SCENARIO/ Chi poteva dire che la sinistra sarebbe “morta” in fabbrica?

- Gianluigi Da Rold

Nell’attuale crisi bipartisan emerge in tutta la sua gravità il travaglio della sinistra. Una storia secolare finita in braccio al giustizialismo. Il commento di GIANLUIGI DA ROLD

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Lo spettacolo offerto dal centrodestra in questi ultimi mesi non è stato di certo edificante e la spaccatura tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ha, di fatto, ridimensionato le prospettive di un grande partito per una rinnovata destra italiana, o quanto meno per un partito “conservatore” come in tutti i sistemi bipolari. Ma paradossalmente, proprio mentre il centrodestra mostrava i suoi limiti, è emersa tutta la pochezza, l’inconsistenza, la mancanza di qualsiasi prospettiva politica, non solo di governo, del centrosinistra, o meglio della sinistra salvatasi dall’implosione del comunismo nel mondo e dalla purga italiana di tangentopoli.

Si potrebbe aggiungere che in questa crisi bipartisan non c’è nulla di paradossale, ma solo il segno di una decadenza generale del sistema politico italiano. Ma storicamente non è così. Il paradosso resta ed è valido. In Italia bisognerebbe ritornare alla ottocentesca “destra storica” per avere un riferimento di partito con i suoi valori e la sua visione del mondo. Per molti anni, anche i fanatici difensori del “pareggio di bilancio” si guardavano bene dal definirsi di destra, termine che fino agli anni Novanta del secolo scorso era prerogativa del postfascismo.

Ben diversa la storia della sinistra italiana. Nata su un’aspirazione di riscatto sociale, segnata da contrasti profondi tra socialismo e anarchismo, riformismo e comunismo, la sinistra ha rappresentato per una grande parte del popolo italiano sia il sogno rivoluzionario sia la concretezza di grandi riforme che riequilibrassero le grandi differenze sociali esistenti nella società capitalistiche e nello stesso tempo accompagnassero lo sviluppo e la crescita. La sinistra italiana è stata per anni una speranza, anche nella sua versione fortemente ideologica oppure nella sua concretezza razionale. Ora non lo è più.

Le ultime vicende che misurano il caos nella sinistra italiana, l’accordo della Fiat di Sergio Marchionne su Pomigliano, è solo la punta dell’iceberg del marasma. Il sindacato dei metalmeccanici, la Fiom, che accusa di tradimento tutti, vertici sindacali e vertice del Partito democratico; il segretario del Pd Bersani che per giorni si è barricato nel silenzio; un quadro storico come Fassino che si dichiarava favorevole all’accordo; il codazzo degli alternativi, da Vendola a Di Pietro, che si accodano all’anarco-sindacalismo di Cremaschi, la vera anima della Fiom di questi tempi: sono tutti segnali di uno stato comatoso.

 

Quando Giorgio Amendola, un dirigente storico del comunismo italiano, attaccò, quasi da solo, la linea sindacale sulla Fiat nel 1979, tutto il Pci gli insorse contro. Enrico Berlinguer preparò addirittura un comitato centrale per scomunicare il figlio di Giovanni Amendola che aveva abbracciato nel 1929 la causa comunista entrando in clandestinità. Quel Pci era assurdo, antistorico, fanaticamente ideologizzato. Ma era disperatamente compatto insieme ai suoi alleati. Oggi tra silenzi, strane ambiguità, ammiccamenti, contrasti rumorosi e liti furibonde, l’area postcomunista è solamente patetica, non credibile, neppure in grado di opporsi a qualsiasi formazione di centrodestra per cercare di governare.

 

Pensare che questo declino della sinistra italiana oggi postcomunista sia solo frutto della scomparsa del comunismo sovietico è un errore. Certo, l’implosione dell’Urss ha giocato un peso determinante, ma sia il vecchio Pci, sia il nuovo postcomunismo con tutti suoi satelliti hanno perso una quantità incredibile di appuntamenti con la storia per creare una moderna sinistra italiana.

 

Solo per conservatorismo ottuso, per mancanza di coraggio e per cinismo. Parlando solo del dopoguerra, il Pci fu impermeabile al colpo di Stato a Praga, refrattario di fronte alla rivolta ungherese del 1956, timidamente critico (di facciata) sia verso l’invasione dei russi in Cecoslovacchia, sia verso un’autentica destalinizzazione. Alla fine degli anni Cinquanta, la Spd tedesca di Willy Brandt (che aveva messo "Marx in soffitta") era per il Pci una combriccola di traditori, così come da sempre venivano considerati i laburisti britannici e i socialisti restavano solo e sempre la "sinistra borghese". In Italia il Pci mortificò nel 1964 la proposta di "partito unico della sinistra", proposto dall’irriducibile Giorgio Amendola, come un’astrattezza riformista.

Il socialista di sinistra, Lelio Basso, definì quella proposta (su suggerimento dei russi e del Pci) una boutade per fare un "partitone democratico americano". Amendola si salvò solo per la sua storia personale e continuò a lottare isolato. Poi ci furono gli scontri ripetuti tra comunisti e socialisti, l’anticraxismo viscerale. Persino quando cadde il comunismo sovietico e si dovette cambiare nome la storia continuò. In un primo, brevissimo momento, ci fu un avvicinamento a Craxi e alla socialdemocrazia europea per entrare nell’Internazionale. Poi, una volta ottenuto il proprio obiettivo, il postcomunismo di Occhetto e compagni cavalcò il giustizialismo che emergeva nel Paese al seguito dei "magistrati protagonisti".

 

Per basse ragioni di bottega, o di "Bottegone", i superstiti del vecchio Pci sostituirono all’ideologia della lotta di classe quella del giustizialismo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. L’attuale segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, deve sentire al suo interno i rimbrotti della signora Rosy Bindi. Intanto c’è che gli toglie voti a sinistra: un "prodotto televisivo" alternativo come Nichi Vendola e un agitatore delle procure come Antonio Di Pietro. Una brutta fine.

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