SCENARIO/ Mantovano (Pdl): no a Rutelli-Casini, ecco perché ci teniamo Bossi

- int. Alfredo Mantovano

I “futuristi”, pressati dalla verifica, hanno lanciato ieri la proposta di un’inedita maggioranza comprendente Fini, Casini, Rutelli. Su questo e sulla verifica di governo IlSussidiario.net ha intervistato il sottosegretario all’Interno ALFREDO MANTOVANO, ospite ieri del Meeting di Rimini

Il veto di Bossi all’ingresso di Casini nel centrodestra e l’irritazione di alcuni ex Udc come Rotondi e Giovanardi aveva fatto pensare che l’allargamento della maggioranza al centro per ridimensionare i finiani fosse un’ipotesi che avesse più di un fondamento. In ogni caso la contromossa dei “futuristi”, pressati da una verifica sui punti cardine del programma, non si è fatta attendere. Italo Bocchino, capogruppo Fli alla Camera, ha lanciato ieri la proposta di un’inedita maggioranza comprendente Fini, Casini, Rutelli e i delusi dal Pd. Una mano tesa al Cavaliere, secondo l’analisi del leader di Generazione Italia, per salvarlo dalla trappola del voto escogitata da Bossi e Tremonti.

«È evidente – dice a IlSussidiario.net il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano – che la fase agostana della politica offre grande spazio alle parole e poco alla sostanza. Se proprio devo cogliere il lato positivo di questa dichiarazione prendo atto del passaggio dal ticket Fini-Vendola, proposto recentemente da Granata, allo schema Fini-Rutelli-Casini di Bocchino. Spero che al prossimo tentativo si torni al modello che gli elettori hanno scelto».

L’editoriale di ieri di Generazione Italia nel quale Tremonti viene definito un “equivoco politico” segue di pochi giorni quello di FareFuturo secondo cui il berlusconismo si potrebbe riassumere nel dossieraggio e nei ricatti. Quanto hanno pesato i falchi, da ambo le parti, nella frattura tra Berlusconi e Fini?

Farei un’altra valutazione. FareFuturo non è certo l’unico caso, ma bisogna dire che in Italia le fondazioni politiche spesso assumono un ruolo diverso da quello dichiarato. Certamente diverso da quello delle fondazioni anglosassoni o da quelle presenti negli Stati Uniti d’America. Negli Usa, ad esempio, hanno un’incidenza maggiore, ma svolgono un grande lavoro a livello di elaborazione di idee e di prospettive.

Da noi invece?

Diciamo che fanno comodo perché vengono usate per fare degli interventi netti, o per inviare dei messaggi politici, senza esporsi direttamente. Non ci si meravigli se poi le affermazioni vengono attribuite ai vertici. Se si fa questo gioco e le fondazioni politiche sono “più realiste del re” si pagano poi gli effetti collaterali.

Sembra comunque difficile immaginare che sui punti della verifica la maggioranza si ricompatti magicamente?  

Non ci resta che attendere le scadenze parlamentari. I temi in agenda erano contenuti nel programma che i cittadini hanno votato, alcuni di questi non hanno ancora avuto attuazione completa, altri sono stati motivo di frizione. Ecco perché è giusto rilanciare l’azione di governo attraverso lo strumento della mozione parlamentare, con il voto alla mozione stessa. La strada ormai è stata indicata e dev’essere seguita passo dopo passo. 

L’ipotesi che su quei temi si possa verificare una maggioranza più spostata al centro è da scartare? Nel caso cosa significherebbe?

L’allargamento della condivisione del programma non sarebbe certo una cosa sgradevole. Non corriamo però troppo avanti, perché il primo passaggio consiste nel valutare l’attuale grado di condivisione da parte di quelle forze che sulla base di questi valori si sono presentate alle elezioni. Mi auguro che il confronto avvenga sui contenuti e non sulla simpatia dell’uno verso l’altro. Per il resto la nostra bussola è chiara.

Cosa intende dire?

Il nostro punto di riferimento è il rispetto della volontà popolare. Ecco perché non ha senso ipotizzare a tavolino ticket e alleanze frutto di ricomposizioni su base diversa da quelle uscite dalle urne. Se la verifica fallisse l’unica strada possibile sarebbe il voto, anche se non c’è la volontà di andarci a tutti i costi.

Lei ha condiviso lunga parte del suo cammino politico con Gianfranco Fini. Dopo lo scandalo scoppiato quest’estate pensa che debba dimettersi dal ruolo di Presidente della Camera?

Penso che sia inutile commentare questa vicenda perché sono in corso delle indagini e lo stesso Fini ha annunciato un chiarimento. C’è però un altro aspetto. Nessuno può impedire a Fini di esercitare un ruolo politico attivo, ma questo crea inevitabili tensioni se si ricopre un incarico di quella portata.

Chiusa la “fase agostana” alla ripresa dei lavori l’agenda politica prevede subito un appuntamento importante. A Mirabello il tradizionale raduno della destra potrebbe diventare il trampolino di lancio di un vero e proprio partito finiano?

 

 

Guardi, com’è successo in tanti altri passaggi recenti della storia politica di cui faccio parte questa vicenda provoca in me una profonda tristezza. Da un quarto di secolo quella festa, prima dell’Msi e poi di An, ha rappresentato un momento di grande unità per la destra italiana. Per la prima volta un appuntamento vissuto all’insegna dell’appartenenza diventerà un annunciato pretesto di divisione. Si buttano così al macero 25 anni di storia. In quel luogo è avvenuto infatti un passaggio politico cruciale.

Quale?

Non è soltanto l’appuntamento che una comunità politica e umana si è sempre dato alla fine delle ferie.
In quel luogo si verificò il passaggio di consegne tra Giorgio Almirante e Gianfranco Fini che anticipò il congresso dell’‘87 a Sorrento.
 
Ma secondo lei nascerà davvero il nuovo partito dei finiani?

Spero davvero che resti solo un annuncio.

(Carlo Melato)


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