SCENARIO/ Bersani (Pd): il mio patto repubblicano con Fini e Lega

Lo scontro tra Berlusconi e Fini, la minaccia di Bossi di mettere in dubbio il vincolo con il centrodestra e l’ipotesi remota di un voto anticipato stanno destabilizzando il quadro politico. Il centrosinistra non vuole stare a guardare. L’intervista a PIER LUIGI BERSANI

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Pierluigi Bersani (Foto ANSA)

Lo scontro tra Berlusconi e Fini, la minaccia di Bossi di mettere in dubbio il vincolo con il centrodestra e l’ipotesi remota di un voto anticipato stanno destabilizzando il quadro politico. Il centrosinistra non vuole stare a guardare e cerca di prepararsi a uno scenario diverso, certamente imprevedibile dopo quest’ultima tornata elettorale. Ne ha discusso con IlSussidiario.net il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani.

A distanza di qualche giorno dalla Direzione Nazionale del Pdl qual è il suo giudizio su ciò che sta accadendo nel centrodestra?

Innanzitutto devo dire che quello di giovedì è stato uno spettacolo indecoroso, soprattutto riguardo al profilo istituzionale: rare volte si è vista una rissa simile tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Camera. Dal punto di vista politico, se si analizzano le posizioni espresse da Fini ci si accorge che i dissensi non sono mediabili in un partito contraddistinto da un meccanismo padronale. Dove non c’è una fisiologia alla discussione il dissenso finirà sempre in scontro violento.

Francesco Rutelli ha rivisto nel dissidio tra Fini e il Pdl il proprio travaglio di cofondatore del Pd giunto poi alla scissione. I due principali partiti del bipolarismo italiano non presentano problemi comuni?

Con tutta la buona volontà, francamente non vedo similitudini, ma profonde differenze. Siamo il contrario del partito dell’uomo solo al comando. Da noi la discussione è di casa, a volte ce n’è anche troppa (ride)…
Tutti dovrebbero riconoscere che l’idea di concentrare il sistema di comando si è rilevata un’illusione. La democrazia plebiscitaria è una democrazia che non decide, è inefficiente, non usa i consensi per governare, ma il governo per creare consenso.

Tornando invece alla posizioni espresse dal Presidente della Camera, se la sente di sottoscriverle?

Fini ha criticato la riforma istituzionale di Calderoli, ha detto che il piano economico è tutto da rifare, ha criticato un federalismo che mette a repentaglio l’unità del Paese. I temi sono quelli, ma risolverli nel centrodestra mi sembra francamente impossibile.

A questo punto è possibile immaginarsi scenari diversi? voi quale vi augurate?

Non ci auguriamo nulla, ci piacerebbe essere in un paese normale dove chi ha la fiducia degli elettori si prende le sue responsabilità e lascia all’opposizione i suoi spazi. Detto questo, una cosa è chiara: non si può andare avanti tre anni in questo modo.

Piuttosto che lo stallo meglio andare a votare?

C’è un Presidente della Repubblica e un Parlamento per prendere decisioni di questo tipo. La maggioranza ha l’obbligo di dire se è in grado di governare. Il centrosinistra, invece, deve accelerare la costruzione di una piattaforma di alternativa.

Ma sui temi che Fini ha elencato sono possibili convergenze nuove?

Noi siamo pronti a un patto repubblicano con tutti quelli che hanno le nostre preoccupazioni. Ci rivolgiamo largamente a forze sociali, civiche e politiche. Siamo pronti a parlare con tutti,  sia con Fini che con la Lega, se fosse disposta a cambiare idea. Vogliamo evitare una deriva populista e plebiscitaria della Repubblica. Il nostro pacchetto è chiaro. È su quello  che cerchiamo convergenze.

Lo può riassumere?

Siamo contrari al presidenzialismo, perché non ci sono adeguati contrappesi, siamo invece per una nuova legge elettorale che garantisca all’elettore la libertà di scegliere i propri parlamentari e garantisca stabilità al Governo. L’attuale legge prevede invece un Parlamento di nominati ed è il pilastro della deriva plebiscitaria. Dopodiché il superamento del bicameralismo, la riduzione del numero dei parlamentari, il Senato delle regioni e, infine, una legge sui partiti e sui costi della politica. Su tutto questo vedremo cosa succederà in Parlamento.

Cosa intende?

 

Le proposte sono chiare e siamo pronti a discutere. Martedì, ad esempio, presenteremo un progetto sugli ammortizzatori sociali e lo metteremo ai voti. Se la destra si ricompatta e dice no, significa che non è cambiato niente e siamo davanti alle solite chiacchere di cui il Paese è stanco.
Parallelamente a questo patto repubblicano, a questo cerchio di relazioni legato al grande tema istituzionale, continua il nostro lavoro per la piattaforma dell’alternativa.

I risultati delle ultime elezioni le hanno fatto cambiare idea sulle alleanze o si continua come prima?

Il voto delle regionali ci ha portato delle delusioni, ma va valutato attentamente per non fare nuovi errori. Abbiamo pagato meccanismi di disaffezione, le eccessive aspettative della vigilia e qualche divisione di troppo nelle amministrazioni locali. Se traducessimo tutto questo nella “grande vittoria di Berlusconi” faremmo un errore clamoroso:  il Pdl perde 4 punti rispetto alle Europee e  subisce un’astensione forte, determinata dalla scarsa attenzione ai temi sociali.

Gli insuccessi al Nord hanno però fatto emergere la proposta di un nuovo partito a struttura federale…

Non mi convince il ritornello di un Pd che al Nord non esiste. Abbiamo perso la Regione Piemonte per 9.000 voti, non  siamo mica spariti. Ci sono delle difficoltà, dobbiamo migliorare il nostro radicamento sul territorio, riprendere il dialogo con il mondo delle piccole imprese, ma se leggiamo i risultati non sono così negativi.

A cosa si riferisce?

Rispetto alle Europee al Nord guadagniamo l’1,8%, il 2,5% nelle regioni rosse, mentre al Sud perdiamo l’1,5%.

Come si spiega questa sofferenza nel Meridione, nonostante la vostra forte opposizione alla Lega?

 

Paghiamo esperienze amministrative non sempre positive. È un ciclo di 5 anni che si chiude. Bisogna però anche dire che al Sud la situazione generale è sempre più drammatica e difficile da gestire per chiunque.

Che lezione avete tratto dalla caduta di una roccaforte come Mantova?

Dove prevalgono tensioni e le divisioni rischiamo di farci del male, quando però lo schieramento è compatto e le candidature condivise niente è impossibile, anche al Nord. Basti pensare alle straordinarie vittorie di Venezia e Lecco.

Da ultimo, qual è il vostro piano di alleanze per costruire questa alternativa?

Davanti a problemi politici e sociali così gravi dobbiamo rivolgerci a tutti quelli che sono disponibili a discuterne con noi. Abbiamo un ottimo rapporto di lavoro comune con Sinistra e Libertà, con i movimenti ambientalisti, i socialisti. Con Di Pietro continuano a esserci delle differenze, ma  è in corso un costante avvicinamento, basti pensare alle posizioni emerse dal loro ultimo congresso. Con Rifondazione Comunista non parliamo di alleanze di governo, ma di questioni che attengono alla democrazia.

E rispetto all’Udc?

Siamo sempre interessati a convergenze anche se sono in profonda contraddizione. Sono all’opposizione ma si alleano con un centrodestra a trazione leghista al Sud. Ma non dimentichiamo che per la prima volta abbiamo responsabilità di governo comuni in alcune Regioni e città, e questa è una novità importante.

(Carlo Melato)

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