VIENI VIA CON ME/ 1. Bersani-Fini, quel ping pong bipolare che consegna l’Italia al Leviatano

- Luca Pesenti

C’è un elemento comune tra i due ospiti di “Vieni via con me”, Luigi Bersani e Gianfranco Fini: consegnare la società civile italiana allo Stato. Il commento di LUCA PESENTI

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Foto: Imagoeconomica

Pensandoci bene, non è che l’idea di Fabio Fazio fosse poi così originale. Di qui Luigi Bersani e il suo manifesto dei valori della sinistra. Di là Gianfranco Fini e il manifesto dei valori della destra. Ammettiamo pure che le categorie di destra e sinistra abbiano ancora un qualunque significato, una qualunque capacità di condensare in una sintesi estrema identità e atteggiamenti apparentemente omogenei. E ammettiamo pure che la destra di Fli sia la vera “destra”, mentre le altre destre, berlusconiane, bossiane, storaciane, siano roba da mentecatti, buona per vincere le elezioni magari ma non per sentirsi benvenuti nei salotti chicchissimi della post-ideologia al potere.

Poi però riavvolgiamo il nastro e riascoltiamo i due leader del bipolarismo utopico prossimo venturo, riedizione in salsa pop di una storica copertina de L’Italia Settimanale diretta da Marcello Veneziani (correva l’anno 1995), in cui si preconizzavano due leader per due schieramenti: da un lato Massimo D’Alema, dall’altro (ironia della storia) sempre Gianfranco Fini, allora testimone di una destra meno presentabile (An era appena nata) e condotta per mano fuori dalle fogne guarda un po’ sempre dall’ormai odiato Cav.

Fini e Bersani sembrano andare d’accordo su tutto, più o meno: la difesa della Costituzione, la cittadinanza agli immigrati, la cultura dei doveri e della legalità, la laicità dello Stato, la moralità della politica. Bersani un po’ più solidale, Fini un po’ più meritocratico. Tutto il resto, identico. C’è però una cosa che balza all’orecchio, più identica di altre. È la sensazione, anzi la certezza assoluta, che questa destra e questa sinistra al fondo non pensino ad altro se non a consegnare allo Stato le chiavi della nostra felicità, della nostra educazione, del nostro benessere. Il leader piddino lo dice chiaro: salute e istruzione debbono essere gratuiti e garantiti come tali dallo Stato. Punto. Il leader della soi disant destra modernizzatrice ed europea fa il giro più largo, dice e non dice. Ci vuole il merito, l’uguaglianza delle opportunità di partenza. Epperò, dice il Presidente della Camera, senza lo Stato resta solo un popolo di egoisti e calcolatori.

Chiamiamolo come meglio ci aggrada, ma questo ping pong bipolare che ci propone l’attuale futurologia politica è invece un minuetto molto hobbesiano e correttamente lib-lab: moralità dello Stato e mercato regolato e ben temperato. Tertium non datur.

 

Non un accenno, neppure per errore, a quell’Italia profonda che fa tutto quel che serve per costruire il bene comune prima e forse nonostante lo Stato e le sue pretese. Non una parola per la faticosa vita activa delle famiglie italiane, quei luoghi in cui tutto sommato si educa e si cura il popolo, evidentemente troppo privati per aver diritto di parola nell’arena pubblica, perché insomma il familismo è per definizione amorale e dunque meglio lasciar perdere. Non una frase, anche piccola, per l’Italia nonprofit, caritatevole, social-imprenditoriale e cooperativistica che si smazza l’amministrazione quotidiana non solo delle povertà, delle solitudini e di tutte le sfighe che ci vengono alla mente (e sarebbe già molto), ma anche l’educazione di una buona fetta di pargoli che altrimenti peserebbero sulle casse (vuote) della scuola statale, nonché l’assistenza agli anziani e ai disabili (che altrimenti costerebbero troppo alle altrettanto vuote casse dei 9000 e passa comuni del Belpaese).

 

Nulla. Solo lo Stato solidale e il mercato meritocratico. Nient’altro. Non che l’attuale maggioranza di governo riesca a far meglio, vista la malparata del 5 per mille e tanti altri segnali, piccoli e grandi, di disattenzione pratica verso l’Italia di mezzo. Ma di certo il “Bersan-ini” che ci spacciano come moneta di nuovo conio rischia solo di apparire come una edizione riveduta e modernizzata del welfare state tradizionale, senza che la sussidiarietà entri neppure per sbaglio a spostare il tiro e correggere gli errori di sempre. Con l’aggiunta, un po’ indigesta, di quell’individualismo radicale che piace tanto alla gente che piace. Ma che probabilmente il popolo italiano, ancora una volta, forse l’ultima, riuscirà a rispedire al mittente.

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