SCENARIO/ 2. Quelle crepe in Pdl e Lega che ci portano al voto in primavera

- Ugo Finetti

Dall’ottimismo ostentato da Silvio Berlusconi ai distinguo di Umberto Bossi, le elezioni anticipate nella prossima primavera appaiono come sempre più probabili. Il punto di UGO FINETTI

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Immagine d'archivio

Nonostante l’ottimismo ostentato da Berlusconi sulla conclusione della legislatura nel 2013, tale scenario è smentito dallo stesso Bossi. Le elezioni anticipate nella prossima primavera appaiono infatti sempre più come probabili per le numerose spinte che vanno in quella direzione.
Non solo per l’incombere del referendum elettorale e per l’assedio giudiziario al premier, ma per la più classica delle ragioni che determina lo scioglimento delle Camere: questo Parlamento ormai ha ben poco a che fare – dal punto di vista politico – con il Parlamento che gli italiani avevano eletto nel 2008.

Si era stati chiamati alle urne per sanzionare l’avvio del passaggio dal bipolarismo al bipartitismo con il Pd veltroniano “a vocazione maggioritaria” e il Pdl nato dall’unificazione tra Forza Italia e An. Ne era nata una trasparente dialettica parlamentare con una maggioranza chiara e determinata. Ora siamo di fronte alle macerie di quello scenario politico e nella più totale confusione.

Il cofondatore del Pdl e Presidente della Camera è tra i più attivi antagonisti del governo, il premier non è più il leader carismatico del 2008, ha dovuto nominare un successore e non è chiaro con quante liste andrà alle prossime elezioni. Ma, soprattutto, di fronte al problema principale per gli italiani – e cioè la crisi economica – va quotidianamente in scena un non esaltante “teatrino della politica” con Berlusconi che si presenta a braccetto con il ministro dell’Economia mentre i giornalisti e i ministri più vicini al premier gli tirano le torte in faccia additando Tremonti come incompetente, cospiratore e affossatore del governo.

Il partito di Bossi che in passato aveva lucrato sulla crisi del Pdl aumentando i propri voti, ora si sente trascinata in giù ed è sempre più diviso. Anche nella Lega i leader si presentano a braccetto, ma in periferia i luogotenenti si danno battaglia.

Né nel campo dell’opposizione il quadro è migliore se ad ogni votazione – dall’Anci alla Corte Costituzionale – è un regolamento di conti. Nel Pd non solo è completamente svanito il disegno veltroniano, ma anche quello alternativo del suo successore, Bersani, di dar vita a una leadership riformista in asse con l’Udc e svincolata dagli estremismi è tramontato.

Il Pd dopo una scissione ne rischia un’altra. La sua attuale leadership, anche in seguito agli spintonamenti  giudiziari registrati nei suoi dintorni,  si è buttata a sinistra sperando di guidare un cartello eterogeneo di movimenti antagonisti i cui leader sia parlamentari (Di Pietro), sia extraparlamentari (Vendola e il sindaco Renzi) quando stringono la mano a Bersani  si candidano a contrastarlo nelle primarie. Casini da parte sua ha chiaro l’obiettivo di Palazzo Chigi o del Quirinale, ma con chi e per che cosa si lascia le porte aperte a qualsiasi ipotesi.

In questo quadro una crisi di governo non può risolversi che in nuove elezioni. Lo scenario che attribuisce alla dissidenza di un gruppo di deputati (Scajola-Pisanu?) di aprire una strada per un governo diverso fino al 2013 non è materialmente percorribile. Che consultazioni può fare il Quirinale di fronte ad assemblee i cui membri volano come aereoplanini di carta da una parte all’altra? Sentite le più alte cariche dello Stato (da cui verranno indicazioni anche contrastanti) potrà solo dare un sommario incarico esplorativo e quindi rispedire Berlusconi alle Camere ovvero al voto.

È infatti impossibile dipanare una matassa che è caratterizzata soprattutto dal fatto che i leader fanno molte battute di spirito, ma da tempo non dicono la verità incrementando ipocrisia e fango.
Probabilmente non fu un ottimo consiglio quello di indurre Berlusconi a giocare le stesse carte dei suoi avversari mettendosi sul piano dello scandalismo. Prima contro l’opposizione e poi anche in seno al suo stesso partito. Lo scandalismo infatti ha bisogno del riscontro giudiziario, e uno scandalismo che viene contraddetto e persino incriminato – come era del tutto prevedibile – dalla magistratura diventa una pistola ad acqua che serve solo ad alimentare e legittimare l’uso del fango e dell’odio da parte dell’opposizione. Ma soprattutto – come ha dimostrato il recente risultato di Milano – allontana i moderati e cristallizza l’immagine di un partito di agitati e di estremisti.

Il risultato è che oggi il Pdl dà spesso l’impressione di essere diventato un conglomerato disordinato, caciarone ed estremista, non moderato, con molte idee molto confuse.
La sua stessa denominazione di centro-destra, giustificata quando c’era il binomio con l’ex MSI, andrebbe abbandonata. Il Pdl può essere ancora il partito di maggioranza relativa di una coalizione di governo se si presenta come formazione democratica e liberale, senza retaggi di destra e di estrema destra e con una squadra solidale e coerente.
Un sereno e produttivo punto di partenza potrebbe essere la rilettura critica dell’ultimo ventennio riprendendo e approfondendo quanto detto in proposito da Giorgio Napolitano al Meeting di Rimini.

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