IL CASO/ Lega, partito qualunque: da “Roma ladrona” alla “polenta e vaccinara”

- Marco Alfieri

Che fine ha fatto la Lega vitalista, selvatica, ma rivoluzionaria che per anni ha sbandierato una Questione Settentrionale che al Nord interessa ancora molti? Il punto di MARCO ALFIERI

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Chissà cosa avranno pensato i militanti duri e puri del Carroccio, quelli della prima ora, cresciuti a “Roma ladrona” & “Lumbard tas”, davanti all’abbraccio gaudente tra Umberto Bossi e Gianni Alemanno, il nord sgobbone e laborioso e la capitale assistita dei ministeri, Polenta & Pajata in piazza del Parlamento.

Vent’anni di polemiche, di sfottò, di 300mila randelli pronti a marciare sulla città eterna e di orgogliosa alterità antropologica cancellate plasticamente davanti a un tavolone con la tovaglia a scacchi dal sapore molto ma molto democristiano…

E chissà cosa avranno pensato quelle migliaia di professionisti e di ceto medio produttivo nordista che alle ultime tornate elettorali hanno mollato Berlusconi e quel che resta del Pd sopra il Po dando fiducia alla Lega sindacato di territorio, “gli unici in grado di tagliarci finalmente le tasse, ridurre una burocrazia asfissiante e soprattutto regalarci il Godot del federalismo fiscale, medicina necessaria a riequilibrare i conti dello stato, responsabilizzare il sud e Roma ladrona lasciando un po’ più di risorse in casa di chi le produce…”.

Eppure, a pensarci bene, nessuna sorpresa. Quella Lega vitalista, selvatica, ma intimamente rivoluzionaria nella sua carica antisistema, capace per anni di farsi sismografo di un malessere vero (la questione settentrionale) e poi imprenditore politico della crisi, da tempo non esiste più.

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Il successo elettorale, l’usura di un classe dirigente mai veramente mutata nel suo nerbo portante, la presenza in massa al mulino romano che prima o poi finisce per inzaccherare tutti , sono solo la punta d’iceberg di una mutazione più profonda che la fanno sempre più assomigliare a un partito tra gli altri. Un partito, qualunque.

I dissidi interni, se non proprio figli di correnti strutturate (fino a quando Bossi resta in sella il formalismo resta quello di un movimento leaderista, chi dissente è fuori), esplodono ormai su molti grandi temi. L’estate appena trascorsa ne ha visti parecchi: Calderoli contro Maroni, il primo iper tremontiano il secondo decisamente meno; Luca Zaia contro Flavio Tosi sugli ospedali veneti; Giancarlo Giorgetti contro Marco Reguzzoni per la guida della Lega in Lombardia; e ancora Zaia versus Roberto Cota per chi sia il governatore più bello del reame.

E poi la penetrazione nel centro Italia ha giocoforza diluito il nordismo delle origini, affiancando nell’agenda politica il tema sicurezza a quello originale del federalismo. Così come la presenza in massa nei palazzi della politica ha evidentemente democristianizzato e stemperato molte campagne leghiste, non fosse che per qualche parola scomposta d’antan, al pari di un’imponente crescita elettorale che ha finito per accentuare il tratto lottizzatorio del partito, avido di poltrone e strapuntini da occupare: dalle multiutility alle fondazioni bancarie, dagli enti parapubblici ai cda di grandi imprese. Alla faccia della Prima Repubblica tanto vituperata.

Ma soprattutto, le dimensioni di massa assunte dal Carroccio non la tengono più al riparo dalla questione morale. Gli ultimi mesi sono stati una piccola spoon river padana: dalle inchieste friulane su Ballaman alla corruzione di Portogruaro, dalle foto compromettenti, con tanto di boss di ‘ndrangheta di un consigliere regionale lombardo, alle consulenze emiliane. Insomma siamo lontani dalla “pirlata” di un Giovanni Patelli, il tesoriere della Lega ai tempi di Tangentopoli, quello dei 200 milioni da Raul Gardini.    .

 

 

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Certo resta il serbatoio vitale di una classe di amministratori che sta crescendo nelle pieghe di un movimento un po’ imbalsamato. Sono il futuro del movimento. Ma non a caso premono e vorrebbe una classe nazionale alla vecchia maniera, più pungente. Non a caso molti di loro criticano una bozza federalista vissuta al più come una “onesta riforma amministrativa”, lontana da quella rivoluzione del “padroni a casa propria” attesa per anni.

Così come criticano la scelta deludente di procedere a tagli lineari in finanziaria invece che premiare i territori virtuosi e punire quelli spreconi. Una volta il Carroccio puntava i piedi su queste cose. Oggi preferisce dividere il desco con gli ex nemici di Roma ladrona…

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