CARCERI/ Violante: sulle pene la Costituzione viene calpestata

- int. Luciano Violante

LUCIANO VIOLANTE, esponente di rilievo del Partito Democratico ed ex presidente della Camera, in visita al Carcere Due Palazzi di Padova. I detenuti al lavoro e ciò che lo Stato deve fare

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Luciano Violante in visita al carcere Due Palazzi di Padova

Luciano Violante ha appena concluso la sua visita nella casa di reclusione “Due Palazzi” di Padova. Ha incontrato detenuti lavoratori impegnati nei contesti più diversi: call center, assemblaggio di biciclette piuttosto che di valige o pen drive. Ha indossato un camice bianco e una cuffietta, come prescrivono le rigorose norme sanitarie, per visitare la cucina e la pasticceria che sforna 700 panettoni al giorno in vista del Natale. I detenuti impegnati a Padova con il consorzio Rebus sono circa 120, poco più di ottocento in tutto in Italia. E la popolazione carceraria ammonta oggi a 68mila unità.

Il fil rouge della sua giornata padovana è stato l’articolo 27 della Costituzione, che nei suoi quattro commi ci parla di responsabilità penale personale, garanzie per gli imputati fino alla condanna definitiva, valore rieducativo delle pene, oltre che di rifiuto della pena di morte. Quali tra questi intenti dei padri costituenti è secondo lei meno realizzato oggi?

Non ho dubbi, il valore rieducativo delle pene.

Lei al proposito ha auspicato un cambiamento culturale.

I cambiamenti da attuare sono due. Il primo riguarda il riconoscimento di ciò che la Costituzione dice a chiare lettere, che cioè a ciascun detenuto va data una reale possibilità di rifarsi una vita. Il secondo consiste nel ripensare l’assetto complessivo delle pene, che risale a metà Ottocento. Vanno confinate in carcere soltanto le persone che si sono macchiate di delitti davvero gravi e va individuato in parallelo un altro tipo di sanzioni per i reati meno pesanti.

Che importanza ha mettere in rete le esperienze positive di lavoro in carcere?

Un’importanza straordinaria, soprattutto nei confronti delle case di reclusione in cui non vi sono esperienze lavorative analoghe. Ciascuno deve imparare dall’altro, chi non ha ancora avviato laboratori come quelli che ho visitato oggi a Padova potrebbe trarne idee ed esempi per farlo.

La legge Smuraglia sul lavoro ai detenuti, pur giusta nelle sue intuizioni, non ha dato grossi risultati dal punto di vista numerico. Cosa fare per incentivare le aziende a investire nel lavoro in carcere?

È una legge poco conosciuta nel mondo politico e nella società civile. Credo che occorra impegnarsi per farla conoscere di più e perché non venga svuotata di contenuti.

La legge sul processo lungo già approvata al Senato implica tra l’altro un rinvio praticamente sine die dei permessi per le persone condannate alle pene più gravi. Un detenuto oggi ha commentato «Allora quasi quasi è meglio la pena di morte»…

Quella legge – me lo lasci dire – è inaccettabile. Spero non venga mai approvata.

Oggi c’è bisogno di ripensare in profondità il concetto stesso di pena. È possibile secondo lei su questi temi un dialogo in parlamento, se non proprio un’intesa trasversale agli schieramenti?

Penso che il dialogo sia possibile e anzi bisognerebbe impegnarsi al più presto in questo senso.

Cosa l’ha colpita maggiormente della visita ai laboratori gestiti dal consorzio Rebus?

Un detenuto, intervenendo nel dialogo tenuto in aula magna, mi ha sventolato davanti agli occhi la sua busta paga e ha detto: «Qui sta la mia dignità». Credo che se molti politici avessero assistito a questo intervento, avrebbero assunto orientamenti e scelte ben diversi nei confronti del mondo penitenziario.

(Eugenio Andreatta)

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