SCENARIO/ La fine di Bersani mette in crisi la leadership di Berlusconi

- Ugo Finetti

Vendola ha vinto, Delbono si è dimesso. Davanti alla crisi del Pd nello schieramento opposto emergono le difficoltà di Berlusconi a controllare il suo partito. E il risultato delle regionali sembra già scritto. L’analisi di UGO FINETTI

BerlusconiPensieroso_R375-1

Nel giro di poche ore il Pdl ha cambiato completamente la propria immagine. Fino a domenica scorsa partito di plastica o tappetino del leader carismatico ed ora è invece un guazzabuglio di forze radicate nel territorio che sfuggono al controllo di Berlusconi. Così secondo alcuni dei principali organi di informazione.

Che cosa è successo? Vendola ha vinto e Delbono si è dimesso. Per “par condicio” la crisi del Pd ha quindi generato  la messa in scena di un Berlusconi che al pari di Bersani non controlla più il partito. Anche il risultato elettorale è già prefigurato e quindi commentato: per il vertice del Pd sarà un premio di consolazione mentre per il leader del governo segnerà l’avvio del tramonto.

Certamente nel sistema bipolare quel che avviene in un campo ha riflessi immediati nell’altro. Ma occorre prima chiarire la natura della crisi del Pd. Due erano le componenti principali della sua fondazione: ex Pci ed ex Dc. Entrambi sono di fronte ad un bilancio deludente. Da un lato si registra infatti la defezione (o disaffezione) crescente della componente ex Dc e cattolica – dalla scissione di Rutelli alle adesioni a Casini, ai disimpegni elettorali in Lazio – mentre dall’altro gli ex Pci, sempre più divisi tra loro, non sono in grado di controllare le realtà locali e i loro sviluppi in campo nazionale. I candidati nelle due principali regioni contese dal cui esito dipende la rilevanza politica del voto di fine marzo nelle Regioni – Vendola in Puglia e la Bonino in Lazio – si sono imposti in modo indipendente e anche polemico rispetto al vertice nazionale del Pd.

Il dato politico è che all’indomani del Congresso la dirigenza D’Alema-Bersani non è riuscita a tradurre la propria vittoria in una svolta politica rispetto alla guida Veltroni-Franceschini: Vendola, Bonino, l’alleanza organica con di Di Pietro e quella a zig zag con Casini rappresentano uno scenario che sarebbe stato compatibile anche  con la permanenza di  Franceschini. C’è persino il dubbio che l’ex Dc avrebbe evitato il caso Lazio e che con Bersani lo sbandamento a sinistra del Pd sia stato maggiore (o peggiore).

Perché questa mancanza di “tenuta” da parte di leader come appunto Bersani e D’Alema che sono comunemente ritenuti “uomini forti”? Non si tratta certo di una mancanza di carattere personale.
A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino e a dieci anni dalla scomparsa di Craxi emerge come sull’onda di “Mani Pulite” il postcomunismo aveva di fronte la possibilità di occupare lo spazio del Psi ed assumere l’identità di un socialismo democratico. È infatti quel che è accaduto in tutti i paesi dell’Europa dell’Est che si sono ribattezzati socialisti, hanno aderito all’Internazionale socialista e come tali siedono nel parlamento europeo.

Ma in Italia questa operazione di “riformismo pulito” non è riuscita. Eppure non sono mancate né le idee, né gli uomini. In questi anni un’area di intellettualità riformista pur estranea alla tradizione del partito socialista italiano non ha mancato di fornire al postcomunismo una piattaforma innovativa e credibile. Basti pensare agli apporti di Michele Salvati, Pietro Ichino e Luca Ricolfi.

A loro volta la dirigenza postcomunista attraverso le segreterie di D’Alema, Veltroni, Fassino e Bersani ha sempre enunciato, nel momento in cui assumeva la guida di partito, un’intenzione di riempire il vuoto lasciato a sinistra dal riformismo socialista. Perché ciò non è successo? La ragione è molto semplice: non hanno mai voluto affrontare una resa dei conti a sinistra. Lo spazio riformista non è un concorso a cattedra per titoli, implica un radicale aut aut.

Il postcomunismo non è in grado di rompere con “la piazza”. Il postcomunismo non ha voluto creare una identità alternativa con soluzione di continuità con la tradizione comunista. Sull’onda di “Tangentopoli” vedendo l’anticomunismo sotto accusa e il comunismo premiato esso ha proceduto secondo il motto togliattiano del “rinnovamento nella continuità”. Si sono così avuti continui cambi di nome – Pci, Cosa 1, Cosa 2, Pci-Pds, Ds, Pd – che hanno rappresentato  un percorso senza spina dorsale e si sono risolti in una somma di stratificazioni. Nel postcomunismo del Pd c’è di tutto, ma non la capacità di disegnare una entità alternativa all’estremismo.

L’estrema sinistra, l’antagonismo radicale alzano la voce senza incontrare una reale resistenza che ne metta in discussione le premesse.
Nel momento in cui manca una coerente presenza riformista che fissi “i paletti” a sinistra, l’identikit della sinistra italiana  rischia di essere egemonizzato da un conglomerato estremista secondo la triade: Resistenza “rossa”, Sessantotto e Mani Pulite. Si tratta di tre stagioni che hanno in comune la messa sotto accusa del socialismo riformista in particolare e della ricostruzione democratica italiana in generale.

Una sinistra che non è capace di una lettura critica e di una denuncia delle vergogne commesse in quei tre periodi non sarà mai in grado di dar vita ad una identità riformista e verrà sempre scalata e vinta anche da capipopolo e avventurieri. I leaders riformisti italiani ed europei sono diventati tali perché non hanno avuto paura della “piazza” e sono stati capaci di far ragionare e di combattere i miti del massimalismo. Una leadership che accredita Santoro, ha paura di Di Pietro, si arrende alla Bonino lascia ad altri lo spazio riformista.

Anche nel campo del Pdl si registra come “un passo indietro” di Berlusconi che ha ceduto a Fini e a Bossi candidature importanti. Anzi si dipinge il premier come apertamente insoddisfatto delle liste. Anche da parte berlusconiana si prefigura una responsabilità “limitata” del premier nel caso di sconfitta in Puglia e Lazio. Di certo però la valorizzazione di Lega ed ex An nelle candidature regionali ha come contropartita un maggior coinvolgimento di Bossi e Fini nel centro-destra. In particolare nel caso di Fini si tratta di un rafforzamento che ne indebolisce però il margine di manovra. Diventa difficile esercitare una minaccia di “ribaltone” nel momento in cui la propria base amministrativa e territoriale è cementata in realtà di centro-destra in conflitto frontale con il centro-sinistra.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori