SCENARIO/ 2. Così la guerra all’euro promuove un “governo” Monti

- Angelo Picariello

Dopo la lettera d’intenti inviata all’Ue, il caso Bini Smaghi e l’attacco all’euro, ora il governo deve far fronte alla polemica sui licenziamenti. L’analisi di ANGELO PICARIELLO

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Foto Ansa

Ieri ascoltavo per caso una signora per strada commentare fra l’ironico e l’incredulo con i familiari che “il governo per favorire l’occupazione vuole facilitare i licenziamenti”. Sarà anche demagogia, come sostiene Sacconi, o ignoranza come sostiene qualcun altro, ma il timore che questo governo sia, viceversa, troppo sofisticato nei suoi ragionamenti un po’ viene. Non si arriva proprio, infatti, a capire come sia possibile che, dopo aver per tre anni sottovalutato la crisi e per tre mesi ignorato gli appelli del capo dello Stato sulla disoccupazione e sulla crescita, non si sia trovato di meglio che una trovata del genere.

Certo, la famosa lettera della Bce sollecita anche una misura di questo tipo, ma non dice che debba essere questa la prima e l’unica. Per di più, in un mercato del lavoro come il nostro in cui chi perde l’occupazione non ha dove sbattere la testa per provare a ritrovarla, liberalizzare l’uscita senza incentivare l’entrata è una misura che trasuda ideologia salvo a non voler dare anche a Bonanni la patente di eversore. Si ha quasi la sensazione a volte, è questa la tesi più malvagia fra quelle circolanti, che un governo in ritirata mini il terreno alle sue spalle scegliendo i temi più imbarazzanti per una possibile maggioranza futura allo scopo di farla incespicare ancora prima di vincere, o subito dopo.

Credo che quando andremo a leggere fra qualche anno i giudizi storici sui giorni che viviamo troveremo analisi impietose. Ci stiamo abituando a tutto. Non fa specie più a nessuno che le decisioni di questa maggioranza di governo vengano assunte presso la privata abitazione del suo leader, mentre i palazzi delle istituzioni, ora anche quelle europee, vengono continuamente cannoneggiati e delegittimati. Moralismo? Sarà: ma se io invito qualcuno a casa mia poi posso sentirmi anche in diritto di cacciarlo quando mi fa passare la  pazienza o contrasta i miei interessi. Mentre le istituzioni non sono di nessuno, se non del popolo italiano. E non so se nei giudizi storici sarà più duro il verdetto verso chi può aver cinicamente approfittato dell’amicizia del padrone di casa o verso chi, collocato sinceramente in quella metà campo, ha portato una copertura ideale o ideologica a un andazzo che proprio non stava e sta in piedi.

L’ultima, venerdì. Ma insomma: la Ue per non alimentare la speculazione contro l’anello debole della catena si vede costretta a prendere per buona una mera lettera di intenti di un governo che è in carica da oltre tre anni. E il premier invece di ringraziare, che fa? Si mette a pontificare sulla debolezza dell’euro, quasi a prendere per il naso chi ci aveva appena graziato. Lasciamo stare per un attimo il fatto che Berlusconi possa aver detto anche cose vere, lamentando la debolezza del governo dell’euro, come riconosce anche Mario Monti nella lettera al premier sul Corriere. Ma è responsabile che lo dica proprio Berlusconi, e in questo momento, vien da chiedersi? E, sempre citando Monti, questa lira che abbiamo perso, ci dava proprio tanta stabilità? C’è voluta poi la solita lettera imbarazzata di rettifica, redatta da Gianni Letta e inflitta al premier dopo il presumibile sconcerto del Quirinale, per provare a mettere una pezza. Provare, appunto.

Per tornare al punto l’impressione è che convocare riunioni di governo presso la propria abitazione non alimenti, nel padrone di casa come in alcuni dei commensali, né il senso delle istituzioni né quello del ridicolo. Ma ci si chiede allora: può reggere a lungo, fino a fine legislatura, una situazione del genere? Paradossalmente anche sì, se i sondaggi restano quelli evidenziati dal più serio dei analisti, Nando Pagnoncelli, all’ultima puntata di Ballarò.

Se infatti non si apre uno spiraglio per il centrodestra, neppure nella ben lontana ipotesi di aggancio del Terzo Polo, non si vede che interesse possano avere a breve ad andare al voto Berlusconi e Bossi se non per sancire il fallimento della legislatura e della diarchia che l’ha retta. Forse però, come mi è capitato già di scrivere, potrebbe essere la precipitazione verso il referendum elettorale a imporre la corsa anticipata verso le urne nel timore – da parte dei padroni del vapore – di perdere il controllo delle candidature su cui si basa l’attuale immodificabilità delle leadership di tutti i partiti. 
Intanto a ogni nuova uscita, l’ultima questa dei licenziamenti, il governo sembra scavare un fossato più profondo con l’elettorato, al posto di creare ponti (a proposito: sembra saltato del tutto il progetto del Ponte sullo Stretto, per carità i pareri in merito erano discordi, ma il fatto che salti uno dei punti d’onore nel programma questa maggioranza non depone certamente bene per la stessa).

Ma lo spettacolo dell’opposizione non fa sperare in niente di buono nemmeno dall’altra parte. Lo stato in cui è ridotto il dibattito interno nell’unico partito “scalabile” rimasto – mi riferisco al Pd – getta un’ombra sulla sostenibilità stessa in Italia, oggi, di un modello di partito a democrazia interna. Forse ci siamo abituati ai partiti-persona, quelli con il nome del leader dentro il simbolo per intenderci, e allora la formula della partecipazione, per chi ancora la coltiva, si trasforma facilmente in gazzarra.

Stando così le cose l’auspicio, allora, è che sia il corpo elettorale – presto o tardi, fra sei mesi o un anno e mezzo – a imporre quel governo di larghe intese, di responsabilità nazionale, o di tregua come pure si dice, di cui il Paese avrebbe bisogno. Per sgombrare il capo dagli allarmi interessati che questa ipotesi suscita basti leggere la già citata lettera di Mario Monti – da tutti indicato come premier ideale in tale ipotesi – lettera che trasuda buon senso, senso della misura e delle istituzioni, merce rara in quest’epoca di democrazia strumentale e guerreggiata sulla pelle di tutti noi.

A un siffatto governo ci si potrà arrivare in due modi. O con questa legge elettorale, o con un ritorno al Mattarellum. Nel primo caso, con questa legge elettorale, se si vota subito, ci si arriverà perché è impensabile che al Senato (con un terzo polo saldamente oltre il 10 per cento) una delle due coalizioni maggiori possa avere la maggioranza da sola. Ed allora, siccome alla Camera – dove vige un sistema diverso e un grande premio di maggioranza – il polo che vince prende tutto anche con un solo voto in più, l’ipotesi di un patto fra Bersani (vincitore solo alla Camera) e Casini (decisivo al Senato) per favorire una soluzione tecnica di alto profilo sarebbe nelle cose.

Nel caso del Mattarellum a seguito del referendum, invece, sarebbe il sistema di voto a imporre prima un patto Bersani-Casini di questo tipo.
E non regge, a mio avviso, il timore che una simile maggioranza possa creare timore per i cosiddetti valori non negoziabili. Come si ricorderà una legge sulla fecondazione assistita che rappresenta un accettabile compromesso è stata realizzata con un governo di centrosinistra, che peraltro vedeva l’Udc all’opposizione.

L’importante è che si torni a guardare al bene del Paese, al posto delle battaglie ingaggiate solo per ragioni di parte. Che si torni a operare sul filo del buon senso e non dell’ideologia strumentale. Ad esempio, tornando ai giorni nostri e parlando di valori enunciati solo in astratto, non era piuttosto il caso in questa fase drammatica che attarversano le famiglie con figli, prevedere una norma che incentivi l’assunzione a titolo definitivo del componente di un nucleo che non annovera neanche un lavoro stabile al suo interno?

Non a caso una coppia per essere dichiarata idonea all’adozione di un bambino deve poter dimostrare una sicurezza di reddito, e lo stesso chiedono le banche per concedere un mutuo. Non si capisce quindi come questa ideologia della precarietà lavorativa possa sposarsi con un’impostazione che a parole mette la famiglia al centro. 

Insomma: il fine vita e la lotta all’aborto (sulla quale peraltro questa maggioranza non segna nessun punto a favore) possono essere tutelati in Parlamento oltre le logiche di maggioranza, come è già accaduto.

Ma forse è arrivato il momento di fare qualcosa anche per quello che sta in mezzo alla vita e alle morte: il diritto di mettere su famiglia e di mettere al mondo dei figli. E su questo qualsiasi governo sarà capace di fare di più di questo. Basterà che faccia qualcosa, avendo questo governo nella sostanza fatto zero, al netto del lodevole impegno di Carlo Giovanardi, ma privo di fondi, come lui stesso denuncia.

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