MANOVRA/ 1. Rossi (Pd): Caro Bersani, appoggia Tremonti e scarica la Cgil

- int. Nicola Rossi

Da giorni si annunciano “sacrifici equi”, tagli e proposte del Governo per rispondere alla crisi che stiamo attraversando. Ora la discussione entra nel vivo, anche se il Pd sembra ancora a metà del guado, tra Napolitano e Di Pietro… L’analisi di NICOLA ROSSI

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Da giorni si annunciano “sacrifici equi”, tagli e misure d’emergenza per rispondere alla crisi che stiamo attraversando. La discussione ora entra nel vivo, grazie alla conferenza stampa di Berlusconi e Tremonti (e allo sfogo del premier di ieri all’Ocse, dove parlando di crisi economica ha anche fatto un paragone con Mussolini, suscitando qualche malumore).
Se nel centrodestra la Lega è compatta al fianco del ministro del Tesoro e si teme qualche defezione in area finiana, nel centrosinistra è in corso un dibattito che riguarda in primo luogo il Partito Democratico. «Questa però non è una manovra come le altre – avverte il senatore del Pd Nicola Rossi discutendone con IlSussidiario.net – perché viene messa in campo dall’Italia all’interno di un’azione europea concertata. È l’inizio della costruzione dell’Europa che verrà. Per questo, le modalità con cui la dobbiamo valutare non possono essere le solite».

Senatore Rossi, siamo davvero a un “tornante della storia” che giustifica interventi eccezionali, come sostiene Tremonti?

La premessa doverosa al discorso è che questa manovra non è assimilabile a quelle degli ultimi 30 anni che cercavano di rimettere in carreggiata il bilancio pubblico. È invece un segnale che l’Europa intera manda ai mercati: la volontà di voler uscire dalla tenaglia alto debito – bassa crescita, che colpisce tutto il Vecchio Continente e in particolare l’Italia.

Come giudica le contromisure proposte dal Governo?

Affinché abbia successo gran parte della manovra deve avere una valenza strutturale, deve riuscire cioè a modificare permanentemente la struttura del bilancio pubblico.
Ecco perché, ad esempio, leggo con dispiacere sui giornali che per quanto riguarda l’abolizione di 9 piccole province, uno dei provvedimenti simbolicamente più significativi, si sta già tornando indietro.

In questa fase anche un intervento “simbolico” può essere decisivo?

Sì, anche se l’abolizione delle province non ci farebbe risparmiare moltissimi soldi, sarebbe però un segnale fondamentale, cadrebbe un tabù. Per questo spero che il Governo non arretri.
Tra le cose positive sottolineo invece il fatto che la manovra è per buona parte costituita da tagli di spesa piccoli e grandi (anche quelli meno considerevoli hanno infatti la loro importanza). Questa è la necessaria premessa a ogni politica di sviluppo.

È un cambio di tendenza?

 

Direi di sì, negli ultimi 15 anni, governi di destra e di sinistra hanno continuato a seguire la strada di provvedimenti per lo sviluppo finanziati con maggiori imposte. Il bilancio di questo approccio sbagliato però non è pari a zero, è negativo. Spero che la consapevolezza che ogni politica di sviluppo debba passare per una riduzione significativa del perimetro dell’operatore pubblico sia a questo punto consolidata. Su come operare questa riduzione si può poi discutere, alcune cose le condivido altre meno.

Come ad esempio?

Direi che l’intervento sulle “case fantasma” non mi sembra un granché né dal punto di vista della strutturalità, né del messaggio che fa passare.

Condivide invece la strategia dei tagli orizzontali ai ministeri?

Preferirei tagli chirurgici, ma definitivi come l’abolizione di 20 o 30 enti. Se fatti con cura porterebbero a effetti duraturi destinati a incidere molto più dei complicatissimi tagli orizzontali. Capisco però che a volte non si può fare diversamente.

Per quanto riguarda i  tagli e i congelamenti degli stipendi, non pensa che la classe politica pagherà meno rispetto ai semplici dipendenti pubblici?

Sui costi della politica si può fare molto di più, non sarò certo io a fare obiezioni in questo senso. I dati dell’Istat e della Corte dei Conti sull’incremento degli stipendi dei dipendenti pubblici rispetto a quelli dei privati ci dicono però che non c’è niente di strano nel chiedere un sacrificio temporaneo ai dipendenti pubblici. Aprirei a questo proposito una piccola parentesi.

Prego.

 

I dipendenti pubblici stanno pagando la loro resistenza ad accettare in pieno i principi del merito. Ci saranno persone che nonostante il blocco dei salari porteranno a casa una somma superiore al proprio lavoro e altri per i quali il blocco sarà profondamente ingiusto, perché lavorano come e più degli altri.
Fin quando non passerà l’idea del merito si pagherà lo scotto con interventi come questi. I primi però che devono riflettere attentamente sono proprio i dipendenti pubblici.

Per quanto riguarda la lotta all’evasione fiscale?

Le misure in questo senso sono tutte assolutamente comprensibili e condivisibili, anche se rimango dell’idea che ogni provento che derivi dalla lotta all’evasione vada restituito ai contribuenti onesti e non vada incamerato nelle Casse dello Stato.

La tracciabilità dei pagamenti era un vecchio “cavallo di battaglia” di Visco. Stiamo assistendo alla “conversione” di Giulio Tremonti?

Le rispondo così. Uno dei nostri più grandi problemi negli ultimi 15 anni è stato quello di aver lavorato a questioni molto delicate e complicate come quelle fiscali in un’atmosfera di lotta ideologica.
Io ad esempio ritenevo sbagliata la tracciabilità a 100 euro e non ho condiviso il successivo azzeramento di questo tipo di norma. Oggi però ci troviamo sul terreno del buon senso: la tracciabilità, senza esasperazioni è uno strumento utilissimo. Se riuscissimo a sfuggire alle strettoie dell’ideologia (che ci hanno regalato 3 riforme fiscali in 10 anni) faremmo un grande regalo al Paese. Sono altri i temi su cui avrei gradito, diciamo, una maggiore intensità.

Ci spieghi meglio?

Sulla previdenza, ad esempio, non stiamo andando nella direzione giusta. Forse era davvero arrivato il momento, data la serietà della situazione, di dire le cose come stanno e di allungare l’età pensionabile, sul serio però.

Tra gli amministratori locali c’è chi lamenta tagli eccessivi e il rischio che il federalismo di cui tanto si è parlato resti lettera morta. A proposito di riforma federale e dei suoi reali costi è il momento per attuarla davvero o la congiuntura consiglierebbe di rimandare i tempi di questa piccola grande rivoluzione?

 

 

Purtroppo si potrà discutere seriamente di questo tema cruciale quando ci saranno i contenuti. Stiamo ancora aspettando un numero, il conto della spesa. Non conosciamo i servizi minimi essenziali, i costi standard… Difficile affrontare il tema in questa situazione.

Cosa pensa dei richiami di Napolitano all’unità delle forze politiche?

Ancora una volta Il Presidente della Repubblica ha detto al Paese una cosa di assoluto buon senso e ha compreso il senso del momento che viviamo.

Nel suo schieramento avverte una disponibilità in questo senso?

Una manovra che ha le caratteristiche che ho voluto premettere porta con sé una forte componente di interesse nazionale. Per questo è opportuno che la maggioranza chieda una collaborazione all’opposizione e che l’opposizione sia pronta ad offrirla sulla strada di un provvedimento il più possibile condiviso. Dopodiché alcune cose piaceranno, altre meno. Sarebbe un segnale importante se si affrontasse la manovra nella logica dell’interesse nazionale e non in quella del “mi piace, non mi piace”. Detto questo, nella mia area politica alcune scelte sindacali non vanno nella direzione giusta. Per me però l’autonomia del partito dal sindacato deve essere totale e senza discussione.

La proposta della Cgil di uno sciopero generale non le sembra responsabile?

Ripeto, i sindacati facciano il loro mestiere. Se pensano di difendere in questo modo i loro iscritti lo facciano pure, l’importante è che non confondano l’interesse degli iscritti con l’interesse nazionale.

(Carlo Melato)


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