SCENARIO/ Bersani: basta critiche, batteremo il “modello Arcore” di Berlusconi

Nonostante il “tradimento” dell’Udc in Puglia e il consenso di cui sembra godere il centrodestra, il segretario del Pd confida molto nel risultato delle prossime regionali e in questa conversazione con ilsussidiario.net fa anche un bilancio dei suoi primi quattro mesi di leadership

Bersani_PdR375

L’idea portata avanti da Pier Luigi Bersani nella corsa che gli avrebbe consegnato la segreteria del Pd era quella di un partito “radicato e moderno”, una strada diversa rispetto al partito liquido e carismatico che aveva contraddistinto il progetto di Veltroni. Nella complicata scelta delle candidature queste due visioni si sono combattute Regione per Regione, evidenziando altri nodi da sciogliere: il ricorso alle primarie, i pregi e i difetti di questo strumento, la convivenza tra le diverse anime e l’ampiezza dell’alleanza di centrosinistra. A quattro mesi dalla sua elezione a segretario Bersani traccia un primo bilancio a ilsussidiario.net, discutendo i temi più caldi del momento politico che stiamo attraversando.

Quali sono secondo lei i problemi principali del Partito Democratico e come pensa di risolverli?

I problemi di coesione e di radicamento che indico da tempo non si risolvono certo in qualche mese, il lavoro però è iniziato e ha degli obiettivi chiari. Ho formato degli organismi dirigenti, una direzione che ho riunito tre volte in due mesi, una segreteria composta da quarantenni, che ho selezionato dalle esperienze territoriali e con la quale lavoro settimanalmente. Ho anche messo all’opera una commissione per il ripensamento dello statuto. Fino ad ora sono stati incoraggiati meccanismi selettivi-competitivi preziosissimi per un partito democratico, mancano però i meccanismi coesivi.

Le primarie sono state uno strumento che la convince del tutto? C’è una minoranza interna che le rimprovera di usarle solo in alcuni casi, magari a seconda delle scelte del centrodestra…

Le primarie sono uno strumento formidabile che dovremo perfezionare e che dovrà essere a disposizione dei gruppi dirigenti, degli organismi eletti democraticamente, che potranno valutare caso per caso. Un partito vero non è riducibile a un notaio con un regolamento in mano, deve valutare politicamente e dal basso, dagli organismi dirigenti che il territorio si è dato.

Dall’altro lato, dopo la sconfitta del candidato democratico Boccia contro Vendola c’è però chi pensa che le primarie favoriscano i populismi. Si è parlato di un Pd vittima del “berlusconismo rosso”…

Il problema è che stiamo chiamando con il nome primarie cose diverse: in alcuni casi infatti possono suscitare una primavera, espandendo meccanismi di partecipazione, in altri casi agli occhi dei cittadini rappresentano soltanto una resa dei conti interna. Possono essere una cosa meravigliosa come un danno, per questo sono uno strumento da affidare alla valutazione politica e non una premessa.

In questi mesi i commentatori politici hanno parlato di un partito ancora a “sovranità limitata”, poco impermeabile alle influenze esterne. Cosa ne pensa?
 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO >> QUI SOTTO

Come dicevo prima la mancanza di meccanismi coesivi espone a un certo tipo di attacchi. Si stanno evidenziando però solo i nostri problemi, ma la mia nuova riflessione dopo questi mesi di lavoro è diversa. Pur confermando ciò che ho detto fin qui e ciò che voglio correggere, devo dire che questo partito in maniera straordinaria ha capito quanto sia ineliminabile la sua dimensione “all’aria aperta”. Siamo nel tempo moderno, il dibattito interno di un partito non può non essere pubblico e trasparente. I nostri elettori si stanno abituando a questa idea a differenza dei commentatori politici che continuano a farci le pulci. Non si rendono conto che c’è chi ha il “modello Arcore”, e chi il modello “via Bellerio”…

 

Sta dicendo che è passato anche a sinistra il “modello Arcore”?

 

No, il “modello Arcore” è quello per cui quattro persone a cena decidono il candidato della Puglia o della Basilicata. Io invece non ho, e a questo punto non voglio, uno strumento, un luogo in cui nazionalmente si voti alcunché su candidature o alleanze regionali. Ripeto, quelli che adesso sembrano dei difetti, in una società complessa, sono pregi, punti di modernità.

 

Cosa risponde a chi come Chiamparino propone di ri-azzerare tutto dopo le regionali, sciogliere il Pd, ripensare a un “Nuovo Ulivo” che vada da Casini a Vendola e ripensare al leader?

 

Da Casini a Vendola? Non ci siamo riusciti neanche in Puglia! (ride). Non voglio entrare in questa polemica. Non dobbiamo presentarci agli italiani con le nostre divisioni e i nostri problemi, ma concentrarci su quelli del centrodestra, riportando all’attenzione i grandi temi, come quello del lavoro.

 

Ma con la vittoria di Vendola alle primarie muore il “laboratorio politico” con l’Udc e la possibilità di allargare il centrosinistra?

 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO >> QUI SOTTO

Non ho mai parlato di “laboratorio”. La mia proposta al congresso era chiara: larghe alleanze democratiche e di progresso e avvicinamento delle forze di opposizione, per quanto complesso sia, in modo da arrivare a comuni esperienze di governo a livello regionale. Non abbiamo cercato alleati sull’elenco del telefono, ma abbiamo proposto di presentarci assieme a quelli con cui abbiamo combattuto il processo breve, con cui condividiamo la politica economica, con cui è possibile parlare di immigrazione in maniera diversa da quella della Lega. Anche in questo caso devo rilevare che il risultato politico ottenuto è stato largamente sottovalutato.

 

Cosa intende?

 

Ho ricostruito, pressoché ovunque, un rapporto con le forze d’opposizione che era deteriorato, in poche parole il centrosinistra. Con l’Udc non ci sono “laboratori”, ma mi limito a registrare un dato: alle scorse elezioni il partito di Casini era organicamente alleato al centrodestra, questa volta, tranne in pochi casi, o è nostro alleato per ragioni politiche di fondo o corre da solo. Mi sembra un passo in avanti.

 

Il fatto che l’Udc abbia trattato nuovamente con il Pdl in Puglia ha generato qualche nervosismo nel Pd. Il rischio che vi siete presi andando alle primarie in seguito al loro veto su Vendola presupponeva la loro neutralità?

 

Assolutamente no. Non c’è nessun accordo di questo tipo. Loro conoscono la nostra proposta di larghe alleanze e noi sappiamo che loro non si ritengono forza di centrosinistra. In base a questa chiarezza lavoriamo insieme in Parlamento, come quando abbiamo messo sotto il governo con un comune documento sul tema del Mezzogiorno. Detto questo la mia critica squisitamente politica è questa: lottiamo insieme per il Mezzogiorno e poi vi alleate con il centrodestra al Sud?

 

La “fuga” degli esponenti cattolici dal suo partito come Paola Binetti, Enzo Carra, Dorina Bianchi, Francesco Rutelli,  e tanti altri la preoccupa?

 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO >> QUI SOTTO

Anche su questo circola la curiosa teoria secondo la quale la nostra alleanza con l’Udc presuppone l’uscita dei cattolici. I cattolici che sono con noi, così come i socialisti, sono quelli che vogliono fare una cosa nuova, che credono nell’incontro tra cultura religiosa e i grandi umanesimi. Chi se ne va, evidentemente, ragiona in termini geografici e non ritiene possibile una sintesi nuova, una chiave politica nuova.

 

Con quale risultato alle regionali potrà ritenersi soddisfatto?

 

So bene che la destra pensa, in base ai nostri ultimi risultati negativi, di poterci rinchiudere nella riserva indiana. Io dico che non sarà così, né nei numeri, né sul piano politico: non siamo nella riserva indiana, non abbiamo ancora in mano l’alternativa, ma qualche passo in avanti l’abbiamo fatto.

 

Archiviate le regionali a quali condizioni sarà possibile lavorare alle riforme condivise?

 

Senza alcun balbettamento e segnando una discontinuità dico che il mio è un partito riformista, le riforme ci vogliono. Aggiungo, rivolgendomi al centrodestra: se vi mettete su questo cammino, con la scusa delle riforme, delle leggi che servono a uno solo, non usciremo mai da questa transizione.
Chi si ritiene uno statista deve avere la solennità di un gesto che metta in prima piano l’Italia, senza imbarazzare il Parlamento e senza dividerlo con i propri problemi personali. Se Berlusconi ha questo standing, il giorno dopo usciamo dalla transizione e facciamo insieme le riforme di cui il Paese ha bisogno, in caso contrario per anni rimarrà nel Paese una divisione e un solco da cui sarà impossibile uscire.

(Carlo Melato)


© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori