MANOVRA/ Quanto ci costa il veto della Lega sulle Province?

- int. Gilberto Muraro

Il veto della Lega ha impedito di inserire nella manovra finanziaria il taglio delle Province. GILBERTO MURARO ci spiega che questo atteggiamento, oltretutto contraddittorio, ha dei costi per i cittadini

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Se in un primo tempo sembrava che la manovra finanziaria dovesse tagliare, oltre che gli stipendi statali, anche le Province italiane, alla fine questo provvedimento di cui tanto si parla da alcuni anni non c’è stato. I sospetti sono caduti su un veto della Lega, che attraverso le parole del suo leader Umberto Bossi ha fatto capire che ci sono Province (come quella di Bergamo) che è impossibile eliminare senza rischiare addirittura “la guerra civile”.

Un atteggiamento, quello del Carroccio, che appare contraddittorio, come ci spiega in questa intervista Gilberto Muraro, Docente di Scienza delle finanze all’Università di Padova ed ex Presidente della Commissione tecnica per la finanza pubblica.

Professore, alla fine nella manovra finanziaria non c’è stato alcun taglio delle Province. Significa che sono utili, che il loro taglio non porta a grandi risparmi o che sono politicamente “intoccabili”?

La ragione del mancato taglio è politica: la Lega si è ormai erta a paladino delle Province. Pensavo che cedesse, ma così non è stato. Non dimentichiamoci che il tema doveva essere valutato attentamente in sede di riforma costituzionale, ma finora non è stata trovata alcuna intesa tra le forze politiche come per tutte le auspicate riforme istituzionali. Le Province restano quindi al momento protette dalla Costituzione. La Lega, a torto o a ragione, può sfruttare questo elemento a difesa delle Province.

Tagliandole, si avrebbero realmente dei benefici?

Una loro abolizione non avrebbe grandi risparmi economici diretti, considerando che il personale andrebbe ripartito tra gli altri enti locali. Tuttavia, non ci si può limitare a questa analisi, perché il costo maggiore delle Province è di natura indiretta: allungamento dei processi decisionali, aumento della possibilità di corruzione e concussione per via della dilatazione del settore pubblici e soprattutto la creazione di uffici periferici dello Stato (tribunale, corte d’appello, direzione centrale del Tesoro, prefettura, ecc.). Quest’ultimo aspetto non è stabilito da nessuna legge e lo abbiamo appurato con certezza in sede di Commissione tecnica per la finanza pubblica che ho presieduto nel 2007-2008.

Si potrebbero limitare gli uffici periferici dello Stato?

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Nella nostra analisi abbiamo visto che basterebbe avere una prefettura ogni 500.000 abitanti e che i tribunali minori possono essere chiusi per poter accorpare i collegi giudicanti e sfruttare quindi la più alta produttività dei giudici, una volta che essi si possono specializzare e dedicare a un campo del diritto (fallimentare, civile, penale, ecc.).

 

Non trova che il comportamento della Lega sia contraddittorio? Da un lato si batte contro il centralismo di Roma, dall’altro difende le Province e gli enti periferici dello Stato che sono una sorta di “centralismo locale”.

 

Mentre la difesa o addirittura la moltiplicazione delle Province potrebbe essere compatibile con i valori della Lega, perché si tratta pur sempre di manifestazioni di governo locale, il fatto che il partito di Bossi sia disposto ad accettare o chiedere la moltiplicazione degli apparati periferici dello Stato, quando da anni si batte contro il centralismo di Roma, è un’autentica contraddizione. Anche perché aumentare la presenza dello Stato a livello periferico vuol dire anche aumentare l’interferenza del potere centrale su quello locale.

 

Secondo lei perché è così difficile abolire le Province?

 

Se facessimo un sondaggio tra cittadini e parlamentari, quasi certamente la maggioranza direbbe di essere favorevole all’abolizione delle Province. Tuttavia esse sono aumentate anziché diminuire. Perché? Il problema è la solita mancanza del senso dello Stato, della visione di un bene comune a cui si può sacrificare un interesse particolare. Tutti tengono maledettamente alla presenza delle Province sul proprio territorio, perché sul piano politico questo vuol dire aumentare le proprie probabilità di aumentare il consenso, di avere propri eletti, di portare un po’ di lavoro, un po’ di prestigio. Ci troviamo quindi in una situazione in cui c’è un no alle Province in generale, ma un sì alla propria. Per difendere la propria Provincia, si arriva inevitabilmente poi a garantire l’assenso a chi ne chiederà una propria altrove.

 

Le Province possono creare problemi al processo federalista che si sta portando avanti?

 

Di per sé Province e federalismo possono andare d’accordo. Tanto è vero che la Lega con la finanziaria dell’ultimo anno, ribadita con la legge 42/2010 sulle autonomie locali, ha portato la riduzione del numero dei consiglieri e degli assessori provinciali, oltre all’accorpamento di funzioni che hanno eliminato gli enti intermedi. Calderoli può dire quindi che si possono mantenere le Province, dato che le ha rese più pregnanti, avendo risparmiato su altri fronti e smagrito gli apparati. In realtà questo non basta.

 

Perché?

 

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Il problema è che non ci si rende conto che occorre uno “smagrimento” maggiore e che se proprio vogliamo tenere le Province, è meglio farlo come enti di secondo livello. Ma soprattutto è bene distinguere la Provincia come espressione di governo locale dalla Provincia in quanto apparato periferico dello Stato, che non va assolutamente moltiplicato, ma che anzi va molto contratto per risparmiare costi e aumentare l’efficienza.

 

Potrebbe spiegare come si trasformerebbero le Province diventando enti di secondo livello?

 

È una proposta che è sul tappeto da tempo: le Province verrebbero mantenute, ma non si terrebbero più elezioni dirette dei suoi organi, che andrebbe costituiti attraverso una sorta di consorzio obbligatorio tra i comuni. I Sindaci in assemblea eleggeranno il loro rappresentante provinciale e una giunta che dovrà curare i problemi comuni.

 

Si è anche parlato di abolire le Province con meno di 220.000 abitanti. Cosa ne pensa?

 

Le Province prima scompaiono meglio è. Per farle scomparire ci vuole però l’intesa costituzionale. Se si volessero abolire le Province sotto i 220.000 abitanti sarei d’accordo, perché si tratta di una proposta che non è contraria alla Costituzione e che consentirebbe un primo passo avanti verso la riduzione dell’elefantiaco apparato periferico dello Stato.

 

(Lorenzo Torrisi)

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