SCENARIO/ Buttiglione (Udc): la Lega più vicina ai valori cristiani, in Piemonte abbiamo sbagliato

- int. Rocco Buttiglione

Con lo scrutinio di questa sera si chiuderà una lunga tornata elettorale che potrà lasciare il posto, come in molti si augurano, a tre anni di riforme. ROCCO BUTTIGLIONE discute con IlSussidiario.net i risultati delle elezioni e l’agenda delle riforme per il nostro Paese

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Anche oggi si vota in tutta Italia per i ballottaggi. Con lo scrutinio di questa sera si chiuderà una lunga tornata elettorale che potrà lasciare il posto, come in molti si augurano, a tre anni di riforme. L’On. Rocco Buttiglione ha discusso con IlSussidiario.net i risultati delle elezioni, gli scenari che si aprono e l’agenda delle riforme per il nostro Paese, che si sta pian piano delineando.

L’Udc ha affrontato questo appuntamento elettorale presentandosi come l’ago della bilancia nella competizione tra centrodestra e centrosinistra. Alla luce dei risultati, la strategia dei “due forni” ha pagato? 

Il risultato è positivo, siamo molto contenti soprattutto per la Regione Lazio, dove abbiamo raggiunto la vittoria in condizioni difficilissime. In generale abbiamo potuto constatare che al Sud il Pdl senza di noi non può vincere, mentre il Partito Democratico, se non trova un accordo con l’Udc, difficilmente può spingersi oltre le proprie roccaforti dell’Italia centrale.
Dove siamo andati da soli, poi, abbiamo visto che molta gente ci ha seguito in una battaglia di testimonianza. Era infatti evidente che in quelle regioni non avremmo potuto ottenere la vittoria.

Riguardo alla Puglia: non sarebbe stato meglio per voi e per il Pdl raggiungere un accordo e sostenere un unico candidato?

Certo, sarebbe stata la soluzione ottimale. Anche alla luce della nostra strategia, che mira a favorire il cambiamento del Pd, la vittoria di Vendola è negativa: indebolisce Bersani e rinforza quell’area che, attraverso la radicalizzazione, vuole riaggregare la sinistra radicale e contesta le aperture del Partito Democratico nei confronti del centro.

Qual è, invece, la sua valutazione sulla vostra sconfitta, forse inaspettata, in Piemonte?

In quella regione abbiamo commesso un grave errore nel sostenere Mercedes Bresso, un candidato troppo lontano da noi su alcune questioni fondamentali. Era indigeribile per il nostro elettorato, che, infatti, non ci ha seguito.

Cosa vi ha spinto allora a schierarvi con il centrosinistra in quella regione?

Avevamo chiesto fin dall’inizio un candidato diverso: confidavamo nella scelta di Chiamparino, con lui infatti avremmo vinto. Quando è stata scelta la Bresso era ormai troppo tardi per potersi tirare indietro. Così, anche se Cota era sicuramente un candidato più vicino alle nostre posizioni, l’opposizione politica con la Lega Nord ci ha impedito di fare altrimenti.

L’Udc non rischia di pagare a caro prezzo un eccessivo antileghismo che di fatto esclude i centristi dal governo della Lombardia, del Veneto e del Piemonte?

Non abbiamo pregiudizi nei confronti di nessuno, ci limitiamo a valutare i fatti. Non ho alcun problema a riconoscere alcuni aspetti positivi della Lega Nord. Dopo di noi, ad esempio, è l’unico partito che ha il coraggio di affermare un’identità cristiana. Ci sono però alcune cose che non ci convincono. Questa identità è per sua natura aperta: il lontano diventa vicino, l’estraneo diventa fratello. La Lega rischia invece di usarla come un randello per colpire gli avversari.
Altri aspetti apprezzabili come il federalismo e il radicamento sul territorio ci suggeriscono un interrogativo: vengono portati avanti per dividere o per unire? per aprirsi al mondo o per chiudersi? Queste valutazioni ci hanno guidato nella definizione delle alleanze e ci guideranno anche in futuro, senza pregiudizi.
 
Dopo le elezioni si è intravisto qualche segnale di riavvicinamento da parte del Pdl. Qual è la vostra posizione nei confronti del centrodestra? Da qui a tre anni sarete costretti a entrare in una delle due coalizioni?

Rispondo a mia volta con una domanda: “che fretta c’è?”. Abbiamo davanti un periodo impegnativo di lavoro parlamentare e politico che ci permetterà di far maturare il nostro progetto: la costruzione del centro. Saranno tre anni senza dover passare attraverso le forche caudine di nuove prove elettorali pensate per rendere impossibili aggregazioni di questo tipo. Valuteremo poi cosa fare, anche alla luce del nuovo assetto istituzionale di cui in questi giorni si inizia a parlare.

A questo proposito: qual è la vostra posizione sul semipresidenzialismo alla francese o sul premierato forte, le due ipotesi su cui Pdl e Pd sembrano poter trovare un’intesa?

Intanto mi permetto di proporre un cambio di priorità in agenda. Al primo posto metterei il lavoro, lo  sviluppo e la competitività, non le riforme istituzionali.
Serve una politica keynesiana intelligente: il denaro costa poco, lo Stato lo prenda in prestito e finanzi tutte quelle opere pubbliche, materiali e immateriali, che migliorano il capitale umano e materiale del Paese. Questo però non si può fare senza una dimensione europea, senza che tutti i paesi riprendano l’ideale europeo e ripensino a un governo economico comune dell’europa. Sulle riforme istituzionali possiamo invece dare un contributo al dibattito.

Come?

 

La prima preoccupazione da avere quando si lavora a una riforma istituzionale è la coerenza. I meccanismi istituzionali sono come degli ingranaggi che devono incastrarsi perfettamente uno con l’altro. Non si può, ad esempio, essere federalisti e allo stesso tempo volere il semipresidenzialismo alla francese. Oppure: è fuorviante parlare di capi di governo eletti dal popolo, mescolando in modo inaccettabile esecutivo e legislativo. Anche i riferimenti all’America mi sembrano privi di logica e realismo.

Quale modello  sarebbe secondo lei il più appropriato?

Le buone riforme sono quelle che portano piccoli cambiamenti per risolvere i problemi che si pongono. Bisognerebbe guardare alla Germania che ha un modello di repubblica parlamentare simile al nostro, ma più virtuoso grazie ad alcuni semplici accorgimenti: un capo di governo più forte (il cancellierato), una soglia di sbarramento che ha ridotto il numero dei partiti e la sfiducia costruttiva. Il parlamento, cioè, elegge il capo del governo e può sfiduciarlo a condizione di indicare contestualmente il nuovo premier. In sessant’anni la Germania ha avuto 8 cancellieri. Se non è stabilità questa…

E la riforma elettorale?

Se si adotta il sistema di cancellierato non c’è dubbio che la soluzione migliore sia un sistema elettorale proporzionale.

La strategia politica dell’Udc dipenderà perciò anche dalle scelte istituzionali che verranno prese nei prossimi anni?

Sì, anche se quando il centro c’è si afferma con qualunque sistema. Proveremo a far ragionare chi nel Pdl e nel Pd ha competenza istituzionale. Non possono ignorare del tutto le nostre considerazioni, spetterà poi a loro decidere se farci i conti o meno.

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