SCENARIO/ La profezia di Craxi dietro i “capricci” di Fini

Le lettere di Bettino Craxi, pubblicate da Il Giornale, anticipavano, già alla fine degli anni Novanta, l’attuale scenario politico e le mosse del post-fascista Gianfranco Fini. Il racconto di GIANLUIGI DA ROLD

29.04.2010 - Gianluigi Da Rold
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Chi è il profeta? L’uomo che predice avvenimenti per ispirazione divina o anche chi, attento alla lettura della realtà, urla verità in un mare di conformismo e di “politicamente corretto”?

Le lettere di Bettino Craxi pubblicate da Il Giornale alcuni giorni fa, dopo che la figlia Stefania le ha recuperate da quel “mare di carte” prodotte nel suo esilio dal leader socialista, anticipano, già alla fine degli anni Novanta, lo scenario politico attuale e si centrano sul ruolo e la figura dell’attuale Presidente della Camera, Gianfranco Fini, il post-fascista “sdoganato” da Silvio Berlusconi.

“Un politico vuoto e senza un’idea” scriveva Edmond Dantès, lo pseudonimo usato da Bettino (tratto dal grande romanzo di Dumas “Il conte di Montecristo”), per far arrivare  le sue opinioni ai grandi giornali italiani, che come al solito cestinavano, impauriti, pavidi e complici di una situazione politica che si avvitava sempre di più. “Un opportunista”, continuava a scrivere Craxi di Gianfranco Fini, che prende le distanze da Berlusconi e  fa diventare tutto questo una linea politica, una parola d’ordine.

E  in questo gioco di smarcamento da Forza Italia, l’iper-giustizialista Fini “fa continuamente l’occhiolino ai giudici anti-Cavaliere” e viene, regolarmente; scambiato per “un compagno di strada” dai “rottami” del comunismo, dai superstiti della “stagione delle tragedie ideologiche”.

A ben vedere, Fini è il “naturale incesto” tra gli opposti estremismi che hanno cercato di rovinare politicamente l’Italia. E si è posto come l’ultimo anello di una catena che vuole impedire qualsiasi cambiamento, qualsiasi riforma reale. Ligio al suo retroterra di estrema destra, di conservazione, ha rispettato perfettamente i tempi che si ribellassero a Berlusconi i vari protagonisti di un’Italia centralista, vecchia, appoggiata su corporazioni soprattutto statali, impermeabile ad autentiche riforme liberali. Dopo l’incredibile successo del centrodestra nelle ultime regionali, toccava necessariamente a lui sventolare l’ultima bandiera dell’immobilismo italiano.

 

Forse qualcuno lo ha chiamato all’ordine, perché le sue argomentazioni di dissenso nell’ultima direzione del Pdl sembrano solamente risibili.

Attenzione. Il vero bersaglio di Gianfranco Fini non è Silvio Berlusconi e neppure la Lega di Umberto Bossi. Il vero bersaglio di Fini, come di tutti quelli che si sono staccati in questi anni dal centrodestra, è la politica dell’economia attuata dal ministro Giulio Tremonti e dal ruolo che Tremonti svolge nell’asse Berlusconi-Bossi. È questo asse che, nel bene o nel male, sta reggendo le sorti dell’Italia, con un Nord che accetta una politica dove lavoro e impresa sono collocati al centro dei problemi e dove, per questa ragione, si sono stemperati i toni folkloristici e para-secessionisti della Lega.

Più la Lega stemperava i toni di una rivoluzione del Nord e poneva i termini di una questione settentrionale, più Fini diventava furente e spostava gli argomenti sull’eugenetica, sul voto agli immigrati, sul pericolo del federalismo fiscale e sulle “ragioni” della magistratura. In più non avrebbe mai voluto fondare il Pdl, il “partito del predellino”, come dice spregiosamente, e convergere al centro, con la sua “Alleanza Nazionale”, dopo essere uscito dalla “covata” di Giorgio Almirante. Un’acrobazia immaginabile e possibile solo in questa sedicente “seconda repubblica”.

Ma basterebbe ritornare all’inizio degli anni Duemila per vedere lo scontro tra Fini e Tremonti sul ruolo del Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Fatto che costò a Tremonti le dimissioni. Alla fine, nella sua pochezza, Gianfranco Fini ha fatto l’alleato “distinto” del Cavaliere, ma ha sperato, come tanti altri, che durante quest’anno di “polverone mediatico”, da Noemi a Spatuzza, il cavaliere venisse travolto.

 

Ora, più che venire allo scoperto è stato stanato e forse richiamato all’ordine di chi, forse, ha fatto grandi speculazioni sulla caduta dell’Italia. Se la pregevole Goldman Sachs ha incassato 9 miliardi dollari con la speculazione sul default della Grecia, un anno fa si parlava di 80 miliardi di dollari per una speculazione sul default italiano.

A tutti questi signori è andata male, per quanto riguarda l’Italia. Ed è l’unico motivo di sollievo che ci può confortare in questo momento. Per il resto bisognerebbe ritornare alle profezie di Craxi-Dantès: “La prima repubblica è stata fatta cadere sotto un cumulo di menzogne. E la cosiddetta “seconda repubblica”, se non si ristabilirà un minimo di verità, cadrà rovinosamente sotto un altro cumulo di menzogne. Questi sono bugiardi per la gola”.

Forse Craxi non aveva visto bene tutto. Ma certamente se oggi Fini si presentasse con un suo partito nel Nord Italia raccoglierebbe, forse, lo 0,4 per cento dei voti. Quindi la “ciliegina” che intendeva mettere sulla “torta avvelenata” al centrodestra si è rivelata solo una piccola raffichetta, l’ultima… di Salò.

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