SCENARIO/ Barcellona: il vero declino dell’Italia? Uomini senza “patria”

- int. Pietro Barcellona

Il declino del paese non dipende dalla mancanza di «politica» come ha scritto Galli della Loggia sul Corriere, ma dalla malattia mortale di una generazione senza futuro. Parla il filosofo PIETRO BARCELLONA

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Foto: Imagoeconomica

La politica vive giorni impopolari. La procura di Caltanissetta, che ha riaperto i fascicoli sulle stragi di mafia dei primi anni ’90, minaccia la rivelazione imminente di verità sconvolgenti, chiedendosi se «la politica» sarebbe capace di portarne il peso. Nel dubbio, meglio aspettare. Un grande giornale di sinistra attacca una delle realtà politiche più virtuose del paese, ma sulla base di ragioni di appartenenza ideale che esulano dalla politica.

Più raffinata è stata l’analisi di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, alla quale è seguito un dibattito. L’Italia è in declino perché è un «paese senza politica». Prende le mosse invece Pietro Barcellona da un recente articolo di Barbara Spinelli sul nostro declino industriale. «Non mi convincono diverse cose. Ma qui non si tratta soltanto di fare una critica tradizionale al capitalismo o alla politica», dice. Occorre spingersi più addentro la grande crisi che stiamo vivendo. Che sarà anche politica, ma la politica, dice Barcellona, viene dopo. Prima vengono le persone. E il lavoro. «Chi lavora ha smarrito il senso del lavoro – dice Barcellona -. Ma questo è l’esito della caduta di un qualsiasi tipo di adesione alla vita». Ecco perché a farci superare la crisi non potranno essere gli intellettuali, con le loro analisi, ma «piccoli gruppi». Gruppi creativi, fatti di persone che «mettono in gioco una trascendenza umana storica».

Professore, il futuro del paese appare pieno di incertezza. Per Galli della Loggia manca la politica. Per Barbara Spinelli manca un pensiero, anche economico, capace di alternative, di non rassegnarsi cioè al «dogma» del presente.

Ci sono fenomeni di declino e di degrado evidenti. Penso che tuttavia la prima ragione di incertezza sia nella crisi che sta attraversando lo stesso Occidente, e che noi viviamo in modo drammatico per una serie di ragioni, anche storiche, che riguardano il cuore del nostro modello di vita. Non si tratta più soltanto di mettere in questione il capitalismo economico e finanziario, ma di chiedersi se anche il nostro modello produttivo non sia al tramonto.

Non si direbbe: proprio l’Italia, grazie al suo tessuto di piccole e medie imprese, sembra aver superato la crisi meglio di tanti altri paesi che davano lezioni di sviluppo.

Ma le piccole e le medie imprese che cosa sono, se non le persone che le fanno? Non si tratta più di fare l’elogio delle maestranze e dell’inventiva degli imprenditori italiani giustamente noti in tutto il mondo. Prima c’era un paese forte di un’identità definita, che nel lavoro esprimeva una forma non solo di ricerca dei mezzi per vivere, ma anche di cura di sé e di attenzione alla società. C’era nel lavoro degli italiani, insomma, qualcosa di più della semplice ricerca della retribuzione. Oggi questo quid va scomparendo.

Lei sembra fare un discorso ampio, che comprende la storia del nostro paese dal dopoguerra fino ad oggi.

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Il grande capitalismo, le industrie italiane e di stato che erano nelle classifiche italiane e internazionali, si sono ridimensionate o sono addirittura scomparse. Il nostro tessuto di medie e piccole imprese certamente è una delle ragioni per cui questo paese ancora non è morto. Esso alimenta occupazione e legami sociali, ma tutto questo è una realtà a macchia di leopardo, gli stessi distretti sono in difficoltà e il loro andamento non rende completamente la situazione di diffusa difficoltà che si registra nel paese.

 

Dove sta il punto?

 

Nella soggettività di chi lavora. Come vede non ne faccio un problema di disoccupazione, anche se la delocalizzazione produttiva presenta risvolti drammatici. Il vero problema è lo «scollamento» totale di chi lavora rispetto al proprio lavoro. Un lavoratore non può non sapere cosa produce, per chi produce e «perché» produce. Oggi secondo me in pochi saprebbero rispondere e le conseguenze di questo fatto rischiano di essere terribili.

 

Sta dicendo, in altre parole, che mentre crediamo di essere usciti dalla crisi, una crisi ben più grave potrebbe essere alle porte. È così?

 

Il grande problema di oggi è la caduta di un qualsiasi tipo di adesione alla vita. La situazione che stiamo vivendo mi ricorda quello che scrive Peter Brown nel suo studio dedicato al crollo dell’impero romano, che non si è sfaldato innanzitutto per una crisi politica o territoriale ma di motivazioni. Il cittadino romano della decadenza non credeva più all’impero, non sapeva più per quale motivo partecipare alla vita collettiva. Per molti versi è una situazione che ricorda quella attuale. Siamo vittime – e prigionieri – di una forma allucinata di godimento che rompe ogni legame, non fa più vedere l’insieme, rende invisibile la totalità dei rapporti e rescinde, giorno per giorno, il legame con la vita.

 

Quali sono le conseguenze di questo declino?

 

Si è progressivamente privatizzato, in modo meschino e mediocre, il nostro immaginario. Non si proietta più verso il futuro, con una meta non solo per sé ma anche per gli altri e per le nuove generazioni. Siamo alla mercé di un presente senza prospettive. Ecco perché, se anche riuscissimo ad elaborare le strategie più raffinate, potremmo fare ben poco. La rivoluzione industriale ha cambiato i costumi della società, ma è stata una rivoluzione caratterizzata da alcune coordinate circoscritte: il territorio, la famiglia, la parrocchia, il quartiere. Ora la nostra malattia spirituale ci ha reso privi di un collante identitario. Ha «frammentato» la mente delle persone che vivono e lavorano. Parliamo di una crisi verso la quale ben poco possono fare i Berlusconi, le Marcegaglia e i Montezemolo.

 

Torniamo alle cause della «malattia spirituale». Dal suo discorso par di capire che l’Italia del boom economico era diversa.

 

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Sì. Il dopoguerra è stato per tutti un periodo entusiasmante, il desiderio di costruzione e di cooperazione era palpabile. Lo si vedeva anche al sud, che non era allora il «deserto dei Tartari» che si è visto dopo. Quello spirito è andato perduto. Ma anche negli anni ’70, così carichi di ambiguità per la rivolta giovanile piccolo-borghese che li ha segnati – e che io non ho mai amato – c’è stato un periodo di grande entusiasmo. Forse proprio lì però vanno cercate le cause storiche della nostra crisi.

 

Perché?

 

Perché sono gli anni della rivolta contro i padri. La profezia di Alexander Mitscherlich, secondo la quale saremmo andati verso una società senza padri, si è avverata e spiega quello che sta ora sotto i nostri occhi: una società frantumata in atomi senza nascita, uomini che non sanno perché vivono e lavorano. E non lo sanno perché non riconoscono più di essere nati da qualcuno. Ma senza padre è pregiudicata la nascita e dunque il perché di tutto: del posto di lavoro, dei partiti, del paese, degli altri. L’idea di avere un debito verso il passato, che possa anche essere di stimolo per guardare al futuro del nostro mondo, è stata cancellata.

 

Non trova, come scrive Galli della Loggia, che il vuoto sia determinato anche dalla scomparsa della politica, «vero cuore duro – scrive l’editorialista – della nostra crisi»?

 

No, la politica viene dopo. Per fare politica le persone debbono stare insieme, ma per stare insieme debbono lavorare insieme, trovare una sintesi. Un fattore chiave di questa sintesi è la famiglia. La politica non è un artefatto astratto della società umana. La società prima si costruisce nelle pratiche collettive e poi si dà una rappresentazione politica. Oggi ad essere in crisi è il rapporto con ciò che vedo, che tocco, che consumo, e il cui senso non riesco più a collegare con una comunità operosa.

 

Traduca, professore.

 

Nessuno, ai tempi della Fiat 500 – la prima però! – poteva guidarla senza pensare alle fabbriche di Torino, a chi vi lavorava e alle decisioni di Agnelli e Valletta. Oggi i popoli dei paesi che falliscono non sanno realmente «perché», dal punto di vista della concretezza della loro esistenza.

 

A questo punto la domanda è d’obbligo: dove passa la via per uscire dalla crisi?

 

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Credo che occorra ripartire dai piccoli gruppi. Ogni analisi che prescinde da un riferimento al ruolo che possono avere le persone in carne e ossa, è destinata ad essere nulla più che un gioco di parole. Solo piccoli gruppi possono agire, allargando la loro attività di comunicazione e con essa il loro essere. Non importa da chi sono composti: uno può fare l’ingegnere elettronico, un altro il filosofo del linguaggio, un altro l’idraulico. Importa ritrovare il senso della comunità e superare il modello individualistico meschino che ci distrugge.

 

In che cosa «ritrovare il senso della comunità» è essenziale per ridare uno spessore al soggetto, e come può il suo discorso non essere equivocato in senso ideologico?

 

In effetti preferisco parlare di gruppi, perché «comunità» può essere un termine obsoleto. Il problema è cominciare a rendersi conto che se un individuo resta isolato, pensa meno ed è meno creativo. Nei gruppi l’individualità non si mortifica ma si esalta, perché la persona trova il suo pieno valore non nell’isolamento ma nell’essere in relazione. Dal punto di vista teorico lo sentiamo ogni giorno, basti pensare alla retorica dell’«altro» che continuamente ci sommerge. Ma nella pratica tutto questo manca, perché gli individui appaiono incapaci di aprirsi davvero ad una esperienza di differenza.

 

Nel suo articolo, Barbara Spinelli invece afferma che senza alternative non c’è futuro. «C’è arretratezza – scrive – anche nel mondo degli imprenditori, dove a dominare sono spesso forze timorose del futuro, e delle conversioni montali e produttive che il futuro comporta».

 

In questo ha ragione, perché se pensiamo che la storia è finita non ha più senso far nulla. Ma il progresso economico, scientifico e tecnologico non solo non ha risposto al bisogno di futuro degli uomini, li ha anche ingannati. Non si può impunemente scambiare il progresso con Dio. Il bisogno di Dio può non essere vissuto in termini cattolici, ma non può essere ignorato il bisogno umano di una trascendenza rispetto al presente. C’è, come non mai, la necessità di ritrasformare l’istante, quello della nostra «triste allegria» ottusa ed istantanea, in durata, sia a livello personale che comunitario. Per questo insisto sul gruppo: ogni gruppo mette in gioco una trascendenza umana storica.

 

Cosa rimprovera all’eterno dibattito sulla «crisi morale» del paese?

 

Il non andare alla radice. La crisi che io avverto non è quella della politica o della costruzione di alternative, ma l’estinzione della passione di vivere. Non si riesce a capire che una società vive non perché dibatte di politica o si inventa futuri possibili, ma perché possiede uno «statuto antropologico», vive cioè di una rappresentazione di cos’è l’uomo. Questa rappresentazione, la nostra società, l’ha persa.

 

(Federico Ferraù)

 

 

 

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