IL PALAZZO/ Alcuni retroscena sulla fronda interna alla Lega (e al Governo)

- Marco Alfieri

Il fronte di guerra padana da qualche giorno si è spostato in Veneto, dalla casa madre Varese. Cambia la location geografica, ma non la fronda interna. Il racconto a cura di MARCO ALFIERI

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Foto Imagoeconomica

Il fronte di guerra padana da qualche giorno si è spostato in Veneto, dalla casa madre Varese. Cambia la location geografica, ma non la fronda interna a un partito ormai spappolato, sotto la finzione di un uomo solo al comando (Umberto Bossi), né il leitmotiv: l’accusa di fascismo rivolta ad alcuni militanti e dirigenti, bramosi secondo i pretoriani vicini al Senatur, di lanciare un’Opa sull’eredità bossiana.

“Tosi è uno stronzo, ha tirato in Lega moltissimi fascisti”, ha tuonato l’altra sera Umberto Bossi, forse imbeccato strumentalmente da qualcuno dei suoi, accompagnando l’accusa con il solito dito medio. Anche al congresso provinciale di Varese “ho visto alcuni ex Msi”, aveva detto qualche giorno fa, per giustificare i fischi e le contestazioni contro la nomina del suo candidato. In realtà se si vanno a spulciare le biografie dei dirigenti padani, ex missini si trovano in praticamente tutte le correnti del Carroccio. L’accusa di fascismo è dunque solo il paravento dietro il quale si nasconde la guerra di potere tra fazioni in lotta: il cerchio magico che resta fedele al corpo del Capo e all’alleanza con l’amico Silvio e i maroniani che coltivano il progetto di un futuro senza Berlusconi, per non morire tra le macerie.

Una sfida che in terra veneta ha un suo avamposto decisivo, con ricadute evidenti sulla tenuta o meno del governo nazionale. Proprio a Verona, infatti, dopo lo scontro durissimo con il Capo, alcuni fedelissimi di Tosi temono la purga del luogotenente bossiano: il segretario regionale Giampaolo Gobbo.
Il precedente in fondo c’è già: Alberto Filippi, il tosiano di Vicenza espulso qualche mese fa. Tosi ovviamente è troppo forte, nel partito e tra la base, perché da Milano parta l’ordine di silurarlo. Ieri sera Bossi in persona  – segno di debolezza – si è affrettato a dire che il sindaco non verrà espulso e che, i due, si vedranno lunedì per chiarire. Ma il suo andazzo di esternare quel che pensa contro il governo amico, dai tagli agli enti locali alla manovra economica, va assolutamente fermato. Sul punto i fedelissimi bossiani non transigono.

La tensione dunque resta alle stelle e nessuno sa davvero come andrà a finire. Il congresso regionale del partito che doveva celebrarsi in estate per misurare i rapporti di forza, è stato rinviato sine die. Quando ci fu il via libera a Zaia governatore si decise che quella poltrona sarebbe andata al sindaco di Verona, ma adesso Bossi vuol riconfermare il fido Gobbo. Non si fida di un profilo indipendente e frondista come il borgomastro scaligero legato a Maroni. Anche i congressi provinciali, dopo che Tosi e i suoi hanno vinto a Vicenza, Belluno e Verona, sono stati sospesi. 

All’appello mancano due postazioni strategiche come Padova e Treviso. Nella Marca Gobbo gioca in casa e dovrebbe farcela, ma nella città del Santo è dato perdente. In sostanza se si votasse oggi la linea antiberlusconiana del sindaco di Verona (e quindi di Maroni) conquisterebbe la leadership regionale. Sommata a quella lombarda, già in mano a Giancarlo Giorgetti e ai frondisti, rovescerebbe gli equilibri interni al partito mettendo in crisi, numeri alla mano, la linea berlusconiana di Bossi e dei lealisti. Evidente l’impatto sul governo e tutta l’alleanza di centrodestra. Per questo Gobbo in questi mesi ha attaccato a testa bassa Tosi, si è cominciato a gridare al complotto fascista e si sono congelati i congressi.

Nel frattempo, la guerra fredda leghista fa fibrillare tutta l’azione dell’esecutivo, sconfinando sulla delicata partita di Bankitalia, dove la trincea di Bossi (e di Tremonti) si chiama Vittorio Grilli: un blocco che potrebbe portare alla bocciatura del candidato draghiano, Fabrizio Saccomanni a vantaggio di Lorenzo Bini Smaghi. Bloccando quel po’ di riformismo ancora producibile da questo esecutivo (leggi riforma delle pensioni). E provocando sbandamenti e incursioni, come l’intemerata del berluscones Giorgio Stracquadanio contro l’azione anti indignados del ministro degli Interni: “Maroni è stato un incapace, doveva prevenire meglio gli scontri. Forse voleva far cadere il governo…”. Chiara la stoccata al nemico interno dei cerchisti, da mesi voglioso di superare l’alleanza con Silvio Berlusconi. Senza che nessun esponente di peso del Carroccio sia intervenuto per difendere il proprio ministro dall’accusa dell’esponente pidiellino. Curioso, no?



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