MANOVRA/ Chiamparino (Anci): solo Berlusconi può salvarci dai tagli di Tremonti

- int. Sergio Chiamparino

Per uscire dall’impasse e trovare un accordo Governo-Regioni sulla Manovra, SERGIO CHIAMPARINO lancia un appello al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi

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Governo ed enti locali sono ancora lontani nella trattativa sulla manovra economico-finanziaria del ministro Tremonti.Sindaci e governatori procedono però uniti, al di là delle differenze politiche o territoriali con la medesima richiesta: trasferire ai ministeri e alle altre agenzie della pubblica amministrazione nazionale un parte dei tagli e dei sacrifici che al momento gli vengono richiesti. Ne ha discusso con IlSussidiario.net il sindaco di Torino e Presidente Anci, Sergio Chiamparino.

Presidente, come procede la trattativa con il governo? Siete fiduciosi?

Fiduciosi non direi. Al momento siamo in attesa di un incontro con il Presidente del Consiglio che potrebbe svolgersi settimana prossima. A quel punto varrà il detto “dare soldi, vedere cammello”. Gli obiettivi infatti sono essenzialmente due: chiedere uno spostamento del carico della manovra su altre agenzie di spesa nazionali lasciando invariati i saldi complessivi e fare il quadro sul federalismo per evitare che l’attuazione proceda a spizzichi e bocconi.

L’interlocutore a questo punto è direttamente Berlusconi?

La logica è questa. Al punto in cui siamo arrivati la questione non è più soltanto economica, ma istituzionale. Probabilmente ci saranno anche Tremonti e Calderoli. Non vogliamo tagliar fuori nessuno, chiediamo solo un confronto nella sede politicamente più responsabile, al massimo livello politico.

Era necessario secondo lei un nuovo ministro al federalismo?

Ci sono più ministri a occuparsi di federalismo di quanto se ne stia attuando davvero. Al di là del giudizio sulla persona, il bisogno di un nuovo ministro sinceramente non si sentiva. Probabilmente per quelle funzioni bastava un sottosegretario. Al di là di tutto, quello che dico è talmente vero che per ora Brancher non sta facendo il ministro, né al federalismo né ad altro.

Il fronte degli enti locali è comunque compatto?

Assolutamente sì e lo dimostra il documento comune che abbiamo appena approvato. Il comparto Regioni ed Enti locali è il livello istituzionale più penalizzato. I comuni, poi, vedranno pioversi addosso gli inevitabili tagli delle regioni. Così com’è la manovra risulta insostenibile: una parte dei sacrifici dev’essere trasferita ai ministeri e alle altre agenzie della pubblica amministrazione nazionale.

La trattativa di Tremonti con i comuni sembrava però procedere con più facilità rispetto a quella con le Regioni. Tutto merito della service tax?

 

La proposta di una nuova imposta sugli immobili, detta Imu, recepisce le indicazioni dell’Anci. Per questo non possiamo che affermare che la direzione della semplificazione e dell’autonomia fiscale è quella giusta. Detto questo, bisognerà guardare bene i dettagli dell’operazione e anticipare l’entrata in vigore di questa tassa. Se però non si riducono i tagli il problema di fondo rimane irrisolto.
Stiamo comunque parlando di tasse che i cittadini pagano già, andrebbero accorpate e gestite direttamente dai comuni, ma non aumenterebbe la pressione fiscale.

Ma tra gli amministratori, oltre che rimandare al mittente la definizione di “spreconi” si registra anche un minimo di autocritica?

Ci sono certamente delle spese irrazionali, come purtroppo avviene in tutta la pubblica amministrazione. Non accettiamo però che venga fatto passare il principio secondo cui gli sprechi sono solo nei comuni, nelle province e nelle regioni. Per questo abbiamo proposto una commissione paritetica che valuti dove si può intervenire per razionalizzare e ridurre gli sprechi.

Dell’ipotetico taglio delle province non si è più discusso, lei le abolirebbe?

Certamente sì, per trasformarle in enti di associazionismo comunale. L’Anci ha elaborato una proposta in ottobre in questo senso che permette di raggiungere il risultato senza toccare la Costituzione. Verrebbero abolite le province, le comunità montane, i comuni, sostituendo questi enti con associazioni di comuni i cui presidenti verrebbero eletti direttamente dai cittadini. Il risparmio sarebbe netto, non ci sarebbero nuovi consiglieri da pagare, si farebbero lavorare di più gli amministratori comunali e il consiglio sarebbe costituito dalla conferenza dei sindaci della provincia. Costando così poco quel punto potrebbero anche essere di più di quelle che abbiamo oggi. La Lega però non ne vuol sentir parlare, si è trasformata nella paladina delle province.

Concentrandoci sul federalismo: è un obiettivo ormai trasversale, che supera gli schieramenti?

In linea di massima direi di sì, soprattutto tra gli amministratori la maggioranza li vede come un’opportunità. Poi, com’è normale che sia, ci sono figure sia a sinistra che a destra  che lo vedono negativamente.

Questa manovra rischia di affossarlo prima che veda la luce?

 

Diciamo che rischia di indebolire così tanto gli enti locali, le colonne portanti del federalismo, da mettere a serio rischio la riforma federale.

Qual è il suo commento alla relazione sul federalismo fiscale varata dal Consiglio dei Ministri?

Una buona relazione, mi sembra che però continui a mancare quel quadro economico- finanziario condiviso che ci può portare al federalismo.

Secondo lei quanto tempo occorrerà, soprattutto alle regioni più povere, ad abbandonare la logica della spesa storica in favore di quella dei costi standard?

Non so quanto tempo possa servire, penso però che l’attuazione del federalismo debba essere graduale, se non vogliamo alzare la pressione fiscale. Non solo, con i costi standard il prezzo di una siringa sarà ovunque all’interno di un range stabilito. Dovremo però stabilire anche il fabbisogno standard in modo che anche i servizi vengano garantiti ovunque in maniera adeguata.

Da ultimo, se la manovra rimanesse com’è, una città come Torino, di cui lei è sindaco, cosa sarà costretta a tagliare?

Sommando i tagli del governo ai possibili tagli della regione nel campo dell’assistenza saremo costretti a eliminare un servizio come l’assistenza domiciliare. Stiamo parlando di 10.000 persone anziane che hanno una badante che, con la collaborazione di agenzie come Obiettivo Lavoro, abbiamo fatto emergere dal lavoro nero. Sarebbe inevitabilmente la prima cosa a cadere, anche se non lo vorremmo.

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