SCENARIO/ Quanto vale la “fiducina” di Berlusconi?

- int. Paolo Franchi

PAOLO FRANCHI analizza il quadro politico dopo la mozione di sfiducia presentata dal Terzo Polo, che si è materializzato ieri nell’iniziativa di Fini, Casini e Rutelli 

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Un pensieroso Silvio Berlusconi (Foto Imagoeconomica)

«La mozione di sfiducia presentata dal Terzo Polo, che si è materializzato ieri nell’iniziativa di Fini, Casini e Rutelli (ma non solo), è certamente il fatto nuovo di questa crisi. Un passo in avanti – dice Paolo Franchi a IlSussidiario.net -, se non altro in termini di chiarezza. Detto questo, dato che gli appelli rivolti al Presidente del Consiglio affinché si dimetta prima del “giorno della verità” sono destinati a cadere nel vuoto, il 14 dicembre rappresenta ancora il passaggio politico decisivo da cui è impossibile sottrarsi».

Il premier infatti ha fatto sapere che non intende dimettersi.

Berlusconi resiste e parte evidentemente da una convinzione, giusta o sbagliata che sia: una volta lasciato Palazzo Chigi non gli sarà concesso un “secondo giro”. D’altra parte la situazione è molto complicata, non dimentichiamoci che sul legittimo impedimento il verdetto definitivo non è ancora arrivato…

Ma la partita secondo lei è ancora aperta?

C’è da dire che il Cavaliere, in questi anni, ci ha abituato a numerosi coupe de theatre. In ogni caso, nessuno è in grado di assicurarci che tra gli stessi firmatari della mozione non ci sia qualcuno disposto nei prossimi giorni a cambiare idea e a dare la fiducia al governo. Senza arrivare a tanto, qualcun altro potrebbe invece decidere di non presentarsi in Aula, magari a causa di qualche linea di febbre…
L’instabilità del quadro comunque non facilita le previsioni, possiamo limitarci alle “ipotesi di scuola”.

E quali potrebbero essere?

Direi due: Berlusconi non ottiene la fiducia e va al Quirinale. Oppure, visto che la stagione della “campagna acquisti” che avrebbe dovuto portare il governo ben oltre la soglia dei 316 voti sembra davvero conclusa, il Cavaliere si “rifugia” in una fiducia al di sotto di questa soglia, approfittando delle assenze.

Che scenari si aprirebbero in questi due casi?

Nel primo si andrebbe alla verifica delle condizioni di un eventuale governo di responsabilità nazionale. Un’ipotesi che porta con sé diversi interrogativi: cosa potrebbe accadere a quel punto nel Pdl? Siamo così sicuri che non ci potrebbero essere delle anime del Popolo della Libertà pronte a sostenere un centrodestra allargato che faccia a meno di Berlusconi? E a quel punto quali scelte prenderebbe la Lega?

Il secondo caso potrebbe invece rappresentare per il Presidente del Consiglio una sorta di pareggio che gli potrebbe permettere di continuare a governare, almeno per un po’?

Non parlerei di pareggio: non riuscire a raggiungere la maggioranza assoluta alla Camera sarebbe comunque una sconfitta politica, che consegnerebbe però al premier la possibilità di gestire una crisi che dovrebbe portarci direttamente alle elezioni anticipate.  
A complicare ancor più le cose una tempesta finanziaria che potrebbe produrre qualche scossone già nel prossimo fine settimana e un possibile nuovo piano di rientro richiesto dall’Europa che ci costringerebbe a nuovi tagli e sacrifici, con tutto ciò che ne consegue…

Questi due ultimi pericoli rendono più probabile uno degli scenari di cui abbiamo parlato prima?

Di certo rendono ancora più insopportabile per il Paese una situazione di incertezza, favorendo invece governi di larghe intese, di responsabilità nazionale o soluzioni d’emergenza, anche “tecniche”, ammesso che esistano davvero. Tra queste ipotesi non escluderei nemmeno un Berlusconi-bis che passi dalle dimissioni del premier. Una possibilità che il Terzo Polo vedrebbe di buon occhio, a differenza di quanto farebbe il centrosinistra. 

Passando a questo versante, gli appelli di D’Alema e Latorre per unire il vasto campo delle opposizioni e mettere fine alla guerra fratricida tra Pd e Vendola avranno qualche effetto secondo lei?

Non considererei le due proposte, che hanno suscitato un certo dibattito a sinistra, come parte di un unico disegno. Conoscendo un po’ D’Alema sono convinto che non abbia gradito i toni di Latorre, che ha voluto parlare della necessità “rifondare il Pd”. Il suo appello, invece, rivolto a tutte le forze, Pdl compreso, e motivato dalla gravità della situazione mi è sembrato un classico dalemiano, anzi, un classico del Pci pre-compromesso storico.

Qual è invece il suo giudizio sulla proposta di Latorre?

Nasce evidentemente dalla preoccupazione di chi si è accorto che il partito in questo momento è tra l’incudine e il martello: da un lato il Terzo Polo è ormai realtà, dall’altro c’è Vendola, un leader che non gioca una partita interna alla sinistra radicale, ma che ha invece lanciato una vera e propria Opa sul Partito Democratico. Il governatore pugliese, tra l’altro, sembra che si diverta a creare dei notevoli grattacapi ai dirigenti democratici.

Si riferisce alle primarie?

Certo, il partito di Bersani sembra in un vicolo cieco: deve rassegnarsi a perdere tutte le primarie che metterà in cantiere? In caso contrario, con quale faccia si potrà spiegare ai militanti che non sarà più il caso di farle perché sono ormai diventate una trappola per il partito stesso? A partire da questo disagio la soluzione proposta da Latorre è semplice: se con il Terzo Polo comunque bisognerà confrontarsi, e probabilmente allearsi, è bene che il campo della sinistra si ricompatti. Addio perciò alla vocazione maggioritaria di veltroniana memoria e cantieri aperti per ricostruire il cosiddetto centro-sinistra con il trattino. 

Un’ipotesi che, in ogni caso, è già riuscita a mettere in fibrillazione l’area dei popolari, da Fioroni a Marini?

Beh, se passa la linea Latorre, l’uscita dei cattolici dal Partito Democratico penso che vada messa in conto…

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