un futuro regolamento di conti.

Il nocciolo della questione di tutto il dibattito sembra collegato proprio a questo scambio indiretto tra i due "scranni" più importanti di Montecitorio. Il resto è contorno e anche con toni che scendono, in certi casi,  quasi  ai ricordi giovanili dell’ avanspettacolo milanese, quando si frequentavano i  "matinée" dell’Alcione e dello Smeraldo dopo aver bigiato il liceo.

Straparla Antonio Di Pietro, che attribuisce a Berlusconi nequizie che non avrebbe riferito neppure al ras di Cremona, Roberto Farinacci. Tonino straparlava anche nelle aule di giustizia, ai tempi di Tangentopoli, ma lo applaudivano ugualmente. E naturalmente, in aula, i suoi lo applaudono  ancora, mentre persino il Presidente Fini lo richiama perentoriamente all’ordine.

 

 

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Ma in fondo il discorso di Antonio Di Pietro sembra una sceneggiata napoletana. L’ex "pm" più popolare del mondo esaspera i toni, già in chiave elettorale, per dimostrarsi "campione di antiberlusconismo" e quindi difendersi dalla concorrenza all’interno del Parlamento dal Partito democratico e all’esterno dalla "furia grillina".

Pierluigi Bersani, certamente diverso nel suo intercalare da quello dipietresco, appare invece "timido" nel suo intervento, preoccupato soprattutto che le elezioni gli piombino addosso, mentre ha un partito che conta le macerie e deve affrontare, anche lui, le grandi dissidenze di chi gli ricorda sempre la necessità di un "papa straniero". Gli altri sono comparse che difendono orticelli, manciate di voti che servono poi a far gioco.

Così sembrano  Casini, Bocchino, Bindi, Adornato, alcuni descamisados dell’"Italia dei Valori". Persino Buttiglione, che non riesce a votare la sfiducia per un contrattempo, di cui poi si scusa in aula e fa mettere a verbale che avrebbe votato il no al Governo.

Quello che viene in mente, immediatamente al termine di questa "montagna mediatica che ha partorito un topolino", è se c’è nella testa dei protagonisti della cosiddetta "Seconda Repubblica" una visione d’insieme, un’idea di Paese, un’autentica volontà di migliorare  e di risolvere i problemi che si devono affrontare. E anche se c’è la capacità di farlo.

Qui si ritorna inevitabilmente ai paragoni con il passato, spazzato via sotto l’onda del connubio politica affari, ai protagonisti della cosiddetta "Prima Repubblica" inchiodati ai loro reati di corruzione e concussione.

Probabilmente quella cosiddetta "masnada di ladri" aveva molti difetti, ma sapeva fare scelte di politica nazionale e internazionale di grande livello.
Pensate solamente a quando si dovette decidere sulla risposta di impiantare missili sul territorio nazionale contro gli "SS20" sovietici puntati sulle città europee. Pensate a una "riedizione di Sigonella", agli scontri con la signora Thatcher in vista del trattato di Maastricht.

Pensate anche agli scontri ideologici che, pur guastando il Novecento, avevano prodotto una autentica classe dirigente e un’idea di Italia. Alzi la mano chi vede in questi attuali protagonisti, certamente moralissimi e pulitissimi, la stessa passione e la stessa capacità della cosiddetta "masnada di ladri".

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