SCENARIO/ Formigoni: il federalismo “alla lombarda” farà bene anche al Sud

- int. Roberto Formigoni

Le regioni si rimettono in moto dopo la recente tornata elettorale in un momento in cui l’agenda politica vede al primo posto l’attuazione del federalismo. L’intervista a ROBERTO FORMIGONI, presidente della Regione Lombardia, all’apertura del suo quarto mandato

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Le regioni si rimettono in moto dopo la recente tornata elettorale. Sono infatti i giorni dei primi consigli regionali in un momento in cui l’agenda politica vede al primo posto l’attuazione del federalismo. Lunedì è toccato alla Lombardia, che ha così aperto la sua nona legislatura, la quarta per il presidente Roberto Formigoni, che ha ricevuto ieri il neo-eletto presidente del Piemonte, Roberto Cota.
«Sono interessato a stabilire relazioni di collaborazione con tutte le regioni italiane, così come ne ho sviluppate in questi anni in Europa e non solo – ha dichiarato Formigoni a IlSussidiario.net al termine dell’incontro -. Le regioni hanno una responsabilità importante per raggiungere l’obiettivo del federalismo, che può davvero costituire un elemento di unità e di coesione, proprio perché è in grado di esaltare le potenzialità di ogni territorio».

Innanzitutto, quali sono le vostre priorità all’inizio di questa nuova legislatura?

Scegliendo tra i 600 punti che ci siamo impegnati a realizzare nel programma presentato ai cittadini direi: il lavoro (occupazione, sostegno alle imprese piccole e medie e a quelle che stanno per nascere), la semplificazione della burocrazia e la famiglia (con particolare attenzione alla conciliazione del tempo del lavoro con i tempi della famiglia per le donne).

Dopo la visita di Renata Polverini, presidente del Lazio, anche quella di Cota si è svolta nel segno della collaborazione e del confronto su alcuni risultati di successo del modello lombardo?

Per governare al meglio è strategico coltivare relazioni di collaborazione, soprattutto nell’epoca moderna. Nella logica dello scambio di idee e buone politiche la presidente Polverini ha voluto conoscere meglio alcuni elementi di eccellenza del nostro modello di governo nel campo della Sanità, mentre con il presidente Cota è iniziato un lavoro comune riguardo all’università, le infrastrutture e l’Expo.  

Le principali regioni del Nord sono state vinte dal centrodestra. Sarà più facile per i governatori del Settentrione guidare il processo federalista? 

Lombardia, Piemonte, Veneto e Friuli sono regioni caratterizzate da governi della stessa coalizione e tra di esse c’è un ottimo rapporto di collaborazione. Attenzione però, questo non esclude né penalizza i rapporti con le regioni del Sud o con quelle governate dal centrosinistra. Guai se ci lasciassimo fermare da limiti di natura ideologica o geografica. Non a caso la prima regione con cui ho sottoscritto un patto per l’Expo è stata l’Emilia Romagna, con cui da anni la Lombardia collabora attivamente.
La sfida del federalismo attende tutti i presidenti. Il 20 maggio ne discuteremo per tutta la giornata, il documento comune sarà la base per iniziare poi il confronto con il Governo.

Quello dei decreti attuativi è un passaggio delicato?

Sì e non sarà una passeggiata. Non sono assolutamente pessimista, ma consapevole delle difficoltà che ci attendono. D’altra parte la congiuntura economica è particolarmente difficile e bisogna superare ancora alcuni pregiudizi.

Questa riforma effettivamente ha suscitato qualche preoccupazione. I vescovi si sono recentemente espressi e lo stesso Capo dello Stato ha voluto ribadire l’importanza dell’unità nazionale nel suo 150° anniversario. Qual è il suo giudizio in merito?

Le preoccupazioni di chi richiama all’attenzione le regioni e i ceti più deboli sono sacrosante. Io infatti credo nel federalismo dell’inclusione e dell’unità, una prospettiva di crescita per tutte le regioni italiane. Non dimentichiamoci che è previsto un fondo di perequazione e un periodo di applicazione congruo nel quale chi è in difficoltà avrà tutto il tempo per mettersi virtuosamente alla pari.

Questa visione inclusiva e solidale l’ha ritrovata anche nei presidenti leghisti?

Certamente. Sono i nostri programmi a parlare e a sancire i nostri impegni in questa direzione.

Il dibattito sul federalismo riguarda anche i suoi costi. Il Presidente della Camera ha espresso le proprie perplessità in questo senso chiedendosi se sia davvero il momento opportuno per fare un passo così importante. È una riforma che, seppur inizialmente, graverà sulle casse dello Stato o che può solo portare dei vantaggi in questa direzione?

 

 

Nel testo della legge c’è scritto in maniera inequivocabile che non devono prevedersi aumenti di costi per i cittadini, quindi nuove imposizioni fiscali. Dovrà essere una riforma a costo zero che in prospettiva farà risparmiare una grande quantità di risorse.
Oggi continuano a esserci sacche di diseconomia che devono essere sanate. Se una mammografia in Lombardia costa 10 e da altre parti costa 50 o 100 significa che nel tempo, in questi territori, si sono annidati sprechi e corruzione. Con il superamento della spesa storica in favore dei costi standard queste situazioni potranno essere sanate.

Passando allo scontro in corso tra Berlusconi e Fini: c’è, a suo avviso, un margine di recupero?

Il margine c’è e questa frattura si deve assolutamente sanare. In un periodo di difficoltà mondiale come quello che stiamo attraversando non è ammissibile che un partito confermato dagli elettori alla guida del Paese sia vittima di litigi interni. La dialettica nel partito è legittima, ma la volontà di governare il Paese e rispondere al mandato degli elettori deve essere la stella polare che guida tutte le nostre scelte.

Quali passi auspica per uscire da questa crisi?

Berlusconi è il leader scelto dal popolo. Spero che l’amico Fini comprenda che il leader è lui e che ognuno di noi, attorno a lui, ha il suo ruolo.

E se per raggiungere un compromesso il Pdl riconoscesse la minoranza finiana aprendo una nuova fase all’insegna delle correnti?

Le correnti non sono state un’esperienza del tutto negativa, avevano una funzione positiva, ma in un’altra epoca storica, quella del proporzionale e della democrazia bloccata. Oggi, nella democrazia dell’alternanza e del bipolarismo, serve un dibattito forte interno al partito, ma nessuna corrente organizzata.

La divisione che si è manifestata alla Direzione Nazionale del Pdl ha avuto riverbero anche in Lombardia, nel governo della Regione?

Nessuno. In Lombardia non c’è stato nessun problema di questo tipo e non ce ne saranno.

(Carlo Melato)

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